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Premio Turoldo 2009 - 8° edizione Agostino Cornali
Questo spazio può essere nostro
è qui che dovremmo vivere, nascosti tra le gradazioni del verde
qui dove le case cadono a pezzi, i cani ringhiano prima dei temporali e i gatti si gettano dai tetti con un tonfo che ci sveglia nel cuore della notte.
Nei fine settimana cancelliamo i nomi di tutte le vie per inventarci una vita diversa, e poter fingere di incontrarci per caso ad ogni svolta, ogni incrocio
come gente appena tornata da chissà quale paese, gente che non si vedeva da anni,
che chiede come stanno anche i parenti più lontani
**** Dici che dovrei sentirmi meglio sotto queste luci che non scaldano la notte.
Esposti al fuoco calpestiamo il cuore dell'insediamento, l'incrocio tra cardo e decumano, il centro esatto del bersaglio.
Non mi consola sapere che questa sera, qui, noi siamo il sale della terra
il sale gettato sulla ferita, sul taglio nel tessuto che spacca l'asfalto.
Non bastano le parole a ricucirlo.
Perciò ti prego portami via, via, portami a vedere la mia città
Un inverno in pianura
Se ne sono andati, tutti.
Ogni notte la stessa notizia, una guerra appena finita, o appena iniziata
e adesso c'è la neve sulle rive del canale, la nebbia entra nelle sale buie dei ristoranti chiusi, gli animali attraversano la strada.
Forse è questo il respiro delle campagne, la voce sommessa della tua terra
l'ultrasuono che io non riuscivo neanche a percepire
Poesie che sento, così lievi eppur significanti, senza sbavature. Un poco caproniane, a tratti. Liliana Zinetti
Mi piace, di queste poesie, il loro essere minimo, la segreta pulsazione che conduce ogni parola verso il finale epigrammatico, e forse drammatico. Un canto silenzioso, mormorato a bocca chiusa che non chiede di esaltare o abbagliare, ma reclama soltanto il diritto, la necessità di esserci al di là del suo cosciente annullarsi (come nell’ultima poesia). Annullarsi dopo il canto. E questa tensione getta le fondamenta di una forza volutamente inespressa e taciuta, che il linguaggio seppellisce nel suo costante adombrarsi al silenzio. Una grande cura poetica, di scrittore, da parte di Agostino. Spero, però, che i suoi versi si illuminino anche di una maggior luce, che affianchino al dolore una felicità piena, possibile, e che non convergano solo verso un sottaciuto, e forse un poco narcisistico, pessimismo. - Giorgio Trevisan
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