Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Fabiano Braccini

                    


 

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DI UNA PRESENZA

LE EFFIMERE TRACCE

 

Sul libro

ancora l’impressione delle dita

che lentamente sfogliano

le pagine

e la delicata immagine

del suo sguardo assorto

che su una frase

si sofferma più a lungo raccolto.

 

Nel caffè della mattina

pare aggiungere

-con i soliti gesti misurati-

quel poco di zucchero che basta

e con soffio leggero

sembra poi

volerne stemperare il bollore.

Del contatto di labbra

rimane solo un’effimera traccia

sul margine della tazzina.

  

A ogni pur pallido raggio di sole

traspare nella stanza

la linea d’ombra del suo profilo

e le orme dei passi

sul velo di polvere del pavimento

illudono per un attimo

che sia soltanto provvisoria

la sua assenza.

 

  

 

RITRATTO DI SIGNORA

 

Dipingimi con tratto elegante

     -tu che sai-

occhi intensi che mirano lontano

e un sorriso morbido,

soffuso lievemente di malìa.

 

Pittura nell’ovale del mio viso

     -senza troppo marcare-              

labbra che si atteggiano al bacio

e un filo appena di seduzione: 

che sia garbata, non volgare.

 

Disegnami un corpo armonioso

     -come di sirena-

snello ma non proprio magro,

che sinuoso si adagi 

a modellare una veste leggera.

 

Se vuoi -con la tua maestria-

     ritrai giù sullo sfondo

quell’atmosfera suggestiva

di una limpida sera di primavera

coi riflessi rosa del tramonto.

 

Alla mia mano, poi, dai la posa

     di un saluto.

Che non sembri però un addio,

perché io vorrei lasciare

-a chi domani sosterà a guardare-

la migliore immagine di me:

una delicata sensazione

del mio amore di vivere la vita

      e l’impressione

di una interiore, pacata serenità.

 

 

 

L’EDERA CELA ANTICHI RICAMI

 

Sulla soglia sbrecciata della cattedrale

-superbo gigante di un tempo-

       percorsi di lumache

tracciano lucidi arabeschi

e l’edera cela gli antichi ricami del marmo.

 

Vi è l’impressione di un silenzio sospeso

che ristora dalla tumultuosa confusione

       di ogni giorno,

da quel sordo frastuono che non consente

di ascoltare niente che giunga dal cuore.

 

Entrando, si viene rapiti da spiragli di luce

che piovono dalle volte sfrangiate

       a lambire

i pochi resti di colonne e archi

e a intèssere delicate trine con le ombre.

 

Più avanti, ancora un simulacro di altare

senza cera, senza coro, …

       senza un fiore.

E dove l'organo dall'alto incantava

ora un delta intricato di ruggine scende.

 

Tra queste rovine solenni

però si avverte una mistica atmosfera,

       un senso di sacro:  

quasi l’intimo impulso d’una preghiera,

il bisogno di un raccoglimento profondo.

 

Come se qualche miracoloso intervento 

avesse inteso preservare un riparo,

       un'isola spirituale:

un approdo sicuro a chi tenta di sfuggire   

al vuoto dintorno e al quotidiano rumore.

 


 

            

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