Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Valeria Serofilli

                    


 

 

Scrivere è per me una necessità. Questo fin dalla mia prima raccolta del 2000 Acini d’anima con cui vinsi l’Astrolabio Poesia, Premio che oggi ho l’onore di presiedere.

Se nei primi lavori era evidente una certa impronta petrarchesca anche dovuta al mio percorso di studi, a partire da Nel senso del verso la mia ricerca si colloca nell’ambito delle due direzioni di indagine tipicamente luziane, vale a dire quella di partenza del senso del verso indicata dal titolo stesso e quella simmetricamente correlata nel verso, inteso come direzione, del senso, vale a dire del fine teleleutico della nostra condizione esistenziale. Ma qual è il rapporto tra il movimento del verso e il suo senso? A mio avviso il senso del verso è da intendersi sia a livello logico che emotivo. Infatti per scrivere poesia avverto l’esigenza di uno stimolo concreto, spesso di natura visiva. L’unica piccola variazione sul tema è quella che concerne la poesia d’amore( si veda la lirica Ebbra) nella quale la percezione visiva, senza cancellare del tutto la connotazione della realtà stessa, giunge quasi a sublimarla creando una trasfigurazione della dimensione concreta che però resta figlia della realtà stessa. Ad esemplificazione di questi due concetti i testi da me inviati al presente concorso: “Resoconto (In morte di Mario Luzi)”, “Ebbra”(versione cantata e recitata) e “Segmento di lucertola”.  Indubbiamente Luzi, oltre a Montale, è per me uno dei punti di riferimento più saldi e costanti, sia per la vicinanza tematica che fonoprosodica. Fra gli esempi più evidenti di questa vicinanza ritmica e contenutistica, i miei testi “Segmento di lucertola” e “Percorso”.Tuttavia anche come figura umana il poeta è presente, in quanto fonte d’ispirazione con testi a lui espressamente dedicati. E’ questo il caso di “Resoconto” che ha come sottotitolo “In morte di Mario Luzi”, in quanto scritto in concomitanza con il triste evento, mentre  “Gli ulivi abbacinavano il sentiero” (lirica pubblicata in Nel verso del verso, Leonida Editrice, RC, marzo  2009) è ispirata ad un’altra raccolta luziana, nello specifico  Su fondamenti invisibili.

«L’eredità non so del mio strano / rapporto

con la vita o meglio/ il suo diporto

Ora / altro poco conta, caro

né più né meno di come ti ricordo»

(da “Resoconto”)

Con tutta la riconoscenza per un modello che per me è stato un significativo punto di orientamento, ritengo tuttavia che un autore dopo un primo confronto debba trovare un percorso personale in cui sia avvenuta l’interiorizzazione e l’attualizzazione del modello ispiratore nell’ambito di una propria espressione autonoma.

Esistono infinite violenze. Ce n’è una invisibile, fatta di fame e di sete, di cui siamo vittime inconsapevoli, ogni volta che pensiamo indispensabili,  le cose inutili che questa società, ci propina, quotidianamente, attraverso l’inganno televisivo, che tende a farci rassomigliare a ciò che non siamo. Tutto questo e altro, ancora, è “In diretta dal ventre” e i suoi tre tempi.

Spazio Web  www.valeriaserofilli.it

Contatti         valeriaserofilli[at]alice.it

  

Resoconto

(In morte di Mario Luzi)

 

L’eredità non so del mio strano rapporto

con la vita o meglio / il suo diporto                                               Scarica l'audio

Ora / altro poco conta, caro

né più né meno di come ti ricordo

Col vivere si versa / al vivere un acconto

ma sempre infine ti si riversa il conto

in scomodo ritardo, prolisso contrattempo

Fili di carrucola dipanano

strane circostanze / meccanismi

ricordi a branchi / brancolano il buio

ed io qui in attesa di dire / cosa? -

Quello che è stato, o quel ch’essere poteva?

Qui con i miei fantasmi (a) tracimare

sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo

scandagliandone il ritmo ed il meandro

scindendo l’essere dal non  / l’ora dal quando

Lo strano riversarsi / lo strasogno

tra annichilimento e resoconto / catarsi

a summa del percorso,

quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi

aspersi di consenso, di non detto

Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi

il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto

l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno

l’altra metà è fine del sentiero

Ed ora qui a riflettere se è vero

se esista un senso al verso del pensiero

o se tutto è già scritto falso e vero

Se è nel libro che ti addossi contro

in quel palmo riverso / nascita e mescita

rimescolìo d’intenti / fraintendimenti

E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze

in bilico tra un sé stessi e il niente…

Se potessi al vivere

non dover mai / dare un resoconto!

 

 

 

Segmento di lucertola

 

Non dichiarano poetiche – dici

i poeti veri

 

Si dimena / il loro fare, segmento di lucertola

in vortice eterno / eterno movimento

all’unisono col pensiero / oltre

il tormento, (tormentato canto)

 

Lucertola in segmento, la poetica

mulinello d’idee / forza centripeta

che genera catarsi, sacrificio funzionale

alla rinascita

 

Staccata coda che rinasce

reincarnato incanto / metamorfosi a oltranza

 

E alla lucertola al sole / non rincresce

di avere della coda solo un mozzicone

perché tanto sa che le ricresce

punto oltre da sé, da cui diparte / obbligato

distanziamento che ne accresce

la nostalgia di muro:

prezzo che è ben valso il suo futuro.

 

 

 

Ebbra

 

Ora tu qui / alchemica mistura

ed il pallore si farà dunque rubino

fecondo di ebrezza e dolci attese

paghe di amplessi e di sorprese

 

Nata appena / come d’uva il mosto

Appena sorta / com’alba da tramonto

Schiusa / pistillo da corolla:

liquida / com’acqua di sorgente

 

Tempo è di berci / chimerico piacere

tempo è di sorsi, aliti ed essenze:

il tuo fiato da noi trasfonde

e si alimenta

e ne accresce l’orlo e lo trabocca

 

Vendemmia di pelle / occhi negli occhi

Se è tutto inganno

inganno sia

perché è questo

il più dolce annegamento!

 


 

            

Commenti     Contatta Erga Omnes

 orgoglioso di appartenere ai tanti fortunati che amano le tue presenti e future creature....in versi. baci.  luigi palomba

 

Nota di lettura di Piero Simoni.

 

 “Se potessi al vivere / non dover mai / dare resoconto!”, sono i versi finali della poesia “ Resoconto “ di Valeria Serofilli che mi hanno portato a queste riflessioni.

Gli uomini svolgono le loro azioni, la loro stessa vita, più o meno con capacità, risultando, riscuotendo successo, talvolta insuccesso, comunque facendo qualcosa, trascorrendo il tempo. Ingegneri, operai, lavoranti di ogni specie, ciascuno sviluppa un suo percorso che lo porta a soddisfare le proprie esigenze, a fare anche quello che le occasioni permettono di fare; la somma di ciascuno diventa la società con le sue evoluzioni e richieste temporanee. Una vita, quando c’è, in qualche modo va vissuta, meglio se si può incidere nel suo corso; capita anche che essa scorra da sé e noi si possa fare ben poco se non starle dietro, visto che comunque, la condanna del tempo, si muove inesorabilmente per tutti. La vita di relazione, la vita sentimentale, familiare, la storia professionale, la vita nella comunità di quartiere, cittadina e nazionale, il legame internazionale, il nostro tempo scandito dall’esigenza della sopravvivenza, é un flusso che si muove e ci porta via. Riuscire a tirare avanti, imponendosi là dove e chi può, giusto o sbagliato, questo accade.

Non il poeta, che non partecipe alle vicende della speculazione quotidiana, ha il dovere di assolvere alla sua condizione, di guardarsi con coraggio fino in fondo all’anima, nel buio più profondo dove è la solitudine e, insieme a mille interrogativi, dubbi, mancano le certezze, risposte che leghino all’universo, che diano un senso alla nostra presenza. Giuliano Manacarda, ne “Il Castoro”, riferito a Montale, scrive: “Scampa l’uomo alla sua sorte, ma non il poeta pago solo di avere additato agli altri la via della salvezza e che resta alla sua dura e generosa funzione di veggente, di colui che << attraverso la sua voce isolata>> può trasmetterci <<un’eco del fatale isolamento di ognuno di noi>>”. Il poeta ha il dovere, mettendo a nudo se stesso,di rivelarsi agli altri, di indicare una via, di dare un contributo all’umana esistenza, facendosi carico di sé, ma anche di tutti gli altri, come uno specchio che si riflette in mille altri specchi, con gli altri che in lui si riconoscono; la sua esperienza a beneficio di tutti. Dovrà guardarsi dentro, con rigorosa analisi, cercare di rispondere al quesito che lo stesso Pirandello si poneva, quell’oltre che ci doveva essere al di là della nostra vita quotidiana, quell’oltre che può non essere illusione sentimentale e che anche per Montale è stato oggetto di percezione e ricerca. Parlare poi alla gente come dovere per il bene ricevuto da rilanciare, tentare strade nuove che non siano il rimestamento di quello che è stato il pensiero dei maestri che ci hanno lasciato: in eredità l’impegno, non della materia poetica l’oggetto, già espresso. Al “ fatale isolamento di ognuno di noi” (Montale), all’inquietudine del vivere, mi sentirei di dare, noi di epoca successiva ai Pirandello e ai Montale, intanto due ipotesi di risposta da scandagliare, da verificare, da aggiornare. Una è la natura, presente da sempre nell’animo dei poeti, ma che può avere altri significati, concreti e metafisici, alla luce dell’inconsistenza  a cui la società globalizzata ci porta; la natura nell’universo, con i suoi misteri ancora insoluti, può aiutarci. L’altra è l’amore, anche questo concetto vecchio come il mondo, ma che potremmo applicare al nostro vivere, senza retorica; l’amore per gli altri, per i nostri simili, senza riserve, in comunione di intenti nel nostro passaggio, spostando il centro di attenzione da sé agli altri,cercando forse un calore “all’isolamento  di ognuno di noi”(Montale).

Chiudo questo mio intervento, che voleva essere riferito alla vita e al quesito che pone Valeria Serofilli, sul suo domandarsi conto, ancora con una citazione di Montale, il frammento finale della poesia “I limoni”: “Quando un giorno da un mal chiuso portone/ tra gli alberi di una corte/ ci si mostrano i gialli dei limoni;/ e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano/ le loro canzoni/ le trombe d’oro della solarità.”.

                                                                                                      Piero Simoni (31 gennaio 2010)

 

La Poesia di Valeria Serofilli , dalla parola elegante e ricercata, colpisce sempre per la ricchezza di musicalità che trasuda da versi concatenati ad arte in un altalenarsi vivo di assonanze che preludono ad immagini poetiche di assoluto valore.  Stefano Massetani  (Pisa)
 

Testi di impostazione classica, fluida, musicale. Ma non alieni ad una più moderna ed attuale tensione tra l'ideale e il reale, tra sogno e dati di fatto concreti. Alla riflessione, si affianca sempre l'emozione, lo stupore dell'autrice; alla logica si sovrappone l'ebbrezza del sogno e dell'abbondono, consapevole e fertile, alla poesia e alla vita.  -  Ivano Mugnaini

 

Per chi conosce l'opera di Valeria Serofilli, leggere queste tre liriche significa risalire in vetta e inspirare a pieni polmoni: è poesia grande e indiscussa!    Ma attenzione: l'aderenza del linguaggio, la sua ricchezza, la sua complessità,  richiedono una lettura lenta e attenta e poi ancora  riletture: qui la  poiesis avviene, infatti,  su piani diversi intersecanti e la comunicazione si avvale di  una pluralità di canali, così che il lettore finisce per scoprire sempre nuovi significati riposti e per ricevere suggestioni così vive da stornare l'attenzione. E' difficile, insomma,  arrivare all'ultimo verso senza che, di riflesso,  meccanismi autonomi siano stati messi in moto.  I tre canti, sull'esistenza, la poetica e l'amore, rappresentano altrettanti accessi privilegiati all'opera di una artista sulla quale si sente poi il bisogno di ritornare. - Paolo Stefanini

   

Nota di lettura di Maria Giovanna Missaggia

 

Dei tanti, tantissimi scrittori di versi che affollano sia le pagine a stampa che quelle elettroniche, in una sinfonia vastissima e frastornante di voci, i versi di Valeria Serofilli ricordano il suono di un diapason che fissi la misura, il “senso del verso”,  per l'appunto, ossia la sua ragion d'essere e, per cosi' dire, la direzione del suo moto, ossia i punti cardinali verso cui risulti oggi possibile orientare la ricerca poetica.

Questo carattere ragionativo-inquisitorio emerge dalla tessitura dei testi che si fonda sul rincorrersi di sempre nuove, e via, via piu' articolate definizioni dello spunto di origine, come un ampliarsi della riflessione poetica per mezzo di successive puntualizzazioni, sfaccettature, approfondimenti su un tema d'avvio, secondo una struttura a cerchi concentrici (e non a caso una tra le piu' belle liriche della Serofilli, che da' il nome ad una intera raccolta, si intitola “Chiedo i cerchi”).

Ma questa sorta di accanimento definitorio non si esprime per mezzo di un linguaggio geometrico e lineare, bensi' sceglie la forma piu' difficile e improbabile per svolgere un ragionamento, ossia  quella dei legami analogici tra la realta' che si vuol descrivere ed una serie di immagini che si sviluppano in successione e scaturiscono l'una dall'altra, secondo una strutture a climax.. E' come se il “senso del verso” si sdoppiasse: da un lato l'indagine ragionativa, dall'altro una creazione ininterrotta e  multiforme di piani della realta' ognuno dei quali riflette l'oggetto indagato, lo trasforma e ne sugerisce nuovi potenziali signficati.

In questo senso l'inserzione dei richiami piu' o meno espliciti a Montale che la stessa autrice segnala (Fili di carrucola dipanano/ strane circostanze, Resoconto) mi sembra abbia una funzione ben diversa da quella dell'usuale ammiccamento letterario, o di un senhal posto ad esprimere il proprio debito intellettuale verso un modello poetico: e' invece uno specchio aggiuntivo, sovrapposto ai molti altri creati dall'autrice, e che, come gli altri, riflette  l'idea o l'immagine che e' al centro della ricerca, ed in parte la spiega, in parte la deforma, rendendo necessario un nuovo tentativo di definirla. Questo, credo, spieghi anche i rimandi interni ai testi della stessa autrice che e' possibile trovare nelle sue raccolte poetiche.

Quanto alle analogie cui e' affidato il compito di estrinsecare la vera sostanza delle nostre esperienze, esse hanno la natura rutilante, la musicalita' sonora e la capacita' di ramificarsi ininterrottamente che hanno gli slittamenti analogici della poesia barocca. Sebbene il Barocco non costituisca  uno dei riferimenti intenzionali di Valeria Serofilli, e' innegabile che esso sia un tratto connaturato alla sua sensibilita', come dimostra la struttura dei suoi testi nei quali uno stesso dato della realta' subisce continue metamorfosi per mezzo di successive metafore, ognuna delle quali sembra essere quella che definitivamente imprigiona l'essenza stessa della cosa descritta, mentre e' solo un nuovo punto di avvio da cui si dipartono altre trasfigurazioni (“Nata appena / come d’uva il mosto/ Appena sorta / com’alba da tramonto /Schiusa / pistillo da corolla:/ liquida / com’acqua di sorgente”, Ebbra). Barocco e' anche un ulteriore elemento che caratterizza i versi della Serofilli e che non saprei come definire se non come una sorta di sensuale esuberanza  verbale: sequenze allitteranti e paronomasie producono echi e risonanze interne che complicano ed arricchiscono i suoni fino a riprodurre sul piano della musicalita' l'intensita' delle sensazioni descritte (“Col vivere si versa / al vivere un acconto/ ma sempre infine ti si riversa il conto/ in scomodo ritardo, prolisso contrattempo”; “quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi/ aspersi di consenso, di non detto. /Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi”, Resoconto).

Significativa, infine, e' la naturalezza con cui all'interno di questi accorgimenti tecnici viene accolta una sostanza umana viva e bruciante: Resoconto e' il solitario colloquio con un maestro scomparso, ma e' anche il dialogo, colto con straordinaria immediatezza, che ogni uomo ha con se stesso (“ricordi a branchi / brancolano il buio/ ed io qui in attesa di dire / cosa? -”; “Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi/ il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto/ l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno/ l’altra metà è fine del sentiero).  

                                                                                                           Maria Giovanna Missaggia

 

Il mestiere del poeta è dare voce a quel lento morire e rinascere che è la vita.  E Valeria Serofilli è poeta! 

La sua voce parla della consapevolezza dell’essere e non essere, del vivere e morire, dell’eterno in bilico tra un se stessi e il niente….. del rivivere. La sua voce gioca con un linguaggio di immagini, con il ricordo (Mario Luzi),  per  esprimere quel pensiero che come un  vortice eterno, sopravvivrà forse agli uomini e alle cose, alle umane contraddizioni.  

 E alla lucertola al sole/non rincresce

di avere della coda solo un mozzicone

perché tanto sa che le ricresce.

 E’ poeta chi  ha la capacità di trasmettere, ad ogni rilettura, qualcosa di diverso della realtà. Qualcosa di più!

Valeria Serofilli ci riesce, coinvolgendo noi stessi nei suoi ricordi (in Resoconto) ed il suo rapporto con la vita diventa il nostro vivere, i suoi fantasmi (che sono i nostri fantasmi) ci avvolgono, il suo umano pessimismo (bicchiere mezzo vuoto) ed il suo tenero ottimismo (bicchiere mezzo pieno) ci commuovono.

 Quello che è stato, o quel ch’essere poteva?

 Valeria Serofilli  riflette noi stessi e le umane e forti debolezze. Il vivere di ogni giorno con i suoi accadimenti, con i suoi tormenti, le momentanee riflessioni e le paure. Paure di quel resoconto che al vivere nessuno di noi vorrebbe mai dare (per mancanza di vissuto, forse, per rimpianto, per mancanza di certezze) in bilico tra un se stessi ed un niente.

Riflette l’uomo le cui paure, le cui domande si  assopiscono e si dileguano (per un sublime momento) al concretizzarsi dei sensi, quando (in Ebbra) il pallore si farà dunque rubino.

Nell’intermezzo della nostra realtà, di quel lento vivere e morire, c’è dunque per ognuno il tempo di  sorsi, aliti ed essenze.

Ed il poeta si inganna come noi ci inganniamo, ama, come noi amiamo e  per un attimo, solo per quell’attimo, si annulla.  Quando vivrà  e per noi darà voce al più dolce annegamento.

                                                                                                         Firmato Gianni FAZZINI

 

Alle note di lettura che già abbiamo prodotto sulle raccolte della nostra amica Valeria, poco possiamo aggiungere in questa sede. Ci limitiamo ad apprezzare la sua vena coraggiosa e solare. Valeria sa sempre sorprendere il lettore con i suoi arditi accostamenti di segni che generano nuovi imprevedibili sensi: è una poesia, la sua, che non lascia mai quieti e impedisce di rassegnarsi all'ovvietà. Dietro la luce mediterranea dei suoi versi si nasconde il dolore che sempre, a nostro avviso, accompagna la vera creatività poetica: la lucertola perde la sua coda in un distacco doloroso, e questa continua a vivere e ad inquietare con il suo movimento incessante…   Andrea Salvini

 

Ricerca e scrittura sempre avvincente, tesa ad un confronto culturale di notevole spessore che rende la lettura coinvolgente.  Più volte l'inganno della solitudine e del ritrovamento è capace di  esondare, per affogare il pensiero in un intreccio di occasioni raccontate per brevi e fulminanti misteri.  -  Antonio Spagnuolo

 

Valeria Serofilli, attraverso la ricchezza del linguaggio e le parole ricercate in un susseguirsi di immagini che nelle tre liriche si rincorrono fluide, sviluppa un percorso che ci coinvolge e in cui ci ritroviamo. Vorrei però sottolineare il fatto che, leggendole e rileggendole ad alta voce, ne emerge una musicalità particolare: le tre liriche sono infatti disseminate di assonanze e consonanze; di rotacismi che l'autrice sembra preferire per ottenere un effetto peculiare di sonorità, presente già nei titoli ("quel tuo darsi - strano a dirsi - in fogli sparsi / aspersi." in "Resoconto"; "forza centripeta / che genera catarsi, sacrificio." in "Segmento di lucertola"; "e ne accresce l'orlo e lo trabocca" in "Ebbra"), mitigati poi dalla ripetizione di suoni più morbidi ("vendemmia. / .inganno / inganno. / .annegamento!"). Le improvvise rime ("sentiero / vero / pensiero / vero"; "rincresce / ricresce / accresce" ; "attesa / sorpresa") e le cesure, forzate dall'inserimento del segno "/" in mezzo al verso, generano quasi un ritmo di 'ragtime', con un effetto veramente singolare. Claudia E. Turco