Giovanni Goj

                          

    

 

       

 

 

 

 

Lo Scrigno dei Sogni

 

Carola, culla del tanto atteso Sogno.

Vieni lenta, come il tocco rosa d’un’alba,

tra l’agitato Giorno d’un’Anima svanita.

 

Il mio Amore già tramonta

nel tuo volto si rinchiude,

nell’Azzurra dolce Luce.

 

D’Argento Amore che forgiar vorrei,

come stella adagiata sul tuo viso:

s’intristisce dell’opaco suo grigiore.

 

Il sorrider dei tuoi occhi da cui fugge

spensierata la tua Anima nel Vento,

a portare il tuo sognare al mondo,

tra le labbra che s’inarcano di gioia.

 

Sei un Colore che mai nacque nel mio Cielo.

Sei Celeste Luccichìo d’un viso che risplende,

e del Cielo che s’appresta d’abitare ansioso

nell’Eterna Azzurra Luce dei tuoi occhi.

 

Del Cielo ancora, sei Scrigno dei Sogni,

dove anch’egli, sicuro, s’appresta d’affidare

le sue mille figlie dal luminoso chiarore.

E che neppure l’Oscura Dama

abbia a dir d’averle appannate,

poiché nell’occhi del tuo chiaro viso,

si colmano della tua guizzante gioia,

allorché brillano, per sempre certe,

quand’anche finirà, anche la loro luce.


 

 

Nebbia

 

Dedico questa poesia alle persone più care, che con me hanno condiviso le splendide giornate tra le montagne valtellinesi, nel periodo più bello della mia vita: Alessandro, Flavio, Maddalena, Walter, Alda, Crios, Manuel, Silvana, Elena, Lorenzo e tutti coloro che ho conosciuto.

 

Lasciar che i contorni dei rami

svaniscano nel buio d’una notte,

tra sinuose valli, come carezze

che poggian, come dita, tra capelli d’una fata.

 

L’azzurro ardor d’un’aria,

che scivola com’acqua tra dita distanti.

Traboccante valle di fumosa pelliccia,

tu celi a l’occhi il piacer vedere.

D’un’araba velo, il cui sguardo nascondi.

 

Arcate e Cattedrali, cinte dall’opaco chiarore

che batte, cammina, s’accarezza tra i rami.

 

Come un vecchio che sale tra i sentieri dell’aria,

con quel piede stancato, dai mille suoi baci

alle foglie del bosco, all’aghi del pino.

 

Candida nebbia che a volte mostri i segreti,

che’l desiderio agli occhi tu porti, di vedere.

Trascinata come il velo d’una triste sposa,

Signora dei Boschi, pellegrina d’inverno.

 

 

 

Solo

 

Solitudine, triste Dea nebbiosa

che avvolgi i sorrisi già fiochi,

nell’Oblio d’una tua soffice bruma.

 

Sono solo nei pensieri, come un’eco,

che rincorre, seminando tristezza,     

quel mio pensare che all’aria si spande.

E nessuno risponde.

        

Un’eco, d’inascoltata voce,

sconsolata torna a casa.

Persa tra il calice d’una Valle,

senza suono che risponda.

E sono al centro, nel Silenzio.

 

Chi sa leggere il brillare ai nostri occhi?

Chi ne raschia quell’allegra odiosa patina

sovente inganno per chi l’osserva?

Chi sa scrutare il pensiero d’essi abitante?

Chi sa leggerne tra il tenue luccichìo?

Tra lacrime troppo gravi per fuggire…

 

Chi riesce a sentir la voce,

quand’inciampa sul sentiero?

Chi ne sente il tremolante raccontare

come luminose danze d’una candela

che plasma liquide cere

creando forme del mio Spirito?

Chi ne ascolta colori e canti

per capir le sue parole?

 

Chi si spinge all’orizzonte di voce  e occhi

laddove brilla la mia lontana Luce?

Chi legge tra scolpite righe del cuore

che mai s’ammirano se non amando?

 

Solitudine: come quando te ne vai

celato nell’angusta buia mente,

dove il pensiero nemmeno vede.

Come quando, solo, t’allontani

nello sperare che s’aprano porte.

 

Solo, con l’urlo sordo che non ha voce.

Che serve chiamare se la voce non ha fiato?

Perché davvero credo che il caro aiuto,

è veramente quello di cui non so domanda.

 

 

Giovanni Goj, cl. 1979, vive a Carate Brianza e studia Scienze e Tecnologie delle Produzioni Animali a Milano

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