Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Maria Gisella Catuogno

                    


 

Queste tre poesie nascono, in momenti diversi, dal desiderio di esprimere e sedimentare attraverso la poesia un coacervo di sensazioni e sentimenti indistinti, suggeriti, di volta in volta, dall’attualità, dalle discriminazioni culturali o da un anelito confuso ma profondo a un Altro o a un Altrove che soddisfino, più della realtà, il bisogno di armonia individuale e collettiva.

La prima, scritta nel mese tragico della Guerra di Gaza, quasi un anno fa, vuol essere una denuncia della guerra, dell’ipocrisia delle bombe intelligenti e del folle prezzo che esse comportano: in termini di vittime, di sofferenze atroci sia fisiche che psicologiche, di solchi d’odio che diventano baratri incolmabili. Si disimparano i valori, si imparano i disvalori. E proprio gli innocenti, i bambini, pagano i conti sospesi dei grandi, la loro incapacità di dialogo e di composizione degli attriti. Questa è stata Gaza ieri, questa è stata ed è Bagdad, questo l’Afghanistan, accanto agli ancora più atroci, perché dimenticati, conflitti dell’Africa martoriata.

La seconda lirica è dedicata ai nostri immigrati, alla loro coraggiosa determinazione, all’umiliazione di dover bussare alle nostre porte ostili. C’è spesso in loro una fierezza, una dignità che colpisce e disarma (almeno i più sensibili). I loro occhi parlano delle terre lontane, del deserto e della savana, di quel Mediterraneo che li ha risparmiati ma ha inghiottito tanti loro compagni. I loro sguardi raccontano drammi anche quando ci offrono canovacci da comprare.

 Lux, seppure in terza persona, è autobiografica, racconta l’animo della scrivente, il suo anelito alla luce sia in senso fisico che spirituale. In questa ricerca certe immagini della natura invernale, come il giallo delle mimose e il candore dei mandorli, diventano simboli del suo desiderio, della sua preghiera.

 

 

Di guerra s’impara

(Gaza, gennaio 2009)

 

Di guerra s’impara il respiro sospeso
al rumore che squarcia il sereno
e il gelo che invade le vene
allo schianto di bombe che
intelligenti non sono mentre
il cuore batte impazzito e
a volte si arresta, per puro terrore.


S’impara la bestemmia dei figli
[meglio sarebbe disperdere il seme]
e dei vecchi impediti alla fuga;
il tormento di fame di sete di freddo
del sangue che inzuppa le vesti
del dolore pozzo oscuro e profondo
di grida che maledicono il cielo
di corse folli, per essere in tempo.


Di guerra s’impara il lezzo di morte
le piccole mani e gli occhi sgranati
muti per sempre, sordi a ogni gioco
a ogni ruvida carezza di sole.


S’impara il lutto che annera i pensieri
il nutrimento feroce dell’odio
la memoria cruda di quel
che è stato [e non doveva essere].


Di guerra si disimpara il perdono
[e letto di spine è perfino il riposo]
il rosario delle opere e giorni
ammantati di quieta fatica
la ricerca di pace
di una terra e di un’acqua
da (con)dividere e amare.

 

 

Le vostre dune e piste di deserto

  

Le vostre dune e piste di deserto

i vostri alberi e erbe di savana

i vostri cieli di fuoco e d’ambra fusa

il vostro tamburo di sole sopra il capo:

questo vedo nel vostro sguardo perso

oltre il gran mare

che tanti ne ha inghiottito.

 

E le gazzelle in corsa

le mandrie incalzate dalla sete

il sangue che condisce il fango

dei villaggi sconvolti dalle guerre

 

e la fierezza

che vi è sorella

 

anche quando bussate

carichi di merce e di fatica

alle nostre case

calde e inospitali

e non vi lamentate:

 

questo grida il vostro sguardo

scuro come la notte e il dolore.

  

 

Lux

 

Soltanto il giallo delle mimose
e il candore dei mandorli fioriti
nel silenzio pigro dell’inverno
rispondono all’anelito di luce
che vibra come corda di violino
al tocco sapiente dell’artista
nel più nascosto recesso del suo cuore.
Non sa da dove derivi l’urgenza
di barattare certe briciole ammuffite
del presente con la tenerezza
d’un arcobaleno chino a interrompere
il grigio monotono del cielo
o con il tepore d’una primavera acerba
capace di spargere di pratoline
schiuse e trepidanti il cammino
polveroso d’un pellegrino stanco.
Sente però che nell’intrico di rovi del suo io
nei meandri della sua psiche tortuosa
come le scale a chiocciola
della più alta torre del castello

[dove la vecchina della fiaba
fila col suo fuso appuntito
incurante del divieto nel reame]

è solo quella smania d’infinito
lo scrigno dei ricordi decantati
il verde pallido d’una speranza
accarezzata con dita inumidite
a regalare un senso al rosario
dei giorni declinati come grani
d’azzurro intermittente
d’ebano, d’indaco o d’arancione
secondo il capriccio della sorte.

 


 

            

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