Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Renzo Favaron

                    


 

E' sempre più difficile vivere nelle paludi del nostro paese  (e il richiamo va a Gadda, al suo eros pieno ancora di una sconcertante attualità e lungimiranza).

Quando anche le persone che conosci da sempre s'impantanano in una morta gora, allora viene da pensare che non ci siamo mossi di un centimetro da quanto Gadda scriveva in modo crudo e al tempo stesso usando un linguaggio fosforescente. Le mie poesie vogliono rispecchiare una situazione in cui il mondo privato e quello sociale sono attraversati da un profondo malessere, qualcosa che ancora non è stato messo a fuoco nella giusta maniera, se non per spezzoni parziali...

 

 

Ora

 

Prendersi il tempo.

Vuoto o pieno.

Non ha importanza.

La salita ora

e l’abbraccio dell’aria.

Migrare alla cieca,

come un uccello

che ha solo le sue ali.

Nulla comincerà se non sfiamma

l’ora di dolore.

Prendersi il tempo

è rischiare la via che passa

attraverso il peggio.

E la pazienza sia compagna.

Per qualunque istante,

vuoto o pieno, non venga meno

lo sguardo, non venga meno

alla stretta del tempo

e a quello che è meglio non vedere.

Ora, per accettare e comprendere,

offriti umile a ciò che fa luce

più in là dei muri illusori

che hai conosciuto.

 

 

Tema dell’inverno

  

Ho visto passare i treni.

La casa vuota.

Eppure viaggiavo

e sentivo il respiro

mentre sfogliavo

un libro in salotto.

Non ero cieco, né sordo.

Sputavo addirittura dei versi.

E come un’eco

la voce doppiata di Crudelia

era inequivocabile:

“Che idiota!”.

Fingevo di non morire,

aggrappandomi a rovine e macerie.

Il fulmine sempre più lontano.

Muti i passi noti

che risvegliavano il cane.

Così, per ore e ore,

si dispiegava il tema dell’inverno:

lettere senza destinatari,

viaggi rimasti nelle intenzioni,

cenni sprofondati in improbabili attese.

 

Che idiota! A volte

non si pensa alla più semplice

domanda: serve a vivere questo?

Anche la pietra ha fame, in fondo.

Non più seppellire il desiderio,

ma liberarlo. Fare del proprio

meglio: stracciarsi gli abiti vecchi.

Aprire la vela nell’alba di limone.

Lasciarsi seccare al sole

il vuoto sanguinante.

 

Ascoltare dalla prua

i trilli squillanti delle cicale.

Per questo sei fatto,

non per la bianca notte invernale.

 

 

Ridolini

 

Sono stufo di te.

Cara mia, non li ho visti

gli anni lievi.

Tra bizze, strilli

e ceffoni, hai superato

la misura pagliaccia di Bagonghi.

C’era poco da ridere:

ho perso lo stomaco

e un pezzo di duodeno.

Sono stufo, cara.

Di tutte le carezze, le moine,

ora sopravvivono le risa,

l’eco di uno sghignazzo generale

che mi segue ancora

quando mi isolo dal mondo.

In fondo, non era una cosa nuova:

piacendomi i versi

studiavo anche prima da Ridolini.

 

Sono stufo di te.

E volentieri ti lascio

gli anni lievi che verranno.

I sonni profondi che la mia vicinanza

ti impediva. Sono fuori.

Non mi mancherà l’umore

instabile di quando avevi le tue cose.

Il paio di ciabatte a Natale.

Tieniti stretta l’elemosina,

impegnala per la maschera antirughe.

Non fermerai il tempo.

E prima di quanto immagini

si svuoterà il paese dei nonostante.

E’ di questo che sono stufo:

l’inganno e il trappolìo delle bugie

in cui ti rifugi

per tenere a bada l’usura dei corpi,

l’andarsene degli angeli custodi.

 

 


 

            

Commenti  Contatta Erga Omnes

 

Tono teso e spietatezza del disincanto ha questo trittico che sembra venire dalla bocca di un personaggio di un moderno "Inferno" dantesco.  Anche il linguaggio, ruvido e castigato (pochissimi aggettivi, molti verbi e nomi) partecipa espressivamente della tensione (o anche nausea, quasi sensazione fisica di disgusto), adattandosi alla fibrillazione del contenuto ("sono stufo", "sputavo dei versi", "che idiota!").  Si ha l'impressione di un vulcano pronto ad esplodere, più che a eruttare.  Poesia potenti, fra le migliori che ho letto in concorso, scritte con abile spregiudicatezza linguistica e stile a mio avviso molto sicuro.  D. Invernizzi