Lo Scrigno dei Sogni
Carola, culla del tanto
atteso Sogno.
Vieni lenta, come il
tocco rosa d’un’alba,
tra l’agitato Giorno
d’un’Anima svanita.
Il mio Amore già
tramonta
nel tuo volto si
rinchiude,
nell’Azzurra dolce Luce.
D’Argento Amore che
forgiar vorrei,
come stella adagiata sul
tuo viso:
s’intristisce dell’opaco
suo grigiore.
Il sorrider dei tuoi
occhi da cui fugge
spensierata la tua Anima
nel Vento,
a portare il tuo sognare
al mondo,
tra le labbra che
s’inarcano di gioia.
Sei un Colore che mai
nacque nel mio Cielo.
Sei Celeste Luccichìo
d’un viso che risplende,
e del Cielo che
s’appresta d’abitare ansioso
nell’Eterna Azzurra Luce
dei tuoi occhi.
Del Cielo ancora, sei
Scrigno dei Sogni,
dove anch’egli, sicuro,
s’appresta d’affidare
le sue mille figlie dal
luminoso chiarore.
E che neppure l’Oscura
Dama
abbia a dir d’averle
appannate,
poiché nell’occhi del
tuo chiaro viso,
si colmano della tua
guizzante gioia,
allorché brillano, per
sempre certe,
quand’anche finirà,
anche la loro luce.
Nebbia
Dedico questa poesia
alle persone più care, che con me hanno condiviso le splendide giornate
tra le montagne valtellinesi, nel periodo più bello della mia vita:
Alessandro, Flavio, Maddalena, Walter, Alda, Crios, Manuel, Silvana,
Elena, Lorenzo e tutti coloro che ho conosciuto.
Lasciar che i contorni
dei rami
svaniscano nel buio
d’una notte,
tra sinuose valli, come
carezze
che poggian, come dita,
tra capelli d’una fata.
L’azzurro ardor
d’un’aria,
che scivola com’acqua
tra dita distanti.
Traboccante valle di
fumosa pelliccia,
tu celi a l’occhi il
piacer vedere.
D’un’araba velo, il cui
sguardo nascondi.
Arcate e Cattedrali,
cinte dall’opaco chiarore
che batte, cammina,
s’accarezza tra i rami.
Come un vecchio che sale
tra i sentieri dell’aria,
con quel piede stancato,
dai mille suoi baci
alle foglie del bosco,
all’aghi del pino.
Candida nebbia che a
volte mostri i segreti,
che’l desiderio agli
occhi tu porti, di vedere.
Trascinata come il velo
d’una triste sposa,
Signora dei Boschi,
pellegrina d’inverno.
Solo
Solitudine, triste Dea
nebbiosa
che avvolgi i sorrisi
già fiochi,
nell’Oblio d’una tua
soffice bruma.
Sono solo nei pensieri,
come un’eco,
che rincorre, seminando
tristezza,
quel mio pensare che
all’aria si spande.
E nessuno risponde.
Un’eco, d’inascoltata
voce,
sconsolata torna a casa.
Persa tra il calice
d’una Valle,
senza suono che
risponda.
E sono al centro, nel
Silenzio.
Chi sa leggere il
brillare ai nostri occhi?
Chi ne raschia quell’allegra
odiosa patina
sovente inganno per chi
l’osserva?
Chi sa scrutare il
pensiero d’essi abitante?
Chi sa leggerne tra il
tenue luccichìo?
Tra lacrime troppo gravi
per fuggire…
Chi riesce a sentir la
voce,
quand’inciampa sul
sentiero?
Chi ne sente il
tremolante raccontare
come luminose danze
d’una candela
che plasma liquide cere
creando forme del mio
Spirito?
Chi ne ascolta colori e
canti
per capir le sue parole?
Chi si spinge
all’orizzonte di voce e occhi
laddove brilla la mia
lontana Luce?
Chi legge tra scolpite
righe del cuore
che mai s’ammirano se
non amando?
Solitudine: come quando
te ne vai
celato nell’angusta buia
mente,
dove il pensiero nemmeno
vede.
Come quando, solo,
t’allontani
nello sperare che
s’aprano porte.
Solo, con l’urlo sordo
che non ha voce.
Che serve chiamare se la
voce non ha fiato?
Perché davvero credo che
il caro aiuto,
è veramente quello di
cui non so domanda.

Giovanni Goj, cl. 1979, vive a Carate
Brianza e studia Scienze e Tecnologie delle Produzioni Animali a Milano

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