Premio D.M. Turoldo, 2° edizione, anno 2003
Motivazioni della giuria
Rossano Astremo, terzo assoluto nella graduatoria del Turoldo e vincitore
per la sezione under 25 è una vera e propria rivelazione: poesia di
linguaggio la sua, potente, a tratti esaltante, col giusto e inevitabile
estremismo che si richiede a un’età, la sua età, complessa, e al futuro
che le si prospetta (non per niente il minipoema si intitola “Il mio
inferno”).
E’ una soddisfazione, veramente, dopo tanto vermicolare “generazionale”
manierato tutto intorno a infernucci privati e insignificanti, è una
soddisfazione scoprirne uno, di inferni, pubblico e collettivo insieme,
urlato col tono giusto. La corporeità nello scrivere dell’Astremo
contribuisce a tenerlo “presente”, lui, il suo pervicace io, durante la
lettura, come si fosse da esso spiati e al tempo stesso, paradossalmente
all’inverso, giudicati e non giudicanti.
Non mancano accenni e richiami al visionario, ma soprattutto è evidente la
fede (forse l’unica del giovanissimo poeta pugliese) nella parola, una
fede non tanto nelle capacità terapeutico-maieutiche del verbo, ma nel suo
potenziale distruttivo, catartico, purificatore. Ecco, si sente nella
poesia di Astremo l’esigenza di un intervento che faccia tabula rasa di
quanto condiziona il nostro mondo di oggetti, di metafore, di sensazioni.
La dedica delle tre liriche presentate ad Antonio Moresco ed ai suoi Canti
del caos credo abbia la sua ragion d’essere nella finalità, propria di
entrambi, ovviamente fatte le debite proporzioni, di smontare pezzo per
pezzo la realtà (senza intenti decostruzionistici) e rimontarla secondo
nuovi criteri etici che in questa società di questi tempi possono apparire
financo amorali.
Fabio Ciofi
Il mio Inferno
(dedicato ad Antonio Moresco)
Atto primo
Sono pronto a parlarvi del mio Inferno
E non ho intenzione di risparmiare parole,
Perché le parole non si pagano
In quest’epoca dove ogni briciola
Delle vostre membra ha un prezzo
Non scontato, assoluto da pagare
E nessuno ha più la possibilità di fuggire.
Questo è il mio Inferno,
il mio delirio in versi,
questo è il mio mestiere,
sbatto la testa, creo rette sghembe,
mi muovo al contrario, fraziono i miei
capelli,
mi infilo gli spilli nell’anima e
saltello all’unisono nelle congetture
inghiottite con forza.
Atto secondo
Questo è il mio inferno,
ho la bocca smisurata che sembra un imbuto,
ho un tremore alle gambe che non so
contenere,
ho la mia Musa nel taschino da accudire,
ho la mia Musa nel cantuccio che si espande,
si dilata, spalma la crema sulla schiena,
sui glutei, tra le cosce,
ho la mia Musa che comincia a godere,
in questo viaggio per nulla naturale,
in questo viaggio minore, sincopato,
distorto come il suo corpo nudo che dondola,
tra tette e fica si snida,
nella luce elettrica si cancella.
Questo è il mio inferno,
con puttane e clown che corrono,
donatori di semi che si sbattono,
rubano, tra i rumori di uno spento
palcoscenico
vomitano, per poi rialzarsi e nuovamente
rantolare,
con sacerdoti pederasti che brindano,
nascosti nell’innocenza bruciata di piccoli
che subiscono,
inculati soffrono, in questa immoralità
decadente scompaiono,
con la notte dalla bocca allargata,
inginocchiata,
spalancata, tra auto che sfrecciano in
strade deserte, su finestrini abbassati,
impastati, insanguinati, dentro tubi flosci,
imbottiti, dentro pasticche per rizzare
cazzi,
dentro pezzi di carne gonfiati, sventolati,
mangiati con voracità senza fine.
Atto terzo
Questo è il mio inferno,
con questi attori da commedia sdolcinata
che vanno via arrapati, battono le strade
in cerca di qualcuno ancora in giro da
buttare per terra,
da stuprare, con un’immagine da trasmettere
per sempre,
solo questo, per sempre, a inquadratura
fissa,
progressivamente, su tutte le televisioni
del mondo,
su tutti i canali, inglobando a poco a poco
tutte le altre trasmissioni, tutte le altre
immagini,
risucchiandole tutte, solo questa immagine,
infine,
per sempre, tutti a fissare, alla fine, quel
taglio
nella bocca del video, in tutto il pianeta.
Questo è il mio inferno,
pronto a perdere anima non collegata a
corpo,
pronto a gettarsi, a scagliarsi su TV senza
colori,
su PC senza dolori, su radio dalle frequenze
slabbrate, sfondate, nel cuneo dell’amore
non sintonizzate,
con la donna che urla, la donna avvolta
nella carta stagnola,
con il suonatore di prepuzio, con il vecchio
dalla
paresi masturbatoria, con la donna caudata,
amputata, nel sogno blindata,
a popolare gli intestini oscuri, duri,
fottuti e goduti
di questo luogo che ci fa ansimare,
soffrire,
lentamente, lentamente morire.

Rossano Astremo, nato nel 1979, è
residente a Grottaglie, paese della provincia di Taranto.

Commenti pervenuti


Ventiquattrenne davvero promettente questo Astremo, che parla da un "Io"
di altissima moralità e strutturato in una solida psicologia (l'autore
infatti parla a un "Voi" contrapposto, anche se non si tratta di un "Voi"
generalizzato, come si evince dai testi, ma di una ben determinata
categoria di persone). La sua è ira, non "rabbia";
l'ira dell'offeso dallo scempio dell'essere, l'indignazione che ha una
nota altissima di moralità, che non è facile trovare in un autore così
giovane. Un'ira che si traduce in una fermezza radicale,
rispecchiata anche nel linguaggio, tagliente, potente, senza sfumatura o
ambiguità o eufemismi. Ma non ci si lasci fuorviare neppure dal
linguaggio: questa poesia ha i tratti del misticismo, della mente che
cerca di elevarsi al di sopra dell'immanente, radicalmente staccata
dall'immanenza e contrapposta a questo "inferno", una mente che concepisce
l'essere dentro la natura ma nello stesso tempo anima stessa della natura,
suo stesso destino.
Ed è ovvio però che questo "Io" che l'autore esibisce, è anche un "Io"
corale: il "mio" inferno è anche il "tuo" inferno, il "nostro" inferno,
dove siamo "gettati", per dirla in termini esistenziali, e nel quale siamo
nostro malgrado costretti a vivere. La ribellione dell'essere al
nulla, la voce che il poeta, solo il poeta (l'artista) può levare - non il
filosofo, il politico, o altri.
Si tratta, quindi, non solo di poesia individuale, ma di poesia
generazionale, o meglio, di un collettivo modo di sentire che trova
finalmente una voce poetica chiara, senza peli sulla lingua, senza
artifici letterari, pur nell'amore (evidente dai testi) per una lingua
alta e precisa. Direi, per qual che vale il mio parere di lettore,
che l'Astremo è una delle voci genuine (finalmente) che può dare un nuovo
senso alla poesia, non solo giovanile.
E si sente in questi accenni tutto il raccapriccio per un futuro
compromesso, già decaduto e corrotto, per il quale l'unica speranza può
essere trovata solo in una radicale "metànoia". -
Dario Invernizzi
2.
conosco rossano astremo come articolista di uno dei quotidiani pugliesi
più venduto, 'Il Nuovo Quotidiano di Puglia', ma trovarlo nelle vesti di
poeta e con questa originalità spiazzante e travolgente mi colpisce in
maniera estremamente positiva.
I tre atti di 'Il MIo Inferno' sembrano essere una allegoria dantesca dei
giorni nostri, espressa con un linguaggio per nulla rientrante nella
tradizione poetica ma neoespressionista, tagliente, peticamente
moreschiana (la dedica ad Antonio Moresco non è casuale).
Leggendo gli altri testi non ho provato lo stesso pugno nello stomaco che
i versi di Astremo mi hanno donato.
La sua giovane età e la sua verve amorale gli garantiscono un futuro tra
le migliori voci poetiche della nuova generazione.
Francesco Salvetti
3.
Rossano Astremo è il poeta più delirante che la nuova generazione ci passa
tra le mani. Ho ascoltato più di una volta i suoi reading ed è
impressionante, ti lascia senza fiato, ti fa esplodere le membra e i
testi inviati per il premio Turoldo sono l'esemplificazione della sua
mente magicamente malata
Mauro Marino
