Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Paolo Borsoni

                    


 

              

 

 

 

arciere

 

Tirando con l’arco

essere la freccia.

Scoccando la freccia

essere l’arco.

Nello stridio del sibilo

divenire il bersaglio. Mentre la punta s’infigge

tra gli atomi della materia

fondersi con l’inquietudine

densa che vibra nel suolo.

Riprendendo il cammino

essere nuvola,

essere cielo.

Mentre i calzari

affondano sul sentiero

compenetrarsi con la sacralità della terra,

accorgendosi che in verità

non c’è nessun luogo dove fermarsi

né mèta cui giungere,

solo diradarsi d’intrichi

per sbucare in radure

dove tendere un arco,

scoccare una freccia,

tentare di colpire un bersaglio

che nella curvatura inversa

della vita e del vuoto

è solo dentro l’arciere.

 

 

bisbigli

 

L’uomo giovane ha un profilo d’uccello,

indossa una cuffia di plastica

di quelle che si usano per fare la doccia.

È chinato su una vecchia contorta,

dalle gambe attorcigliate, le braccia girate,

la testa gettata all’indietro con il collo  

allungato come offerto a un coltello.

L’uomo giovane dal profilo d’uccello

accosta la sua guancia alla guancia

dell’anziana signora e le sussurra

delicatamente qualche oscura parola.

Ma lei non dà segni di percepire

quanto le viene confidato in un tono

così delicato resta minuta, raggrinzita

nella sua rigidità rattrappita.

La minestra è posata sul tavolo.

Il giovane colma un cucchiaio

e l’avvicina al viso della signora.

Lei quando si sente sfiorare le labbra

le socchiude appena appena e ingurgita

pian piano il liquido che le viene offerto

con meticolosa, affettuosa pazienza.

A  piccoli sorsi il piatto di brodo finisce.

Il giovane accosta ancora la sua guancia

alla guancia dell’anziana signora

e le sussurra con delicatezza

qualche oscura parola. Lei con occhi

sbarrati, dita a ventaglio

(stecche indurite, impietrite)

non dà segni di percepire

quanto le viene confidato

in un tono così delicato,

resta minuta, raggrinzita

nella sua rigidità rattrappita.

In punta di piedi il giovane

sta lasciando la sala. Tornerà forse

domani sera a bisbigliare ancora

sottovoce qualche oscura

celestiale parola. 

 

 

fragilità

 

Soltanto una scintilla di fragilità

è una liberazione da questa danza

di tenebre in questo delirio di macchine

e guerre di un mondo che si esalta

e si gloria di dolore e di lacrime.

Soltanto la fragilità dà una speranza

in questa notte oscura dell’anima

dove dolce e chiara è la quiete

che segue e precede una strage,

calma silente, beata la pace

tra un eccidio e la sua rappresaglia,

atroce, orripilante è la morte

quando colpisce i propri sodali.

Soltanto la fragilità ci rassicura

guidandoci, noi superstiti,

molcendo l’ultimo tratto di strada

che manca al precipizio del nostro

scontrarci fratelli contro fratelli.

 


 

            

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