Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Liliana Zinetti

                    


 

                                                                         

 

 

DCA - un’etichetta al dolore, al disagio, al male di vivere. Nella nostra società opulenta ci sono ragazze e ragazzi che si lasciano morire di fame; un “fenomeno” in crescita esponenziale. Forse il grido di dolore di chi non trova “un posto” dove stare, forse il prodotto di rapporti famigliari conflittuali, forse una società non più a misura d’uomo. Sono tante le domande quando si prova ad accostare questa sofferenza che è  dell’anima e viene rivelata attraverso il corpo, l’ingombro del corpo. Accogliere questo grido, sollecitare le istituzioni, fare qualcosa. E’ dovere di una società che si ritiene umana, è nostro dovere di genitori, di educatori. Occorre sollevare  il velo di pregiudizio che ancora sorprendentemente pesa su questa malattia terribile, occorre una risposta urgente che riavvicini questi giovani alla vita di cui hanno pieno diritto. E dalla quale si  allontanano, soli.

  

 

da Due

(I giorni del sole fermo)

sezione del libro Nel solo ordine riconosciuto,

L’Arcolaio di G.Fabbri, 2009

 

 

 

 

 

 

C’è un vento che scuote lamiere, mugghia

come un toro irato. Lei conosce lo iato, lei

separa un tempo da un tempo

(ma mischia il grano al loglio, il sano all’infetto)  alza

inferriate, uncini di vetro

 

sfarina la pena

mangiatene tutti, questo è il mio corpo

 

la liturgia del pane, corpo

consunto per tornare

 

a quando erano gli occhi stelle

con ancora un cielo

 

Lei attraversa l’aria

e si fa attraversare

 

da becchi di uccelli furenti

 

e vuole il cielo e vuole il mare

l’assoluto azzurro, lei fata

di sortilegi e marzapane

lei strega di furori e tempesta

 

di un corpo sacrificale.

 

(I viali trasportano lo strazio fin dentro gli alberi,

la curva inaspettata con i fiori, cose

che pensammo immutabili, andate

come sillabe finite prima del dire:

                     la bocca murata del dolore)

 

 

 

Tutto il pane del mondo

 

Era per il confine,

per la pioggia. Soffriva anche la luce,

incrinata nell’obliquo raggio di gennaio.

Il grano e l’acqua, l’oro lontano

dell’estate - un’isola scossa dai venti.

Dicevi gelo-neve

per coperte e tazze di latte, mentre

roteavano bianche

lune d’inverno, rami, tam tam

di tamburi alle pareti.

 

Misuravi le distanze

rabbrividendo piano

tra l’inverno e l’urlo.

Dicevi buio-notte

per pane e zucchero, di schianto

crollava la lancetta dell’ora,

il buio freddo sulla nuca

sull’acqua delle dita.

 

Batteva fissa l’ora

a nord di ogni cosa, chiedeva

la rivolta del sangue, il segno, l’assoluzione.

 

 ***

 

Ci sono stati giorni con la neve sui tulipani

a folate la polvere negli occhi e sui fiori

tempo dove qualcosa batteva senza fiato.

Un graffiare di bestia ai vetri.

Abbiamo spezzato il pane

e bevuto fino all’ultima goccia

la quieta disperazione dei morti.

Conficcati nelle mani

i vetri dell’aria erano grida.


 

            

Commenti     Contatta Erga Omnes

 

Le poesie di Liliana sono impeccabili, pulite fino all'osso, luccicano per forza evocativa e per sobrieta' di linguaggio, nel loro saper dire con grande essenzialita' dell'umana condizione del dolore.  Una poesia che amo per il suo sussurro senza mai eccessi, per il lamento pacato, senza mai grida, ma capace di scuotere dentro, di entrare fino in fondo.  Una poesia quasi religiosa per intensita' e immagini. Bellissimi questi suoi testi. - daniela
 

Il tuo verso m'attanaglia e mi lascia a sanguinare nel vento: è scheggia di dolore che imperla la carne dell'anima.

Anna Cacciola