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Premio Turoldo 2009 - 8° edizione Antonio Daniele
LE SCARPE CON LA CORDA
Lasciai bambino il mio paese le scarpe con la corda e la mia mamma in treno, non un bagaglio, verso il futuro ignoto. Freddo il fiume spumeggiava presso la stazione rivoltando violento il mio passato, negli occhi di mia madre la speranza di un pasto caldo a sera un posto a pie’ di un letto e calze e scarpe senza buchi e la carezza dolce di una suora. Non un nome dei figli della guerra che liberi ora dalla colpa dei figli di nessuno affollano la trincea della memoria come le camerate allora che sapevano a notte di lacrime e di urina. Io me ne andavo su per il poggio verso i Cappuccini privilegio ambito d’aiuto ai vecchi frati e sulle arse pietre dell’antico chiostro giocavo a volte coi fili d’erba a cappio a catturare le lucertole al sole, ai sogni di sfida e di rivalsa e al canto un po’ stonato del gregoriano.
CELLA QUASI COELUM
Cella quasi coelum in qua coelica cernitur hic ora hic stude hic crimina tua plange. Agostino Tornava all’Ave Maria la mia paglionica sbattendo l’ali sul davanzale; agile sul dito come su un ramo al tramonto beccava i moscerini alla finestra. Scendeva con lei Platone dall’Iperuranio e dall’Olimpo Omero, tacevano i grandi del pensiero sui libri sempre aperti, si coprivano improvvise le celesti vie, come il deserto d’erba dopo la pioggia, della comune quotidianità e il tumulto dei terreni eventi sconvolgeva la solitudine protetta della cella. Poi come scheggia nel cielo aperto tornava alla sua vita, lasciandomi dubbioso ai pensieri della sera.
Fuori altro vivere altro morire. Riversa in un bidone d’acqua piovana una mattina vi ritrovai stecchita la mia paglionica assetata.
DIALETTICA DEL DIVENIRE
E cancellai, l’angoscia nel cuore, l’impossibile ambiziosa identità d’un nome nuovo, naufrago negli abissi del reale, una mattina, ai piedi ancora i sandali da frate consunti e scivolosi sulla neve fresca della notte, mentre tornavo al nome di sempre l’io smarrito e nudo, esposto agli abbagli ed agli inganni, oppresso senza tregua dal senso di colpa del rifiuto. Sommessamente e poi sempre più forte io mi chiamavo per riconoscere il suono del mio nome e ritrovare nella vecchia e nuova identità la vita e i suoi misteri. Ora che il tempo ha fuso le dimensioni sospeso mi ritrovo nel ricordo di un io che cerca l’altro o che lo fugge come la tesi fa con la sua antitesi nella dialettica del mio divenire.
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