Premio Turoldo 2009 - 8° edizione

           Rosario Dipasquale

                    


 

 

Le poesie presentate costituiscono un percorso, umano prima ancora che artistico, nella stilizzazione ed elaborazione dell’abbandono della persona amata: la lontananza è avvertita costantemente, pur in mezzo alle ordinarie vicende quotidiane, e, come un centro di gravità, attrae inevitabilmente i pensieri e le riflessioni del poeta. Così, con accenti diversi, questi si interroga sul senso della nuova condizione, e sebbene la malinconia sia il sentimento predominante, non manca di affiorare una timida speranza, che, ora con sorridente accettazione, ora nel ricordo vagheggiato e nella rivendicazione sofferta, testimonia la forza che anima il poeta, impedendogli di fermarsi al lamento, ma proiettandolo piuttosto verso una nuova e più profonda comprensione della sua condizione. Le poesie non descrivono la meta del viaggio da raggiungere, il termine fisso a cui aspirare e tendere instancabilmente, solo per superare il momento di dolore presente: piuttosto, esse testimoniano il colloquio interiore dell’anima, e i passi, pur sofferti, da essa compiuti in questo pellegrinaggio; non c’è infatti spazio tanto per la rabbia o la frustrazione, che impedirebbero la maturazione e la comprensione dei sentimenti, quanto per la contemplazione, attenta e silenziosa, delle ferite, di cui, anche attraverso l’espressione poetica, si cerca la rimarginazione.

Scaturisce così una valorizzazione dell’attimo presente che non è ubriacatura di hic et nunc, ma scoperta prima, e invito poi, a vivere appieno ciò che ci è dato in sorte: la lontananza, vissuta invece che rimossa, si fa occasione. E anche nel dolore dell’abbandono può scoprirsi la possibilità e la leggerezza di un sorriso che ha radici profonde.

 

 

 

 

Sui tetti, come una gatta, la notte si posa.

 

Ortigia sa stregarmi

Ad ogni sera

E mi consola

 

(qui piangere va bene)

 

Non so distanze da cucire

-la terra e il cielo

il cielo ed io

le mie mani e le tue

-mai si sa come abbracciarsi

 

Non ho lacrime per tornare

-un esilio, i ricordi,

e sangue sulle tempie, dimenticare-

 

Dai tetti, come una gatta, la notte mi guarda.

 

Lontano e flebile è l’amore, e fuori mano

mentre si deve comunque comprare il pane

Chissà il coraggio, dov’è

se saprà ritrovarmi dopo aver cambiato casa

 

(Che fa l’orizzonte, laggiù in fondo, con gli occhi chiusi?)

 

Non ho tristezza alcuna da vestire

E non ho pensieri che non gravitino su di te

 

Solo la notte mi resta

-accoccolata sui tetti, come una gatta-

e sa sorridere con me

 

 

*** ***

 

Quando verrà la tempesta?

Una speranza d’annegamento qualsiasi

Perché non abbia più a respirare sale

 

Uno scarto violento dolcissimo

(atteso e inaspettato)

da questa processione di minuti che distillano

solo aggettivi di scarsa qualità

(rattoppi su un vestito logoro)

in un parto di ripiego

nel tentativo di dare un qualche sapore

a questa bonaccia

che inchioda i miei sensi alla superficie delle cose

(con la stessa retorica delle seconde

e la stessa insofferenza dei primi

la parole si rincorrono come le feste comandate)

 

-Anche tu, ora, assomigli ad una parola

adagiata sul gran mare placido

di queste ore sospese, e tranquille, e malate;

danzando piano, insieme a tutte le altre,

ad un ritmo blando, e svogliato:

solo, più bella di tutte le altre,

da non potervi staccare l’anima

Unico punto di fuga

che possa darmi vertigine:

balsamo che profumi d’infinito

un’intera, interminabile notte di attesa

 

(simile, la mia esistenza, ad una veglia

-Estote parati

Contro il sonno

che disarticola ragioni e assembla dubbi

E abbondando puntini di sospensione

i sogni riciclano speranza

sdrucciolevole)

 

Arrivando, infine,

                                    Alla forza di pregare

                                                                        Dal profondo

 

Fino all’alba…

 

 

 *** ***

 

Brucia, sgomento cuore, brucia!

 

Ora che non c’è propriamente bisogno di una guarigione

Quanto piuttosto di un sollievo

Ora che sulle mie spalle batte pacche amichevoli

Uno sconcerto che non sa nemmeno reggersi in piedi

E la solitudine torna a cercare la mia mano

Come io cercavo la tua

 

Brucia

Quest’ora

Approssimata, e densa,

Vestita della sua propria stagione

Con normalità feroce

Scagliata a strali

Come a stordire

Eppure, senza stordire (non del tutto)

 

- Solo il tempo di una rabbia piccola sorpresa -

 

Perché è tutto insignificante,

tutto sufficiente a smarrire il senso

di quelle poche cose immaginavo lo avessero

 

Ora che raccontare è fatica al di là di ogni parola

E non posso dirli sospesi, questi attimi

Non lo sono più, almeno, (mi pare)

- Ma sono estranei (ecco, la parola giusta)

Nonostante la vaga somiglianza di un tempo che dovrebbe essere mio

 

Brucia, sgomento cuore,

Perché quel che resta è spingersi al limite

Lontano da gravità mediocri

Per guadagnare quell’unica stoltezza che mi salvi

E restituire definitiva dignità a questo disperso destino

 

Perché la felicità abita i luoghi oscuri

che stanno dietro la cortina delle verità

 

E solo bruciare può far luce

 


 

            

Commenti  Contatta Erga Omnes

 

Un poeta molto ambizioso, non c'è che dire: la presentazione esauriente pone subito l'accento su temi forti, cruciali della sua poesia. Mentirei nel dire che la successiva lettura mi ha deluso, perché mi è paicuto e perché ho visto tutta la sofferenza del dover dire, la voglia urgente di doversi esprimere. Questo è di tutto il miglior pregio e il peggior difetto: lo dico con onestà. Infatti si avverte un'incostanza nell'espressione che vizia la struttura, al contrario, studiatissima. E si vede. Faccio un esempio: "Sui tetti, come una gatta, la notte si posa." Verso, quasi un haiku, molto evocativo. Oppure: "E la solitudine torna a cercare la mia mano / Come io cercavo la tua" ... Anche questo un verso (come molti altri) bellissimo. A questo replicano versi meno nobili come: "E abbondando puntini di sospensione / i sogni riciclano speranza/ sdrucciolevole" E ancora: "Ora che sulle mie spalle batte pacche amichevoli". Espressione poco felice, "batte pacche", e oggettivamente cacofonica. Vedo tanta potenzialità in questo poeta e già tanta realtà, concretezza. Il tempo, senz'altro, lo farà cosciente ancor di più dei suoi mezzi espressivi. E allora sarà da apprezzare senza riserva alcuna e da leggere, da ascoltare con molta attenzione. - Giorgio Trevisan