Maria Antonietta La Barbera

                          

    

       

 

 

     Terra di mare

 

Nulla al mio nascere capivo

e non molto son cresciuta nel sapere.

Certo è però che so la mia fortuna: in terra di mare sono nata,

terra di mare e sole. E di colori.

Chi non ha mai gustato l’avvolgente abbraccio dell’azzurro

perennemente fluido in movimento

come può penetrare il mistero dell’Amore?

Quando è immerso il corpo dentro l’acqua

e nulla odi se non il tuo respiro,

il modulato canto delle onde

e l’ali dei gabbiani sopra il capo,

lì sperimenti la tua storia.

Nuda e sola

eppure in unità con la natura. E in movimento lento.

Non frenesia né scatti, ma lunghi moti ritmati, calmi.

Danzare in acqua, come cantano le parole nella gioia.

Le parole e i silenzi.

 

Mi circonda il manto morbido di un’acqua scaturita dal fondo della terra,

mare assolato carezza la mia pelle.

Lì odo la mia voce

e scivolo dentro un mistero senza tempo

dove ogni istante ha un volto e un dolce nome.

 

Terra di mare è la mia terra.

Grande è il dono così come l’impegno:

essere zolla e goccia, pietra profumata di sole,

onda costante, pronta a carezzare con fedeltà la riva.

E anche conchiglia,

per accogliere la voce del fondo più profondo e trasmetterne l’eco.

Quale traversata poi per esser granellino!

In sabbia anonima, uno, fra miliardi, minuscolo, se solo inerte,

ma legato con altri, parte di magici castelli, tra festose mani di bimbi ancora veri.

Lasciati lì i castelli, in balia di piedi irrispettosi, di palloni lanciati alla deriva…

Si sbriciolano i castelli, ma non il granellino.

 

Io, bagnata o asciutta poco importa,

pronta a legarmi ancora

per nuove, inimmaginabili costruzioni.

 

° ° °

Ma la logica oscena del denaro

rende spazio di morte pure il mare.

Vagano alla deriva corpi esangui, scagliati dentro l’onde

da bocche mute che non hanno acqua né pane.

Sono cento, mille, son migliaia i Clandestini.

Non uomini donne o bimbi, ma “merci da contare“.

Poveri della terra, senza volto né nome,

giù nel mare,

gente che non ha nulla e ancora spera.

 

Ma chi s’illude d’aver tutto deve far tacere la parola della speranza.

 

 

 

se mai

 

se mai non dare corpo a un soffio antico

che nell’istante riceve consistenza…

 

se mai spazio bianco fra le mani

e penna non venisse annerito…

 

se mai l’abissale mio silenzio non si popolasse d’altri suoni

e per occhi stupiti più non incontrassi sguardi nuovi,

sarei certo passata all’altra riva.

 

Ma ancora avanzo in questo tempo

e devo dar forma a un corpo di parole

perché non sia evanescenza la Parola.

Scavo fedele fra aridi solchi abbandonati

sommesso canto d’ali intorpidite e mani stanche

affaticate e nude.

Ora, ogni tempo e spazio è da fissare,

occorre alzarsi e andare perché questa sia l’Ora, finché

se, se mai…

 

 

 

         Povero scrigno

 

Stasera sempre vengo         

ma non stella a guidarmi né lucerna.Tenebra incombe.

Vengo per vederti, ma nulla scorgo, nessun segno.

Vengo per ascoltarti, ma non cornamuse né celesti cori.

Vengo per incontrarti  e Tu ci sei,

Bambino o Crocifisso poco importa.

Tu ci sei, Dio paziente e fedele sempre attendi,

anzi no, incontro mi corri.

E io vengo, Signore, e apro il mio scrigno:

c’è il mio corpo, ogni giorno più logoro e stremato;

c’è il cuore, favo d’amore pazientemente costruito,

eppure ogni giorno devastato;

c’è la memoria intasata, le mani e le parole vuote.

C’è l’arido vento della solitudine

che, ad ogni ora, soffia amara amarissima amarezza.

E le mie labbra spente eppur festanti

per far risuonare il dolce nome tuo, Signore.

E i mille fogli incisi di messaggi, versi, arcobaleni e fiori.

E tutti i pacchi, di spesa o di regali poco importa,

pacchi pesanti, vuoti di risposta.

Ci sono i desideri di generose opere da fare:

risvegliare chi dorme e incoraggiare, ridonare speranza e sempre amare.

E la gioia d’esser figlia e l’abbandono.

Poi, nel fondo, quante briciole d’oro: istanti pieni,

sguardi verso l’oltre e dolci incontri,

le piccole attenzioni profumate. E le sorprese.

E c’è tua voce che, in puro silenzio, sempre da ogni parte mi sussurra,

voce-Parola che mi chiama per nome e che mi rende capace ancora di sognare.

 

Tu che non guardi i risultati né t’importa del nostro vigore,

Tu che povertà c’insegni e tutto accogli

prendilo questo scrigno, mio Signore.

                 Oggi è Natale.

 

 

Maria Antonietta La Barbera insegna letteratura francese all'Università di Palermo, dove abita

Commenti pervenuti  

1.

I colori della vita, l'incanto del creato, il palpitare.

L'acuto e imparziale sguardo verso la realtà: l'orrore frammisto a meraviglia, a incessabile stupore.   La certezza della presenza divina, la certezza di un'incrollabile speranza: un sorriso di sole, s'apre al quotidiano travaglio.  Dott.sa Emanuela MARINI

 

2.

“Terra di mare” mi sembra mettere insieme la poesia come puro gioco letterario e la poesia come impegno sociale.

Il risultato che viene fuori è un progetto di vita. A che serve la letteratura se non ci aiuta a vivere ? 

A che serve la letteratura se non ci fa vedere la realtà con altri occhi? Con gli occhi dei poeti, per esempio, o con quelli dei bambini o dei santi o dei nuovi eroi dei giorni nostri loro malgrado.

Il mare fonte di vita, il mare causa di morte, la dicotomia perenne e dilaniante della esistenza umana: chi può dire cosa è giusto e perché? Chi decide chi deve essere fortunato perché nato in terra di mare e chi deve essere condannato a morte certa perché cerca un’altra via attraverso il mare?

Per alcuni la letteratura può essere un hobby, una passione, ma per chi ha la capacità di guardare al mondo con altri occhi, con altro sguardo, la letteratura deve essere impegno, fedeltà e invito….  Ed io nei versi di Maria Antonietta La Barbera leggo un invito; un invito a mettersi in viaggio, innanzi tutto verso se stessi e solo in seguito, verso gli altri,  con lo sguardo stupito di chi nel “tu” trova “io”.    Pippi  Salerno

 

3.

Ciò che sempre colpisce negli scritti della Profesoressa La Barbera è la sua grande sensibilità nel cogliere l'essenza, "la poesia" delle cose, dei gesti, dei sentimenti, "che si fa poesia" perché è stata respirata, perché è stata meditata, perché è stata vissuta, completamente. In "Terra di mare" i due elementi si fondono nel contrasto paradossale della realtà, e dei sentimenti stessi dell'autrice, avvolta nella gioia e nella sensazione di abbraccio con l'acqua e la sua natura tutta, avvolta nel legame con le proprie origini, ma così attenta a quei risvolti che solo una grande sensibilità riesce a cogliere. Non dimentica Maria Antonietta La Barbera, non dimentica coloro che sono privati dei loro luoghi, della loro "terra", e che nel mare non hanno conosciuto le sue sensazioni di benessere, di libertà, ma vi hanno trovato la fine, triste letto delle loro speranze. E non dimentica di lodare il Signore per averle donato la gioia di essere viva, e con "Amore", profondo, di donna, di madre e... di "Figlia", fa dono di sé, scrigno di prove, di perle di sorrisi e di amarezze, gelosamente vissute e raccolte, giorno dopo giorno. Maria Antonietta La Barbera apre la poesia ad orizzonti vasti proiettati verso il ruolo responsabile dell'animo e dell'umanità intera. Responsabilità che lei stessa avverte e riconosce e dalla quale non fugge nel suo "se mai". Ciò che rende profonda e diretta la poesia di Maria Antonietta La Barbera è la disarmante semplicità: nel verso "si sbriciolano i castelli, ma non il granellino" è racchiusa la grande consapevolezza di un'anima trasparente e autentica. Giuseppe Tornabene.

 

 4.

qualche hanno fa a mare stavo perdendo la vita, annegando in un giorno di sole.

seduta sulla spiaggia, quando fa calma piatta o quando è agitato in tempesta, rimango a contemplare quella enorme e misteriosa massa di acqua che si agita o striscia sinuosamente sulla sabbia. 

sento davanti a me la  forza della vita, la vita che stavo perdendo travolta dalle onde, ed insieme la forza della morte, la morte che ho sentito perdendo i sensi in mezzo al mare.

Seduta sulla spiaggia sento Dio. Lo sento, contemplando il mare, ascoltando il suo rumore che ti svuota e ti riempie! contemplare meravigliati la bellezza della vita ed il mistero della morte, che non si distinguono come le onde che arrivano non si distinguono dal reflusso.

meravigliosamente bello e così incredibilmente terribile, il mare: continuo ad immergerci anche se non so se tornerò a respirare!

E pure torno ad immergermi e a ringraziare Dio ogni volta che riemergendo prendo aria.

Nuotando mi sento restituita a me stessa, trovo fiducia nel Dio meraviglioso e terribile, Dio del mare, dell'acqua, quell'acqua da cui rinasco ogni volta che mi immergo e riemergo. 

"Chi non ha mai gustato l’avvolgente abbraccio dell’azzurro

perennemente fluido in movimento

come può penetrare il mistero dell’Amore?

Quando è immerso il corpo dentro l’acqua

e nulla odi se non il tuo respiro,

il modulato canto delle onde

e l’ali dei gabbiani sopra il capo,

lì sperimenti la tua storia".                              mariacaterina

 

5.

Ad essere sincera è la prima volta che mi cimento in un commento "letterario". ma queste poesie mi hanno particolarmente colpita: la grande capacità descrittiva (sembra quasi sentire il suono e l'odore del mare ); il mare considerato sia fonte di vita, di gioia, di gioco, di sogno. sia causa di disperazione, morte, sogni infranti. La spensieratezza che si mescola ad una realtà meno felice di cui ogni giorno abbiamo notizie! Una spensieratezza che non viene però intesa come indifferenza. In "se mai"  infatti si sente forte la necessità di una continua ed attenta opera per evitare che tale realtà diventi la REALTA' fatta di disperazione, sconforto, apatia. ed infine la certezza che Dio c'è ed è sempre a noi vicino, in ogni momento, chiunque noi siamo. e ritorna la speranza!   Maria Grazia
 

6.

L’  apertura della poesia “Terra di mare” sembra  porsi all’insegna dell’impressionismo pittorico descrivendoci una terra di mare, di sole e di colori nell’abbraccio dell’azzurro, lanciando così  messaggi che ci rimandano al di là dei dati fisici e oggettivi, per penetrare “nel mistero dell’Amore”.

Tale sensibilità si scorge anche dallo stile della poesia, le immagini sono frantumate, isolate in modo che ciascuno spicchi e si carichi di maggior carica suggestiva facendoci sperimentare tra “onde e ali” la nostra storia. All’effetto contribuisce anche il fatto che il periodo e l’unità ritmica del verso sono continuamente spezzate da pause e segnate da una fitta interpunzione.

Una  frantumazione  che  è negazione  di ogni tessuto logico, per entrare  in quello  dell’Amore: “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”( Pascal).

Riuscire a penetrare il mistero dell’Amore è la tematica, dunque, che unisce le tre poesie  intrecciate di povertà, (“nuda e sola”, “mani stanche affaticate e nude”) e di speranza ;“se mai”, infatti, è un breve testo che ci incoraggia a sperare “occorre alzarsi e andare” perché non sia evanescenza la Parola ,  quella Parola che nella poesia “Povero Scrigno”  vince “l’amara amarissima amarezza” della solitudine, un’allitterazione che sottolinea la forza di questa Parola che ci rende capaci ancora di sognare.

Rosalia

 

7.

L'esperienza delle proprie radici, della terra di Sicilia, del mare limpido e vivace e rigeneratore, in cui tuffandosi si fa esperienza di nudità-semplicità, di silenzio, di solitudine-distacco, di immobilità del tempo, di movimento calmo dell'acqua, porta l'Autrice a sentirsi parte viva e vibrante della natura, della realtà umana esistente. Ci si esperimenta piccola cosa minuscola, ma insieme esistente, reale, concreta, viva, e capace di cogliere voci dall' ignoto, sensi dalle profondità dell'essere. Un granellino quasi invisibile, ma capace, se unito a miliardi di altri granellini, di creare realtà nuove nel mondo, di ricostruire il vivere sociale.... Purtroppo di fronte, nel mare, vagano corpi senza vita, corpi di clandestini uccisi da una logica d'egoismo.

Nella terza lirica l'Autrice sembra mettere a fronte la propria povertà di creatura e la ricchezza e santità e trascendenza di Dio: ma per l'occhio di Dio la creatura non è un punto nero e vuoto, bensì uno scrigno. Uno scrigno che rifulge per le "gemme" custodite, per le lotte e le sofferenze attraversate e accettate. Fra debolezza e slancio, il cammino umano quando è sincera tensione verso l'Alto, porta all'incontro con Dio.

Giuseppe Rizzi

 

8.

Tre poesie di Maria Antonietta. E già il numero dice molto.

La sequenza è poi esemplificativa dello scrivere dell’autrice, del suo percorso.

‘Terra di mare’ sul rapporto ambivalende io-mondo. Poesia che ha tre movimenti in sé: il tema corpo-terra, io-natura, e verbo-verità. La sequenza va dal piccolo all’universale in una cadenza alternata di movimenti brevi e lunghi, come una danza sulle onde del mare. Passi brevi e lunghi d’armonia interrotti dal ‘ma’ e dall’inserimento improvviso dell’elemento estraneo alla natura: il denaro. Maria Antonietta pare sentire la necessità del verbo, sia per la meraviglia della natura, e poi, con sofferenza e urgenza, sia per la bruttura della sofferenza che il denaro provoca.

‘Se mai’ riprende l’ultima nota della precedente poesia per approfondire il tema della scrittura. Già il titolo con la sua minaccia di nulla (se mai) ci restituisce tutta la responsabilità che la poetessa avverte. Scrivere come imperativo, ma consapevole del rischio della ‘evanescenza’ delle parole. La scrittura deve essere ‘corpo’. Scrittura come sforzo (‘occorre alzarsi’), come impegno contro il nulla, magia delle mani nude che riescono a donare, atto religioso che trasforma un qualsiasi momento nella ‘Ora’ con la lettera maiuscola.

‘Povero scrigno’ è l’ultimo passo verso il ‘Verbo’. La religiosità intuita negli ultimi versi della poesia precedente diventa qui viaggio verso Dio, diventa fede. La poetessa, nella sua interezza (‘corpo, cuore, e memoria’, triplicità dell’essere umano che riproduce la trinità di Cristo) attraversa il deserto della solitudine e fa sentire il vento torrido del luogo con un verso di rara potenza e musicalità: ‘soffia amara amarissima amarezza’. Un deserto reale, quello delle assenze di tutti i giorni, dei pacchi regalo della spesa (torna il denaro), eppure un luogo dove strare per ‘risvegliare chi dorme’. La speranza trionfa (‘le sorprese’) perché l’autrice riesce a sentire il richiamo della comunione ‘voce-parola’.

Tre poesie, tre sequenze di danza legate una all’altra da ogni ultimo passo. Poesia di umiltà, consapevolezza e necessità; di meraviglia, sofferenza e speranza; di veglia, comprensione e amore.     Antonio Pistillo

 

9.

Ho molto apprezzato le poesie di Maria Antonietta La Barbera, in quanto vi ho trovato l'urgenza e il mistero dei grandi interrogativi posti a partire dall'osservazione delle piccole cose.

In queste poesie i  temi predominanti, e indissolubilmente intrecciati, sono il ritrovamento delle proprie radici e la ricerca del divino.

Le radici vanno intese tanto in senso fisico, ovvero i luoghi dell'infanzia, quanto in senso emotivo, ovvero lo stupore e la magia che ha esercitato sull'autrice bambina,   la celebrazione del Natale.

I due temi,   si legano fortemente: l'amore per la purezza della propria terra e delle tradizioni, corrisponde, sul versante etico, alla ricerca di valori forti e non effimeri.

Ho amato in particolare la prima delle poesie qui presentate, in quanto dotata di una grande potenza descrittiva: attenta a cogliere e trasmettere al lettore quei dettagli ambientali che più hanno inciso nella mente dell'autrice e che ora lei  sente di dover riportare in vita, enumerare a se stessa, per contrapporli alla crudezza di un presente in cui non si dà valore alla vita umana e tutto è ridotto a numero e fredda statistica.

I versi hanno un ritmo armonioso e sciolto, senza strappi,  seppure nella continua variazione e nelle libertà della trama metrica; il verso molto lungo, che a volte compare, soprattutto nell'ultimo testo,  ben si adatta agli squarci narrativi.  

                             Vera Vasquez

 

 

 

 

 

 

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