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Premio Turoldo 2009 - 8° edizione Roberto Cogo
spaziosa riflessione d’aria
l’aria intorno come uno scrigno aperto sui tesori e le ricchezze del mondo a percepire lo spazio in compagnia del merlo appostato all’angolo del tetto a trasmettere per intero una consapevole presenza
la traccia di un fischio a modulare in ogni intento un minuscolo possesso sul mondo racchiuso nel cerchio del suono a portata di slancio e volo
la vespa costruttrice dalle lunghe zampe con ostinazione e ingegno nelle crepe e negli angoli a cercare un nido un rifugio alla sua prole tra i mobili sullo stipite nell’incavo di una lampada
a farsi scoprire ammettendo una colpa intrusiva abbandonando il campo per poi ritentare rientrando da un’altra finestra o apertura incustodita
solo qualche attimo in cui il tempo avviene e pulsa nell’aria tutta intorno per propagarsi nello spazio vivo rilucendo di sospesa leggerezza in abbandono
senza preoccuparci di piacere
la consapevolezza infiacchisce e sfianca urta la pelle da dentro cerca la crepa intima ingigantendola —
erbe e piante crescono in un urlo ai margini delle strade fuori dall’abitato nel desiderio viscerale di restare immobili
nella minima wilderness scrutando una nuvola grigia mentre invia un saluto al passero frenetico intento all’igiene nella pozzanghera —
in rotta ancora verso l’essenziale dove tutto è pronto a scaturire in nuove forme — senza preoccuparci di piacere
nel respiro della pietra bianca
pioggia torrenziale alla pria — sul torrente scavato nel profondo della valle nella roccia più antica
gocce enormi a crescere il livello dell’acqua a volerne ancora andando con il flusso nel sole che di nuovo emerge a cambiare il paesaggio all’improvviso —
adesso cade una finissima pioggia fitta di traverso in un continuo alternarsi di luci e penombre con scintille di foglie sugli alberi a danzare nel vento leggero
una rapida carezza sulle guance — il saluto della brezza accompagnato all’istante da un bacio di sole sulla mano — a sorpresa il trillo di qualche minuto uccello rinato dallo scroscio
ed è ancora tempo di parlarne di uscire a incontrare la pioggia — con la sorpresa di scriverne ancora
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l’airone bianco in risalita nella valle — solo una sagoma nera in alto contro il cielo grigio di nubi basse in movimento
qualche raro raggio di sole intenso sulla pelle nuda come a volerne dire ancora — come a esprimerne il desiderio e sopravvivere
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l’acqua verde per le mille e mille piogge adesso tutta presa dal suo calmo scendere lungo la valle —
così ricompattata nel suo essere mobile qui sotto il ponte alla pria — la pietra e il sasso bianco
signore indiscusso nella storia millenaria del luogo
Roberto Cogo è autore, traduttore, uomo di qualità. Ammiro, dunque, la sua umiltà di mettersi in gioco, anche in relazione alla comprovata serietà del Premio promosso da Gianmario Lucini. A entrambi, un abbraccio, Marco Scalabrino.
Caro Roberto, “grazie” alle vespe con la testa color smeraldo e a quelle costruttrici. “grazie” al merlo, all’airone, al pipistrello appeso alle travi della cucina. Grazie a loro se riusciamo ancora a sognare. Ciao - Pia
Ogni piccola cosa del mondo per il poeta ha una sua voce che parla e chiede comunicazione. La poesia ha il compito di cogliere queste voci, isolarle dal rumore del banale, strapparle alla distrazione del tempo e farne un momento di significato. Credo sia questa la poesia dei piccoli momenti e delle immagini consuete (ma come ingigantite dall'effetto di una lente di ingrandimento, come una fotografia "macro") che cerca Cogo. Cerca anche una sostanziale coincidenza della lingua poetica con la lingua della prosa, forse ad indicare che la poesia non sta nel verso o nella propsodia o nei ferri del mestiere del "poeta", ma nella natura, nella cosa in sé che è già poesia che vive: il verso casomai è una costruzione artigianale, un che di mestiere, un ornamento che però non è essenza. Uno che sa il fatto suo, Cogo, a mio avviso molto bravo. D. Invernizzi
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