(La
svolta è prerogativa dell’ombra)
Un chiaro
raffinato, s’intende.
Non semplice radianza,
pletorica propagazione e della luce talora
qualche
smorfia, svogliato, smorto sbuffo
alla fine incline
all’abbandono, a un adagiarsi piano.
La svolta è
prerogativa dell’ombra.
La quale decide
l’impatto, certifica ogni profondità dell’occhio e,
e insinua
adesca muove. Par di capire di un privilegio,
di una elezione. E di un
vocazionale discernimento, evocativo
e classificante; quando
non sanzionatorio.
Con un chissenefrega di
fondo,
imperativo della
genesi – e del drammatico quotidiano – che cioè
presiede al disegno e ne
insapora il tratto. Oh sì, grande,
grande autonomia di
veduta, sapienza d’arbitrio e,
e non si vede lo
scandalo.
E no, che
non si vede. Anche a volerlo
comunque provare –
metti solo in ipotesi di facile iattanza –
davvero non conviene.
Non vale ragione e proprio non ha senso
sfidare l’inclemenza.
Perché l’ombra
dopotutto significa e,
e per il chiaro,
soprattutto, significa precisa importanza.
Certo vi è
che uno se ne resta
pur sempre col consenso.
Che va espresso, come no? Mostrando
di saperlo cogliere, il significato,
quello a volte
intrigante di ciascuna sfumatura. Caspita l’ebbrezza
di una riconosciuta
prova d’intelligenza! E che dire, poi,
del ritrovarsi
addirittura pieno nel senso di una sonante ricchezza?
Ci sputi sopra per un a
priori o,
o acconci quatto quatto
la saliva sotto la lingua di una provvidenza?
Suvvia che
si muove!
Ecco che l’ombra varia
la scena: adèguati alla giusta lena e,
e vai! Vai dunque per il cammino, per un chiaro raffinato
che solleciti la vena.
Particelle anche
irriverenti, porzioni d’aria rivoltanti, double face o,
o a tasso variabile di
rifrazione. Saliscendi del flusso:
stop and,
and go. Go, go, go!
Go a gogò...
Un chiaro
raffinato, s’intende.
Che sia per la poesia
– alluvionata –
o per la banale giornata.
(Sono quello seduto
di traverso)
Sono
quello seduto di traverso,
riconoscibile anche dalle mani
(e dalla
notte negli occhi lontani).
Lavoro di maniche.
Sghembo. Nascondo il pelo (e lunghi crini
grigio-biancastri
all’estremo)…
Bello nella foto
segnaletica (e della vita), vedete: quello
che dà quasi di spalle…
I monchi – più che mani – a mo’ di leva
sulle ginocchia in
tensione. Sono quello. Bello
di una bellezza grezza e
perduta, venduta a chili con un calcio
al cielo dei
muti: la bellezza degli asini, già… Degli asini. O
somari, mammiferi dei
Perissodattili, superflui persino di dita.
Dio, i somari… Zotici
unguligradi, zoccolati che non sono altro!
Ah, ma…
ma è importante, sapete,
è davvero importante
capire come si portano i somari. A volte,
per un sì o per un
no o, che so, se il vento alza carte,
certi somari possono
uscire pazzi, possono.
Oh già, che
possono! E sgroppano,
sgroppano e rinculano
che è un piacere. Per l’appunto: all’impazzata
– manco fossero sotto
il tiro di feroci tribunali, i maiali!
È così. Sono ombrosi,
i somari. Soggetti intrattabili. Ti mostrano
i denti marci e ti
sbavano addosso pestilenze sesquipedali.
E ragliano. A
perdifiato. Senza ritegno. T’intronano. I
somari…
Ah, ma è
importante, non crediate, è davvero importante
studiare questo dilemma
millenario: se, ai somari,
ti unisci in corsa e ti
accodi, lemure stordito o pivello implume
– e con gran colpo al
piloro a dilatarne il lume… –
rischi di essere
scalciato, ma poi: pazza gioventù e cuore franco;
docile al palo che ti
sorveglia, ma poi: bardato di giusto e per la vita
nel grosso fruttuoso del
sondaggio che ci avvolge. Oppure
di traverso, ai
somari? Un morso e cento sputi
all’ungula cieca dei
ciuchi? Bastonarli, magari… O legarli uno
per uno ai pali, il muso
sulla muffa di due belle balle uguali? Sono
forse troppi? Sì? E
non basterebbe tutto il tempo della Storia, eh?…
Sono
quello – Ah, ma è importante… –,
i monchi a mo’ di leva
per dare slancio alla fuga – Sono troppi –.
Non me ne vogliate
– in fondo, ai matti si addicono parole dolci,
checché se ne dica –
:
ormai, quasi settecento anni che ho ammazzato Buridano.
(Salmo dell’inadatto
passeggero)
a suor Viviana
L’uomo non sia indegno dell’Angelo
la
cui spada lo protegge
da
quando lo generò quell’Amore
che
muove il sole e le stelle
fino
all’Ultimo Giorno in cui rimbomba
il
tuono della tromba.
Non
lo trascini ai rossi lupanari
né
ai palazzi che eresse la superbia
né
alle taverne insensate..
…
Jorge Luis Borges,
L’Angelo
Ho un amico che mi parla
di Dio,
gli dico:
ascolto, ma ho già la mia via; mi dice: sali
sul mio carro e
poi sia il canto di una risoluta gioia.
Ho un amico che mi parla
di Dio,
non mostra le ali ma ha
tratti gentili; mi dice: guarda,
questo è un segno e
noi sapremo coglierlo ed avremo i cieli.
Mi muovo per sentimento
di luce,
provo a dirgli, ma se
non è superbia io nulla devo ed è ciò che mi assolve;
sta nei nostri atti,
ogni salvezza, in essi è il seme che l’essere ci rivela:
io, che pur ti ascolto,
ho già la mia via.
Il giorno è ampio quando
la luce sale,
mi porge, e
dispera la via chi resta al buio;
ci si esprime per vezzo
di sapienza ma conosce chi sa di non sapere,
chi nell’ascesa alfine
si ritrova: lascia che ti porti per ciò che vale!
Ho un amico che mi parla
di Dio, che sospinge a insondabile mistero;
ma io non valgo per ciò
che non conosco, per passo d’inadatto passeggero
io mai saprò seguirlo
nel suo volo.
Chi indaga il suo
desiderio profondo,
mi dice,
riporterà l’elogio di una gioia, chi non indulge in uso di celarsi
si condurrà sulla via
del mio cielo…

Gennaro Grieco abita a Trana (TO)

Commenti pervenuti


1.
Caro Gennaro, e ti leggo e stento o a
riconoscerti in questa vove profetante, sperimentalistica e
filosofeggiante. Quanto intelletto sopra il sacrosanto dolore del vivere
la quotidianità che orpella e ci beffa. Vai per accumuli, per ridondanze,
parli per dire il tutto. La disarmonia del fuori si specchia nel verso
lungo e franto, la ridondanza dietro le persiane nella ridondanza delle
parole, l'eccesso nell'eccesso,... Poesia mimetica nella denuncia. L'avrei
voluta più asciutta.
Narda fattori
