Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Claudia Ambrosini

                    


 

Le poesie scelte sono di produzione recente e fanno parte di una raccolta intitolata Poesie da Mangiare.

Si tratta di un percorso, che va dai legami familiari alla ricerca dell’autonomia di essere umano, dell’affermazione personale, che non è mai un atto unico e solitario, ma si lega alla propria provenienza non meno che agli sviluppi futuri.

Dal punto di vista stilistico, i componimenti perseguono una certa economia della parola, contro lo spreco, malattia della quale è affetto il mondo odierno, ma anche contro lo spreco dell'ego.

 

 

Ode al 16

 

Le braccia grandi di mia nonna
lei donna da un metro
e cinquantacinque
il rame appeso alle pareti
una cucina

in esercito i bicchieri
di vita strappata a morsi
con l'occhio duro di chi
ingoia stoppie
insegue il mietitrebbia
e fa fascine

ricami e tovaglie di lino
ricoprono una Milano
bambina con le trecce
da campagna e piedini bagnati
nell'acqua di risaia

le punture nei sederi
i cappelli sulle teste
i pani cotti al forno
oggi il bianco del piquet
in forma di coperta

lo sguardo lungo di mia nonna
storia che s'è fatta carne
la caffettiera che lei sola
si ostina ancora ad aprire.

 

 

SEQUENZA

 

Da subito fosti bambino, figlio
e da quel padre
mezz'uomo coi suoi vent'anni
chiedevi e chiedevi
le rime del gioco del mare
spirali di conchiglie infinite
e le paste della domenica
piene e calde, chiedevi

quando anche tu fosti padre
scartasti dal ripostiglio
le risposte mai arrivate
i silenzi il tempo negato l'entusiasmo
quel calore che cancella
il suo sentirsi metà
a ciò che la tua carne
pretende.

Ora sei nonno
e un filo vedi
scomposto, ronzante, ma un filo
con uno spazio
fra la pietra dietro di te
la fronte ampia di tuo padre
e i ginepri a gemmare, sul grigio, più avanti.

 

 

CERCA SETTANTACINQUE
 

Solo nella pagina a scrutare
l'orizzonte
 
colpa di questo occhiale
che filtra me dal cielo
colpa della memoria di libri
che poi s'è sciolta in acqua
 
e colpa della penna
arma di non vedenti
senza saper nemmeno sgusciare
un calamaro
imburrare la veglia
impanare un canto
 
Non è che manchi profondità
e stare cuccia sulla parola
la fronte empia di svolte e
di sudore
 
legacci di palloni volanti in alto
e fiere di paese
a distrarre
la treccia calda voluta
ben cotta sulla tavola
 
righe scorse
come specchi di alice
e vino da meditazione
si chiude presto bottega
senza assoluzione.

 

 


 

            

Commenti  Contatta Erga Omnes

 

La lirica Ode al 16 mi sembra notevole. E’ concisa, asciutta, priva di fronzoli, precisa nella scelta lessicale. Lo sviluppo delle immagini determina un mini-racconto in cui la figura della nonna ne costituisce l’introduzione e la chiusa finale. Ma, grazie a un uso sapiente e mai sopra le righe delle parole, riesci ad evitare il campo minato del sentimentalismo. Il senso della misura, il controllo del costrutto sintattico danno rigore al sentimento dominante della lirica: una sana nostalgia, mai esibita, appena accennata. Nostalgia che non è rifugio in un luogo o in un tempo che fu ma desiderio di esprimersi e documentare per confrontarsi con gli altri. La bella immagine finale della nonna, che si ostina ad aprire la caffettiera, mi riporta all’ostinazione del protagonista di Natale in casa Cupiello, incapace di accettare i cambiamenti della società moderna che avanza. Mi piacciono molto i tuoi versi: complimenti!  Alfredo Panetta.

 

Commovente e vera la poesia dedicata alla nonna, che dipinge una donna d'altri tempi, nelle risaie a lavorare già da ragazzina. Belle e ben scritte anche le altre. Complimenti. Daniela Bertolini
 

Condivido le impressioni del bravo Panetta: anche a me pare una poesia asciutta e precisa, in linea con la migliore tradizione del '900, con quella poesia lombarda (si parla di Milano e della sua pianura e credo che l'autrice sia lombarda) legata a cose semplici e solide, con lo sguardo positivo e attento alla manifestazione della bellezza nelle cose di ogni giorno.  Il trittico mi sembra anche un omaggio a una generazione antica e vista quasi con uno sguardo mitico, nell'evidente intenzione di riflettere sui valori positivi e solidi dei nostri nonni, legati alla terra ma liberi dentro, non molto istruiti  ma molto saggi, schivi da sentimentalismi ma solidi nella solidarietà umana.  Il verso è limpido e semplice, il lessico preciso ma non ricercato.  Una prova di buona poesia.  -  D. Invernizzi