Terra di mare
Nulla al mio nascere
capivo
e non molto son
cresciuta nel sapere.
Certo è però che so
la mia fortuna: in terra di mare sono nata,
terra di mare e
sole. E di colori.
Chi non ha mai
gustato l’avvolgente abbraccio dell’azzurro
perennemente fluido
in movimento
come può penetrare
il mistero dell’Amore?
Quando è immerso il
corpo dentro l’acqua
e nulla odi se non
il tuo respiro,
il modulato canto
delle onde
e l’ali dei gabbiani
sopra il capo,
lì sperimenti la tua
storia.
Nuda e sola
eppure in unità con
la natura. E in movimento lento.
Non frenesia né
scatti, ma lunghi moti ritmati, calmi.
Danzare in acqua,
come cantano le parole nella gioia.
Le parole e i
silenzi.
Mi circonda il manto
morbido di un’acqua scaturita dal fondo della terra,
mare assolato
carezza la mia pelle.
Lì odo la mia voce
e scivolo dentro un
mistero senza tempo
dove ogni istante ha
un volto e un dolce nome.
Terra di mare è la
mia terra.
Grande è il dono
così come l’impegno:
essere zolla e
goccia, pietra profumata di sole,
onda costante,
pronta a carezzare con fedeltà la riva.
E anche conchiglia,
per accogliere la
voce del fondo più profondo e trasmetterne l’eco.
Quale traversata poi
per esser granellino!
In sabbia anonima,
uno, fra miliardi, minuscolo, se solo inerte,
ma legato con altri,
parte di magici castelli, tra festose mani di bimbi ancora veri.
Lasciati lì i
castelli, in balia di piedi irrispettosi, di palloni lanciati alla deriva…
Si sbriciolano i
castelli, ma non il granellino.
Io, bagnata o
asciutta poco importa,
pronta a legarmi
ancora
per nuove,
inimmaginabili costruzioni.
° ° °
Ma la logica oscena
del denaro
rende spazio di
morte pure il mare.
Vagano alla deriva
corpi esangui, scagliati dentro l’onde
da bocche mute che
non hanno acqua né pane.
Sono cento, mille,
son migliaia i Clandestini.
Non uomini donne o
bimbi, ma “merci da contare“.
Poveri della terra,
senza volto né nome,
giù nel mare,
gente che non ha
nulla e ancora spera.
Ma chi s’illude
d’aver tutto deve far tacere la parola della speranza.
se mai
se mai non dare
corpo a un soffio antico
che nell’istante
riceve consistenza…
se mai spazio bianco
fra le mani
e penna non venisse
annerito…
se mai l’abissale
mio silenzio non si popolasse d’altri suoni
e per occhi stupiti
più non incontrassi sguardi nuovi,
sarei certo passata
all’altra riva.
Ma ancora avanzo in
questo tempo
e devo dar forma a
un corpo di parole
perché non sia
evanescenza la Parola.
Scavo fedele fra
aridi solchi abbandonati
sommesso canto d’ali
intorpidite e mani stanche
affaticate e nude.
Ora, ogni tempo e
spazio è da fissare,
occorre alzarsi e
andare perché questa sia l’Ora, finché
se, se mai…
Povero
scrigno
Stasera sempre vengo
ma non stella a
guidarmi né lucerna.Tenebra incombe.
Vengo per vederti,
ma nulla scorgo, nessun segno.
Vengo per
ascoltarti, ma non cornamuse né celesti cori.
Vengo per
incontrarti e Tu ci sei,
Bambino o Crocifisso
poco importa.
Tu ci sei, Dio
paziente e fedele sempre attendi,
anzi no, incontro mi
corri.
E io vengo, Signore,
e apro il mio scrigno:
c’è il mio corpo,
ogni giorno più logoro e stremato;
c’è il cuore, favo
d’amore pazientemente costruito,
eppure ogni giorno
devastato;
c’è la memoria
intasata, le mani e le parole vuote.
C’è l’arido vento
della solitudine
che, ad ogni ora,
soffia amara amarissima amarezza.
E le mie labbra
spente eppur festanti
per far risuonare il
dolce nome tuo, Signore.
E i mille fogli
incisi di messaggi, versi, arcobaleni e fiori.
E tutti i pacchi, di
spesa o di regali poco importa,
pacchi pesanti,
vuoti di risposta.
Ci sono i desideri
di generose opere da fare:
risvegliare chi
dorme e incoraggiare, ridonare speranza e sempre amare.
E la gioia d’esser
figlia e l’abbandono.
Poi, nel fondo,
quante briciole d’oro: istanti pieni,
sguardi verso
l’oltre e dolci incontri,
le piccole
attenzioni profumate. E le sorprese.
E c’è tua voce che,
in puro silenzio, sempre da ogni parte mi sussurra,
voce-Parola che mi
chiama per nome e che mi rende capace ancora di sognare.
Tu che non guardi i
risultati né t’importa del nostro vigore,
Tu che povertà
c’insegni e tutto accogli
prendilo questo
scrigno, mio Signore.
Oggi è Natale.

Maria Antonietta La Barbera insegna letteratura francese
all'Università di Palermo, dove abita

Commenti pervenuti


1.
I colori della vita, l'incanto del creato, il palpitare.
L'acuto e imparziale sguardo verso la realtà: l'orrore frammisto a
meraviglia, a incessabile stupore. La certezza della presenza
divina, la certezza di un'incrollabile speranza: un sorriso di sole,
s'apre al quotidiano travaglio. Dott.sa Emanuela MARINI
2.
“Terra di mare” mi sembra mettere insieme la poesia come puro gioco
letterario e la poesia come impegno sociale.
Il risultato che viene fuori è un progetto di vita. A che serve la
letteratura se non ci aiuta a vivere ?
A che serve la letteratura se non ci fa vedere la realtà con altri occhi?
Con gli occhi dei poeti, per esempio, o con quelli dei bambini o dei santi
o dei nuovi eroi dei giorni nostri loro malgrado.
Il mare fonte di vita, il mare causa di morte, la dicotomia perenne e
dilaniante della esistenza umana: chi può dire cosa è giusto e perché? Chi
decide chi deve essere fortunato perché nato in terra di mare e chi deve
essere condannato a morte certa perché cerca un’altra via attraverso il
mare?
Per alcuni la letteratura può essere un hobby, una passione, ma per chi ha
la capacità di guardare al mondo con altri occhi, con altro sguardo, la
letteratura deve essere impegno, fedeltà e invito…. Ed io nei versi di
Maria Antonietta La Barbera leggo un invito; un invito a mettersi in
viaggio, innanzi tutto verso se stessi e solo in seguito, verso gli
altri, con lo sguardo stupito di chi nel “tu” trova “io”. Pippi
Salerno
3.
Ciò che sempre colpisce negli scritti della
Profesoressa La Barbera è la sua grande sensibilità nel cogliere
l'essenza, "la poesia" delle cose, dei gesti, dei sentimenti, "che si fa
poesia" perché è stata respirata, perché è stata meditata, perché è stata
vissuta, completamente. In "Terra di mare" i due elementi si fondono nel
contrasto paradossale della realtà, e dei sentimenti stessi dell'autrice,
avvolta nella gioia e nella sensazione di abbraccio con l'acqua e la sua
natura tutta, avvolta nel legame con le proprie origini, ma così attenta a
quei risvolti che solo una grande sensibilità riesce a cogliere. Non
dimentica Maria Antonietta La Barbera, non dimentica coloro che sono
privati dei loro luoghi, della loro "terra", e che nel mare non
hanno conosciuto le sue sensazioni di benessere, di libertà, ma vi hanno
trovato la fine, triste letto delle loro speranze. E non dimentica di
lodare il Signore per averle donato la gioia di essere viva, e con
"Amore", profondo, di donna, di madre e... di "Figlia", fa dono di sé,
scrigno di prove, di perle di sorrisi e di amarezze, gelosamente vissute e
raccolte, giorno dopo giorno. Maria Antonietta La Barbera apre la poesia
ad orizzonti vasti proiettati verso il ruolo responsabile dell'animo e
dell'umanità intera. Responsabilità che lei stessa avverte e riconosce e
dalla quale non fugge nel suo "se mai". Ciò che rende profonda e diretta
la poesia di Maria Antonietta La Barbera è la disarmante semplicità: nel
verso "si sbriciolano i castelli, ma non il granellino" è racchiusa la
grande consapevolezza di un'anima trasparente e autentica. Giuseppe
Tornabene.
4.
qualche hanno fa a mare stavo perdendo la vita, annegando in un giorno di
sole.
seduta sulla spiaggia, quando fa calma piatta o quando è agitato in
tempesta, rimango a contemplare quella enorme e misteriosa massa di acqua
che si agita o striscia sinuosamente sulla sabbia.
sento davanti a me la forza della vita, la vita che stavo perdendo
travolta dalle onde, ed insieme la forza della morte, la morte che ho
sentito perdendo i sensi in mezzo al mare.
Seduta sulla spiaggia sento Dio. Lo sento, contemplando il mare,
ascoltando il suo rumore che ti svuota e ti riempie! contemplare
meravigliati la bellezza della vita ed il mistero della morte, che non si
distinguono come le onde che arrivano non si distinguono dal reflusso.
meravigliosamente bello e così incredibilmente terribile, il
mare: continuo ad immergerci anche se non so se tornerò a respirare!
E pure torno ad immergermi e a ringraziare Dio ogni volta che riemergendo
prendo aria.
Nuotando mi sento restituita a me stessa, trovo fiducia nel Dio
meraviglioso e terribile, Dio del mare, dell'acqua, quell'acqua da cui
rinasco ogni volta che mi immergo e riemergo.
"Chi non ha mai gustato l’avvolgente abbraccio dell’azzurro
perennemente fluido in movimento
come può penetrare il mistero dell’Amore?
Quando è immerso il corpo dentro l’acqua
e nulla odi se non il tuo respiro,
il modulato canto delle onde
e l’ali dei gabbiani sopra il capo,
lì sperimenti la tua storia".
mariacaterina
5.
Ad essere sincera è la prima volta che mi cimento in un commento
"letterario". ma queste poesie mi hanno particolarmente colpita: la grande
capacità descrittiva (sembra quasi sentire il suono e l'odore del mare );
il mare considerato sia fonte di vita, di gioia, di gioco, di sogno. sia
causa di disperazione, morte, sogni infranti. La spensieratezza che si
mescola ad una realtà meno felice di cui ogni giorno abbiamo notizie! Una
spensieratezza che non viene però intesa come indifferenza. In "se mai"
infatti si sente forte la necessità di una continua ed attenta opera per
evitare che tale realtà diventi la REALTA' fatta di disperazione,
sconforto, apatia. ed infine la certezza che Dio c'è ed è sempre a noi
vicino, in ogni momento, chiunque noi siamo. e ritorna la speranza!
Maria Grazia
6.
L’ apertura della poesia “Terra di
mare” sembra porsi all’insegna dell’impressionismo pittorico
descrivendoci una terra di mare, di sole e di colori nell’abbraccio
dell’azzurro, lanciando così messaggi che ci rimandano al di là dei dati
fisici e oggettivi, per penetrare “nel mistero dell’Amore
”.
Tale sensibilità si scorge anche
dallo stile della poesia, le immagini sono frantumate, isolate in modo che
ciascuno spicchi e si carichi di maggior carica suggestiva facendoci
sperimentare tra “onde e ali” la nostra storia. All’effetto contribuisce
anche il fatto che il periodo e l’unità ritmica del verso sono
continuamente spezzate da pause e segnate da una fitta interpunzione
.
Una frantumazione che è
negazione di ogni tessuto logico, per entrare in quello dell’Amore: “il
cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”( Pascal
).
Riuscire a penetrare il mistero
dell’Amore è la tematica, dunque, che unisce le tre poesie intrecciate di
povertà, (“nuda e sola”, “mani stanche affaticate e nude”) e di speranza
;“se mai”, infatti, è un breve testo che ci incoraggia a sperare “occorre
alzarsi e andare” perché non sia evanescenza la Parola , quella Parola
che nella poesia “Povero Scrigno” vince “l’amara amarissima amarezza”
della solitudine, un’allitterazione che sottolinea la forza di questa
Parola che ci rende capaci ancora di sognare.
Rosalia
7.
L'esperienza delle proprie radici, della terra di Sicilia, del mare
limpido e vivace e rigeneratore, in cui tuffandosi si fa esperienza di
nudità-semplicità, di silenzio, di solitudine-distacco, di immobilità
del tempo, di movimento calmo dell'acqua, porta l'Autrice a sentirsi
parte viva e vibrante della natura, della realtà umana esistente. Ci si
esperimenta piccola cosa minuscola, ma insieme esistente,
reale, concreta, viva, e capace di cogliere voci dall' ignoto, sensi
dalle profondità dell'essere. Un granellino quasi invisibile, ma capace,
se unito a miliardi di altri granellini, di creare realtà nuove nel
mondo, di ricostruire il vivere sociale.... Purtroppo di fronte, nel
mare, vagano corpi senza vita, corpi di clandestini uccisi da una logica
d'egoismo.
Nella terza lirica l'Autrice sembra mettere a fronte la propria povertà
di creatura e la ricchezza e santità e trascendenza di Dio: ma per
l'occhio di Dio la creatura non è un punto nero e vuoto, bensì uno
scrigno. Uno scrigno che rifulge per le "gemme" custodite, per le
lotte e le sofferenze attraversate e accettate. Fra debolezza e slancio,
il cammino umano quando è sincera tensione verso l'Alto, porta
all'incontro con Dio.
8.
Tre poesie di Maria Antonietta. E già il numero dice molto.
La sequenza è poi esemplificativa dello scrivere dell’autrice, del suo
percorso.
‘Terra di mare’ sul rapporto ambivalende io-mondo. Poesia che ha tre
movimenti in sé: il tema corpo-terra, io-natura, e verbo-verità. La
sequenza va dal piccolo all’universale in una cadenza alternata di
movimenti brevi e lunghi, come una danza sulle onde del mare. Passi brevi
e lunghi d’armonia interrotti dal ‘ma’ e dall’inserimento improvviso
dell’elemento estraneo alla natura: il denaro. Maria Antonietta pare
sentire la necessità del verbo, sia per la meraviglia della natura, e poi,
con sofferenza e urgenza, sia per la bruttura della sofferenza che il
denaro provoca.
‘Se mai’ riprende l’ultima nota della precedente poesia per approfondire
il tema della scrittura. Già il titolo con la sua minaccia di nulla (se
mai) ci restituisce tutta la responsabilità che la poetessa avverte.
Scrivere come imperativo, ma consapevole del rischio della ‘evanescenza’
delle parole. La scrittura deve essere ‘corpo’. Scrittura come sforzo
(‘occorre alzarsi’), come impegno contro il nulla, magia delle mani nude
che riescono a donare, atto religioso che trasforma un qualsiasi momento
nella ‘Ora’ con la lettera maiuscola.
‘Povero scrigno’ è l’ultimo passo verso il ‘Verbo’. La religiosità intuita
negli ultimi versi della poesia precedente diventa qui viaggio verso Dio,
diventa fede. La poetessa, nella sua interezza (‘corpo, cuore, e memoria’,
triplicità dell’essere umano che riproduce la trinità di Cristo)
attraversa il deserto della solitudine e fa sentire il vento torrido del
luogo con un verso di rara potenza e musicalità: ‘soffia amara amarissima
amarezza’. Un deserto reale, quello delle assenze di tutti i giorni, dei
pacchi regalo della spesa (torna il denaro), eppure un luogo dove strare
per ‘risvegliare chi dorme’. La speranza trionfa (‘le sorprese’) perché
l’autrice riesce a sentire il richiamo della comunione ‘voce-parola’.
Tre poesie, tre sequenze di danza legate una all’altra da ogni ultimo
passo. Poesia di umiltà, consapevolezza e necessità; di meraviglia,
sofferenza e speranza; di veglia, comprensione e amore.
Antonio Pistillo
9.
Ho molto apprezzato le poesie di Maria Antonietta La Barbera, in quanto vi
ho trovato l'urgenza e il mistero dei grandi interrogativi posti a partire
dall'osservazione delle piccole cose.
In queste poesie i temi predominanti, e indissolubilmente intrecciati,
sono il ritrovamento delle proprie radici e la ricerca del divino.
Le radici vanno intese tanto in senso fisico, ovvero i luoghi
dell'infanzia, quanto in senso emotivo, ovvero lo stupore e la magia che
ha esercitato sull'autrice bambina, la celebrazione del Natale.
I due temi, si legano fortemente: l'amore per la purezza della propria
terra e delle tradizioni, corrisponde, sul versante etico, alla ricerca di
valori forti e non effimeri.
Ho amato in particolare la prima delle poesie qui presentate, in quanto
dotata di una grande potenza descrittiva: attenta a cogliere e trasmettere
al lettore quei dettagli ambientali che più hanno inciso nella mente
dell'autrice e che ora lei sente di dover riportare in vita, enumerare a
se stessa, per contrapporli alla crudezza di un presente in cui non si
dà valore alla vita umana e tutto è ridotto a numero e fredda statistica.
I versi hanno un ritmo armonioso e sciolto, senza strappi, seppure nella
continua variazione e nelle libertà della trama metrica; il verso molto
lungo, che a volte compare, soprattutto nell'ultimo testo, ben si
adatta agli squarci narrativi.
Vera Vasquez
