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Premio Turoldo 2009 - 8° edizione Maddalena Bertolini
Tre in spiaggia
il mento acuto gli occhi impanati del demente il naso dignitoso di suo padre ricci scuri che lei ormai ha tinti quattro peli di baffi
lo tengono per mano fra le onde entrambi ai fianchi - il mare non risucchi il figlio vecchio che non arriva al petto al seno inginocchiato
lo tengono stretto come una saponetta e lui tra loro torna al largo senza paura di non saper nuotare nuotando nella loro tenerezza
innescano il rito ogni mattino fedeli si bagnano e ridono abbracciandosi - contagio trino di un bambino pazzo assaggio
dello stupore sfondato cento volte
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Ho partorito giovane e per giunta ho conservato una faccia da ragazza
da piccolo lo portavo in braccio e mi chiedevano se fosse mio fratello
poi non volevo andare ad ascoltarlo in piazza potevano pensarmi la sua sposa
magari un po’ sfiorita ma orgogliosa di tale amore. Di tale carne. Eppure
era mio meno che mai. So come mi è cresciuto dentro le mie mani
l’hanno lavato quando è nato e quando l’ho rimesso nell’utero di pietra. Eppure
non l’ho posseduto. Ho acconsentito nel suo silenzio mi ha voluto
(mentre si completava nel mio ventre capivo che completava tutto).
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Amo un dio che ama anche gli sbagli
mi osserva mentre mi preparo sussulta se sbatto la porta uscendo malamente, mi bacia col pensiero mentre scendo le scale
quando torno nella notte con addosso l’odore della festa si ferma sulla soglia del mio sonno ad ascoltare se respiro. All’angelo fa cenno di restare.
Amo un dio che non cambia mai la serratura che si fa svuotare il frigorifero e acconsente alla moglie sempre anche controvoglia ( la madre di suo figlio - lui le vuole bene)
si aspetta che io cambi e mi allontani - stai crescendo… e forse il suo sbaglio è quello di avermi detto che mi perdonerà ogni cosa basta che glielo chieda
amo un dio che ama come un uomo amerebbe al meglio, come lo vorrebbe un figlio che sente nel suo sangue la salvezza, la somiglianza.
Sono tre poesie notevoli, di incantevole semplicità. Il tema proposto dall’autrice è già di per sé una sfida, che risponde a quella sete profonda di cercare e vivere l’Amore, non più eros ma agape, che nulla chiede e tutto dà, e che si evince nella bellezza della storia cristiana qui raccontata nella poesia, con immensa bravura, senza mai scadere di livello. Al contrario è evidente la vita che sottende la parola, la gratitudine sincera del dono di Dio, della fede. In ognuna delle tre poesie c’è poi un senso di contro-luce, accecante, che lascia increduli, basiti; come dalla prima poesia: “...contagio trino / di un bambino pazzo assaggio // dello stupore sfondato cento volte”. Immagine del fanciullo il “pais” nella lingua greca, stesso etimo di “pazzia”, di “pazziare” che in molti dialetti significa ancora “giocare”. Giocare, quindi, un gioco folle nelle mani di Dio, che è Amore, e che – come dall’ultima poesia – tiene un guinzaglio lungo e ci porta nella vita in una solitudine apparente, di persone vere. Una bellissima penna quella di Maddalena, limpida, essenziale ma anche generosa nel dire bene ciò che sente importante. Grazie davvero. - Giorgio Trevisan
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