Narda Fattori

                          

    

       

 

 

 

La fatuità di questi canti garruli d’aprile

da fronde appena accennate

 

la natura cova dentro una sua gioia segreta

in trilli luci trifogli arcobaleni

 

a noi l’ansia dei marciapiedi

dei ratei da pagare dei parcheggi

che non si trovano sui viali.

 

Sui telepass in corsa le opinioni

hanno la dramata consistenza delle rivelazioni

mortificata assenza di visione

che spegne lucciole e passioni

                                              e un senso comunque

alla sassaiola di morte al dolore dello spino

allo sguardo spaventato del bambino.

 

Nella fatuità dei pensieri dominanti

                 c’è quell’isoletta incontaminata

per violarla con lattine e amor venale

                              dis-amore delle creature

di- speranza dis- ancorata la mente

dalle sue domande

                  orfane di risposte e di progetti

nel companatico e nei gadget.

 

Trilli d’aprile

e un vuoto d’insania vortica sul mondo.

 

 

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Interfaccia dell’oblio.

Stare sospesi ad una ragnatela

con lo sguardo sul predatore

            intervalli di grandeur

prima di ogni fuga

per manifesta incapacità di vivere

quella sola vita – una vita

 

Per raggiungerti oltrepasso

la stanca riva dei sogni

arraffo more e melagrane

scavo tesori insepolti

dentro il nocciolo sei

            dov’è più duro.

 

               Disincanto della bambina

               che non conosce l’armonia

              del gesto rotondo dell’hula-op

             e si scapicolla dietro un pallone

             con alte grida e gesti immensi..

 

       Chiudermi in un anfratto

        chiudere gli occhi la mente

                                     soprattutto

       donarti questo mio silenzio

       come un’ampolla d’olio santo.

 

     

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Che ci sia dell’intelligenza

 in questa rotta verso ovest

di ore e giorni sulla parallasse

                      dell’incompiuto

il crederlo mi ha resa superba

e inquieta – un’allodola migrante

                col rischio degli specchi-

 

Mi restano le mani nude

per accarezzare le gote di un bimbo

           per cogliere una stilla di rugiada

prima che il sole la rubi

 

Mi resta un cuore grande

     -  più grande perché malato -

dove nascondere un arcobaleno

           raro ormai a queste latitudini.

 

Mi resta la pacificazione degli opposti

                         dopo tanto lavorio

uno tanti e nessuno si danno

ad un solo specchio che riflette

                        il tutto disvelato.

 

 


 


Commenti pervenuti  


 

i tuoi versi sono scorrevoli e sfuggenti, eppure quanto bisogna soffermarsi per dialogare con essi! riesci a impastare un linguaggio poetico ben dosato con dei riferimenti e dei concetti attuali che, vissuti nella loro concretezza, sono davvero poco poetici.non hai dato un titolo alle tue poesie...anche io talvolta non li do, è assurdo voler racchiudere in 2 o 3 parole il pluralismo anche di un solo verso! e poi...che ognuno plasmi le manifestazioni artistiche così come si rivede in esse...non è vero? - Nunzia De Falco