Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Maricla Di Dio

                    


 

 

 

 

 

NOTTURNI

 

Dorme, la piccola città così colma dei tuoi passi

in quest'ora gonfia di fantasmi

dove cupo il profilo del castello chiude

agri segreti nella schiavitù del tempo

Fruga la memoria nella curva d'eterni amori

estranei alla ragione, mentre raccolgo delle tenebre

antiche gemme e sciabordio di vecchie

barche e giù, oltre, come immenso, nero

fior di mare, gravido d'anni e bruma

il ruvido bastione

S'acqueta, adesso la laguna, al muto suono di campana

stanca di voci e luci che il porto

inghiotte a notte e svelerà domani al primo albore

 

Domani. E l'ansia del mio corpo slega il tempo.

Artiglio di velluto, il ricordo sui miei seni nudi.

 

..."Verrà l'estate" dicevi "e sarà sulla tua pelle.

L'estate che mai sopraggiunse in questa piccola città

ancora così colma dei tuoi passi...

 

  

L'ALBA CHE VERRÀ'

 

Non voglio più i tuoi ricordi

Hanno ancora il sapore del sangue

Voglio, piuttosto, la curva del tuo corpo

che il tempo picchia col suo nerbo di spine

 

Quelle tue mani che intrecciavano

i miei capelli, voglio

Di te, il tuo corpo-albero, voglio

ed io piccola piccola sotto le tue fronde

 

Hai riempito i miei anni di trincee

Di canzoni sciocche e amare

Di parole e parole...

... Quel tuo letto di fango

Un fucile

Una garitta...

 

Quella Patria amata quanto un figlio...

 

Non voglio più i tuoi ricordi. La tua lingua

sconosciuta. Quella sorta di morte che t'è nata

dentro, poiché tu nascevi e moriva il mondo

 

Basta, padre mio.

Dormi. In quest'alba che verrà concediti

un sogno di pace

Lascia la tenerezza di una favola senz'orchi

e lupi. Lascia i poveri fantasmi della mala sorte

al pozzo degli anni andati

Gioca senza affanni col filo del tempo

e non attendere che il cuore s'addormenti

per abbracciare la tua pace.

 

 

FAME D'AMORE

 

Un tempo era l'estate e nel tuo giardino germogliavano

i colori del fuoco. Saziava un grano d'oro e colmo

per campi coricati al sole

O forse, no.

Era uno di quei film visti e rivisti o pagine di un libro

stretto alla memoria

Va bene, d'accordo. Era l'estate.

O così, pareva.

Adesso, dita di nubi mentre approda un inverno

col suo basco di traverso

Col suo cappotto lercio da bufere e una castagna in tasca

marcia e nera di brume e venti e geli

Ed io, qui a contare le stagioni disunita, slacciata

dall'altra, che m'ha lasciata nuda, sotto la menzogna

Ed io qui, a ripescare un ricordo necessario, come uno

sciroppo amaro

Come uno scialle spesso e nero sulle spalle magre

Uno scialle nero. A ricamarci su, amare voci e antiche

fatue luci

E' il mio bagaglio. Un'eredità di affanni

da lasciare a me stessa quando anche quest'inverno

sarà ricordo per te, spettatore distratto, senza soli negli occhi

Eppure, testarda, quanta fame d'amore stringe le costole

Quanta fame nel deserto dei giorni

E quanto dissennata, ma viva ancora, l'illusione.

  


 

            

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