Gennaro Grieco

                          

    

    

       

 

                (La svolta è prerogativa dell’ombra)

  

            Un chiaro raffinato, s’intende.

Non semplice radianza, pletorica propagazione  e della luce  talora

qualche smorfia,            svogliato, smorto sbuffo

alla fine incline all’abbandono, a un adagiarsi piano.

            La svolta è prerogativa dell’ombra.

La quale decide l’impatto, certifica ogni profondità dell’occhio  e,

e   insinua   adesca   muove.          Par di capire di un privilegio,

di una elezione. E di un vocazionale discernimento,      evocativo

e classificante; quando non sanzionatorio.

Con un chissenefrega di fondo,

imperativo della genesi   – e del drammatico quotidiano –  che cioè

presiede al disegno e ne insapora il tratto.           Oh sì, grande,

grande autonomia di veduta, sapienza d’arbitrio  e,

e non si vede lo scandalo.

            E no, che non si vede. Anche a volerlo

comunque provare   – metti solo in ipotesi di facile iattanza –

davvero non conviene.    Non vale ragione e proprio non ha senso

sfidare l’inclemenza.

Perché l’ombra  dopotutto significa e,

e per il chiaro, soprattutto, significa precisa importanza.

            Certo vi è che uno se ne resta

pur sempre col consenso. Che va espresso, come no?   Mostrando

di saperlo cogliere,       il significato,

quello a volte intrigante di ciascuna sfumatura.  Caspita l’ebbrezza

di una riconosciuta prova d’intelligenza!                 E che dire, poi,

del ritrovarsi addirittura pieno nel senso di una sonante ricchezza?

Ci sputi sopra per un a priori o,

o acconci quatto quatto la saliva sotto la lingua di una provvidenza?

 

            Suvvia che si muove!

Ecco che l’ombra varia la scena:       adèguati alla giusta lena  e,

e vai!             Vai dunque per il cammino, per un chiaro raffinato

che solleciti la vena.

Particelle anche irriverenti, porzioni d’aria rivoltanti, double face o,

o a tasso variabile di rifrazione.      Saliscendi del flusso: stop and,

and go.   Go, go, go!   Go a gogò...

 

            Un chiaro raffinato, s’intende.

Che sia per la poesia   – alluvionata –

                                                          o per la banale giornata.

 

 

 

                (Sono quello seduto di traverso)

  

            Sono quello seduto di traverso,

            riconoscibile anche dalle mani

            (e dalla notte negli occhi lontani).

Lavoro di maniche.       Sghembo.      Nascondo il pelo (e lunghi crini

grigio-biancastri all’estremo)…

Bello nella foto segnaletica (e della vita), vedete:   quello

che dà quasi di spalle… I monchi   – più che mani –   a mo’ di leva

sulle ginocchia in tensione.     Sono quello.     Bello

di una bellezza grezza e perduta,    venduta a chili con un calcio

al cielo dei muti:      la bellezza degli asini, già…  Degli asini.      O

somari, mammiferi dei Perissodattili,            superflui persino di dita.

Dio, i somari… Zotici unguligradi,       zoccolati che non sono altro!

             Ah, ma…

ma è importante, sapete,

è davvero importante capire come si portano i somari.     A volte,

per un sì o per un no    o,     che so,       se il vento alza carte,

certi somari possono uscire pazzi, possono.

Oh già, che possono!           E sgroppano,

sgroppano e rinculano che è un piacere. Per l’appunto: all’impazzata

   – manco fossero sotto il tiro di feroci tribunali,         i maiali!

È così.   Sono ombrosi, i somari.   Soggetti intrattabili.   Ti mostrano

i denti marci e ti sbavano addosso pestilenze sesquipedali.

E ragliano.     A perdifiato.    Senza ritegno.   T’intronano.     I somari…

            Ah, ma è importante, non crediate, è davvero importante

studiare questo dilemma millenario:              se, ai somari,

ti unisci in corsa e ti accodi,    lemure stordito o pivello  implume

   – e con gran colpo al piloro a dilatarne il lume… –

rischi di essere scalciato, ma poi:       pazza gioventù e cuore franco;

docile al palo che ti sorveglia, ma poi:   bardato di giusto e per la vita

nel grosso fruttuoso del sondaggio che ci avvolge.             Oppure

di traverso, ai somari?            Un morso e cento sputi

all’ungula cieca dei ciuchi?  Bastonarli, magari…  O legarli      uno

per uno ai pali, il muso sulla muffa di due belle balle uguali?  Sono

forse troppi?  Sì?  E non basterebbe tutto il tempo della Storia, eh?…

 

            Sono quello      – Ah, ma è importante… –,

i monchi a mo’ di leva per dare slancio alla fuga      – Sono troppi –.

Non me ne vogliate     – in fondo, ai matti si addicono parole dolci,

                                 checché se ne dica – :

ormai,                 quasi settecento anni  che ho ammazzato Buridano.

 

 

 

                (Salmo dell’inadatto passeggero)

                                        a suor Viviana

 

L’uomo non sia indegno dell’Angelo

la cui spada lo protegge

da quando lo generò quell’Amore

che muove il sole e le stelle

fino all’Ultimo Giorno in cui rimbomba

il tuono della tromba.

Non lo trascini ai rossi lupanari

né ai palazzi che eresse la superbia

né alle taverne insensate..

Jorge Luis Borges, L’Angelo

  

Ho un amico che mi parla di Dio,

gli dico:        ascolto, ma ho già la mia via;            mi  dice:        sali

sul mio carro e poi               sia il canto di una risoluta gioia.

            Ho un amico che mi parla di Dio,

non mostra le ali ma ha tratti gentili;          mi dice:         guarda,

questo è un segno e noi        sapremo coglierlo ed avremo i cieli.

            Mi muovo per sentimento di luce,

provo a dirgli,    ma se non è superbia   io nulla devo ed è ciò che mi assolve;

sta nei nostri atti, ogni salvezza,    in essi è il seme che l’essere ci rivela:

io, che pur ti ascolto, ho già la mia via.

            Il giorno è ampio quando la luce sale,

mi porge,       e dispera la via chi resta al buio;

ci si esprime per vezzo di sapienza       ma conosce chi sa di non sapere,

chi nell’ascesa alfine si ritrova:         lascia che ti porti per ciò che vale!

           Ho un amico che mi parla di Dio,  che sospinge a insondabile mistero;

ma io non valgo per ciò che non conosco,    per passo d’inadatto passeggero

io mai saprò seguirlo nel suo volo.

           Chi indaga il suo desiderio profondo,

mi dice,       riporterà l’elogio di una gioia,     chi non indulge in uso di celarsi

si condurrà sulla via del mio cielo…

 

 

Gennaro Grieco abita a Trana (TO)

Commenti pervenuti  

1.

Caro Gennaro, e ti leggo e stento o a riconoscerti in questa vove profetante, sperimentalistica e filosofeggiante. Quanto intelletto sopra il sacrosanto dolore del vivere la quotidianità che orpella e ci beffa. Vai per accumuli, per ridondanze, parli per dire il tutto. La disarmonia del fuori si specchia nel verso lungo e franto, la ridondanza dietro le persiane nella ridondanza delle parole, l'eccesso nell'eccesso,... Poesia mimetica nella denuncia. L'avrei voluta più asciutta.   Narda fattori

 

 

 

 

 

 

 

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