Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Ferruccio Bellesi

                    


 

Sono tre poesie accomunate dal fatto che traggono spunti da esperienze oniriche che ho fatto nel corso degli ultimi tre anni. Dal momento che mi avevano consigliato di scrivere i sogni appena mi svegliavo, mi son ritrovato, nel giro di alcuni mesi, con un blocco di appunti veramente ricco di materiale per poesie, racconti e quant'altro. Da questo sconclusionato e bizzarro quaderno arrivano, infatti, anche i tre Carmi che qui propongo.

 
 

 

Carmi di compagnia onirica

  

Lo squalo e la tartaruga

 

Ho deciso:

voglio essere deriso

e andare al largo.

 

Sono stanco della civiltà

e ricerco la vera vita,

intessuta fra i ricami

di un paradiso blu.

Ecco che la grigia spiaggia scompare,

e l’acqua si tinge di viola.

Ma io odio il mare.

Nobile tartaruga,

portatrice di prole nel guscio,

come mai mi affianchi?

Tento di mascherare

la mia incapacità di nuotatore.

Chi abita in questa capanna,

al centro del vasto Oceano?

È vero o no che sei cattivo?

A me appari tanto piccolo e stupido,

o squalo che sfili nell’acqua,

mirando me e la mia nobile compagna.

Dovrebbe piacerti la mia carne umana

e dovrebbe aggradarti l’odore del sangue,

ma ti vedo mordere la tartaruga,

convinto che essa sia la preda perfetta.

Le si schiude il guscio,

mostrando i celesti feti morti.

Addio, sventurata amica mia,

uccisa dalla crudeltà del più potente.

 

Nessuno potrà più scortarmi ora.

 

 

 

Insieme nella capanna

  

Giungemmo poi di fronte alla capanna.

Era iniziata da breve tempo un’altra estate indiana

e la brezza vespertina accarezzava le nostre membra,

spossate dalle fatiche umane.

Gli occhi del tetto ci osservavano minacciosi

e noi tentammo di barattare la vita e il riposo.

Scontenta e infelice, si spalancò la porta

e apparve di fronte a noi il buio.

 

Indecisi, ci chiedemmo se fosse meglio vagare per le

tenebre in eterno o tornare alla morte quotidiana.

 

 

 

L'uccello di bosco

 

Com’è che ci hai accolti così bruscamente,

volatile dalle forme tonde e dallo sguardo placido?

Non veniamo a turbare il tuo letargo

e non devi temerci per questo.

Miseri viandanti umani hai davanti.

Vogliamo lasciare in pace tu e i tuoi compagni.

Chiedi al riccio rosso se abbiamo portato fastidi,

oppure domanda ai morbidi ragni se abbiamo arrecato disturbo.

Tutta la Natura,

madre di ogni vivente,

ti risponderà che veniamo in pace,

e che nessuno si è mai lamentato.

Ma tu continui a ostruirci il passaggio:

e allora che tu possa bruciare sullo spiedo,

in mezzo a quel rogo che speriamo possa divenire questo tuo bosco.

 


            

Commenti  Contatta Erga Omnes

 

L’autore ha definito “bizzarro e sconclusionato” il suo materiale, mettendo le mani avanti, con cautela. Eppure avere del materiale così puro e antelucano da ristendere alla luce del sole con impegno e razionalità è qualcosa di importante: una bella sfida verso se stessi. Della prima poesia, però, non mi convince lo stile (poco evocativo rispetto all’intenzione) per quanto emergano interessanti figure archetipiche e un rapporto turbato con l’acqua, simbolo materno, cruccio del poeta-maschile e, al tempo stesso, sua apertura cosmica. La seconda e la terza poesia sono invece, a mio avviso, più riuscite e mi colpiscono nel loro disegnare un paesaggio fiabesco, incantato, ancestrale. Ne traspare una voglia d’avventura, di scoperta  profondamente poetica. Credo che con un po’ più di qualità nella scrittura (già comunque molto alta) Ferruccio coglierà risultati ancora migliori. Giorgio Trevisan