Giorgio Fàvaro

                          

    

       

 

 

METEMPSICOSI

 I

 

Piegate nei segni rapite

a libbre d’acqua congiunte

versano in strane rive

nell’errare perfetto

mute d’alberi e braccia

e sacre ore.

Neppure le chiome incontrano

i rintocchi

è un canto da sussurrare

da volgere ai luoghi:

i corpi hanno gli stessi volti

lo stesso vigore nei fianchi.

 

Abbordano, con navi in fiamme

una spuma di legni e di vele

approdano a stive coperte

eludendo le forme.

Per archi a sesto acuto

e per viscere di pietra

a fatica ancora in volo

sorvolando la città solenne.

 

 

II

 

Nessuno dorme sui monti

non freme l’aria

tra i rami

accanto al fiume

sotto il grande olmo attendo

in silenzio.

Voglio respirare l’ombra

che giace

sepolta tra i germogli

voglio aprire gli occhi

per cogliere i gesti nascosti

le parole disperse

fievoli suoni nel tempo

a trasportare fardelli di giada,

e le sepolte frasi

riscoprire e sorsare

fragili spettri di vetro

tra bagliori neri e chiari di vivi incoscienti.

Il fusto antico sovrasta

pietrificato scrigno di menti

disegna profili inconsueti

ossute dita puntate alla luna:

non è scrutare, è offrirsi

tessere la notte di vento a carpire

i rumori e le grida di un posto che vive

mentre gli echi del passato

sussultano.

 

 

TITOLI DI CODA

 

Una quiete slegata con cura

un odore bruno di porto,

un sipario di corde e calate

di rumori di vento e cortili,

la nuca accarezzata da ninnoli di suoni

e un sogno rannicchiato a labbra accorte:

così il vento randagio prende il volo,

in un cielo che scrive la sua amorosa notte

in un lontano ballo di borgata.

Nelle sere che segnano il salso

e il canto degli approdi

nell'ora che tiene immobile la luna

e che ripara nei bicchieri

parlami di te,

del tuo trucco di zingara

della tua sete acerba

e del tuo fiore,

parlami di te

a passi accorti,

del sapore di mirto e ciliegio

delle sere di un ottobre sguarnito

dentro un cavo di giunchi

e ginestre,

parlami di noi

del nostro cuore,

dell’ansia impalpabile dei polsi:

una notte di gufi imbrigliati

un sapore di terra tra le gote

e il tratto più raro del cielo

nelle pieghe del viso.

Accade, per caso

tra noi.

 

 


Giorgio Fàvaro , cl. 1958, è medico e vive a Torino.


Commenti pervenuti