Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Pierpaolo Benedetti

                    


 

 

 
 

 

 

SOLITUDINE

 

Ho chiesto

se tu conosci

la solitudine

 

Hai risposto

la solitudine

é il deserto

dell’anima

é un singolare

senza plurale

é l’essere

incompiuto

 

Ho pensato

non l’hai

vissuta

te l’hanno

raccontata

 

L’avessi provata

avresti risposto

“La solitudine

é carne strappata

è una mano amputata

é sangue rappreso”

 

 

 

SU’ NEL TEMPO PROFONDO

 

Datemi una storia

una storia a ritroso 

che cominci da Picasso

e finisca con le mani

stampate sulla roccia

della Grotta di Lascaux

 

Andremo alla ricerca

delle tracce sgualcite

dei sentieri inevasi

di ciò che non è stato

dei “se” e dei “ma”

che non fanno la Storia

 

Scaleremo come salmoni

la montagna del tempo

dalla valle del presente

alla cima delle origini

e una volta lassù

ci guarderemo i piedi

 

e stupiremo

di quante strade sotto di noi

non abbiamo percorso

 

  

 

ALLA FINE ARRIVERO’

 

Alla fine arriverò

a sapere chi sono

 

Alla fine della vita

le porte del tempo

si schiuderanno

e vedrò in un lampo

l’innumerevole passato

raggrumato sulla linea retta

in un punto solo

 

L’accumulo

sarà il mio profilo

e la mia tomba

l’epitafio è chiaro

“Qui giace un uomo

senza passato”

 

In punto di morte

io sarò

  


 

            

Commenti  Contatta Erga Omnes

 

Sono rimasto un po’ sconcertato dalla prima poesia. Capisco che il tema della solitudine attrae visceralmente ogni artista, eppure davvero non riesco a legare con l’immagine della “mano amputata”, certamente non banale e radicata, immagino, nel vissuto personale del poeta. Però, lo dico, non mi convince. La seconda poesia mi piace molto di più, anche per le immagini così curiose e per il ritmo di ascesa che suggerisce: notevole la metafora dei salmoni. La terza credo debba colpire soprattutto per il dire profetico che prende a sé. Il sogno del sapere dopo noi cosa sarà (di noi e del mondo) che si chiude nell’epitaffio della non-storia, della vacuità del vivere. Mostra, credo (ma non è un giudizio negativo) un debito affettivo con l’epitaffio di Jhon Keats,  a Roma: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”. Vedo una grande voglia di essere e di esserci in questo poeta; molto egotismo, spunti autenticamente romantici. Spero che nella sua maturazione non perda di vista questi suoi intenti, ma sappia renderli più comunicativi. - Giorgio Trevisan