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Premio Turoldo 2009 - 8° edizione Emilia Fragomeni
BURRASCA SUL MARE *
C’è burrasca sul mare stasera. Nubi bluastre rotolano ai confini del cielo. Schiume di onde scendono, risalgono, rubano lembi di riviera. Spruzzi bianchi inondano scogli corrosi da salsedine che spira tra dune maestose. Rami di pini si piegano, spazzati dal vento che urla. La natura ci travolge, mulinelli di sabbia, reti al vento, pesciolini stanchi. C’è burrasca stasera. Sul mare e nell’animo in frantumi.
Eppure si sente quasi l’eco dell’eterno, sospeso tra immanenza, trascendenza, dissolvenza, note vibrate, rovi pungenti e scoppi di coscienza. Bagna il sudore le mani che sfiorano i tasti con pudore e amore, poi li straziano con rinnovata passione. Si schiude il sipario sulle guance concitate e sui suoi occhi, sempre più accesi e ardenti. E lui canta i colori della notte che è stata, del giorno che arriva, dell’alba che nasce, del tramonto che muore. E culla le nenie tenute per anni nascoste nel cuore, fra le onde del mare, fra i rami dei pini, fra il vento che soffia, nell’ombra del tempo che avanza e cancella, trattiene e rifiuta il nuovo e l’antico.. Le dita danno fiato a una voce che suona e rammenta gli accordi di un tempo… E il suono si espande, svetta nel mondo, ponte di note, finestra sul cielo, soffio di piuma, emozione sublime… Si espande e si alza oltre il ricordo, oltre il mistero, oltre le clessidre di frantumate speranze. Tende le corde, accarezza la mente e torna a riempire calici di sogni. Si schiude sul mare, sul cielo, sui bianchi gabbiani. E invade lo scrigno segreto dell’ anima.
C’è burrasca sempre sul mare, stasera. Ma nel cuore pulsano ora solo palpiti di sole e melodie d’amore.
*(dedicata a mio figlio, pianista che ha ripreso a suonare dopo un grave incidente alla mano)
IL TRIONFO DEL TEMPO
Ora che il giorno chiude la sua pagina, accompagnando il sole nelle braccia dell’ombra e più forte echeggiano i venti, non chiedermi come fu la nostra vita un tempo.
Fu una sterminata prateria fiorita, immersa nel vento, dove noi correvamo a perdifiato per acchiappare scintille di dolcezza. Fu una porpora accesa, splendente, una fiamma ardente.
Abbarbicati al fuoco di una linfa, che si scioglieva in atomi di azzurro, bevevamo dalle labbra del tempo il miele della gioia, splendente luce al vivere dei giorni. Suonavamo corde d’arpe e di violini da gole profondissime del cuore.
Ora noi siamo cieli di pietra, scricchiolii di fragili foglie, bacche confuse in balia del vento, ombre assopite al guinzaglio di giorni spenti.
Un brivido d’ombre percorre il raggio che si spegne. Solo un’eco resta nel flusso inarrestabile del tempo. E noi avanziamo piano, carretti stremati su pietre antiche, scheggiate.
Raccogliamo dai cesti del passato, sprezzante del dolore che esibiamo, crudo, una manciata di nostalgie a celebrare sull’altare delle mani il triste trionfo del tempo, che, accovacciato sotto rami di foglie immobili, respira lento, lento…
NUOVA SOSTA
Mentre m’addenso in ombra, cerco di cogliere la trama della vita. Inquieto il cuore non si piega al giogo di spazi angusti o di stretti orizzonti. E solo dalle alture riesce a cogliere residui di luce nel velo del crepuscolo, complice la fugacità delle trasparenze. Il vento porta via nuvole nere, restituendo l’azzurro al cielo. Apre spiragli tra brividi pungenti e dà respiro all’anima che torna a percepire ansie e stupori, di favole evocando l’illusione. E ogni cosa riprende consistenza, s’apre, s’innalza e scardina dal cuore la fonte del costante ricercare. Un’innocenza nuova scava quiete antica e accende la memoria di frammenti di immagini vissute, di attimi incantati, nella falla dei sogni sbiaditi. E la perennità mi coglie assorta, quasi sorpresa, nell’espansione intensa della luce, che ricompone illesa la memoria e la visione estesa di un limpido orizzonte, che arresta l’esitare della sosta. Scorgo l’asperità delle colline e sulla rupe, sopra la vastità del vuoto, una casetta rossa, aperta al vento, che vela i cespugli selvatici di mistero. Ritto sopra un dirupo, un cane vigila, nella fugacità di un brivido di luce. Lontano il mare canta con voce blanda leggende o storie vere. Magico effluvio emana dagli abissi. Alto, nel cielo, un volo di gabbiani fende la coltre d’aria che si stende sul mare, morbida, leggera, e dolcemente invita a sognare. E intanto muore dentro l’acqua il giorno. L’azzurro più non dà tregua. Si ferma l’ora. Serenità sottile si diffonde nello spessore denso dell’esistenza. E io mi arrendo alle fragili trasparenze di allusioni che mi trascinano oltre il confine umano della mia essenza. L’anima si distende e accoglie il fascino del sole, bevendo dalle labbra del tramonto intense emozioni. E in questo crepitare di assonanze guarda la vita che l’avvolge intorno, accoglie nuove voci, nuove proposte e dal dirupo si sporge a nuova sosta, aperta alla speranza.
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