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Premio Turoldo 2009 - 8° edizione Lidia Are Caverni
Nel tacito mio grembo voli di gabbiani deponevano nidi albatros fuggitivi dei mari del nord cercavano le profonde insenature dell’anima gli inquieti fiordi dove approdano pesci conchiglie ineguali che non conoscono sabbie le piccole pagliuzze dell’oro dei tramonti a cui abbarbicarsi a sognare ma solo ghiaie che non lasciano segno allo sciacquio del mare il sole si levava in un’unica voce la notte ignara di stelle.
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Lascio che la finestra respiri il buio l’umido involucro che avvolge gli alberi la profumata essenza del prato verde celato dall’ombra custodisco il tepore di cose amate la tenerezza che non si perde come fossi vestale che al focolare appartiene dal fuoco trae la vita.
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Piangevano orsacchiotti lacrime di dolcezza per le tenerezze date nelle pagine svolte del tempo c’ è sempre un ritorno colorato di foglia gialla anime disseminate nel cortile a reggere le luci dei ricordi le fragili parvenze che pure vivono da stringere al cuore perché non taccia il sussulto l’impeto d’amore.
Ho faticato un attimo nel trovare il giusto ritmo di lettura, diverso in ognuna delle tre poesie. Nella prima viene fuori un ritmo marino, sciabordante, tipico delle onde che di immagine in immagine si vincono e si avvincono le une alle altre. La seconda è "sacrale", rivelatrice di luoghi interiori, del focolare che è dentro noi. La terza, elegiaca, si distende in una malinconica scena d'autunno, umida di freddo, con il solo cuore a reggere il filo della vita verso il futuro. Mi sono piaciute molto, nella loro diversità, nel loro dimesso stare sulla pagina e nell'immaginazione di chi legge. Come un segreto rivelato, di cui però nessuno parla. - Giorgio Trevisan
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