Vincenzo Lombino

                          

   

    

   

 

Nel modo dei granchi che tessono mele ai demoni di cultura, mi piego allo specchio alla ricerca di un rosso deterso, ancora sporcandomi le mani di secrezioni alla frutta come il vecchio siamese nel delirio di Alice

 

 

 

Ho vecchie bambole umide di paradisi perduti

e spilli arrugginiti in lacrime e saliva rimpianta

che vagano lungo finestre appesantite da raggi di luna

obliqui sul buio celato in cui mi nascondo

                                                              e perdo me stesso

 

tra spazi cavi di vuoto e labirinti che echeggiano cantine

e non ho che litri lividi di ferite da trasformare in amore e fascino

senza vino né acqua moltiplicati dal pane che allontana la fame.

 

Ed è ancora una volta il mio istinto auto-comburente

che mi stimola verso una professione purifica di me,

il mio ego che cerca un centro in cui vivere di traffico

e case canute di emarginazione e povertà sospesa.

Ed aleggio nell'aria cercandoti salvifica e scettica

delle mie imprese in mondi non dichiarati all'anagrafe

o odissee di viaggi iniziatici e riti spezzati dalla fretta

                                                                              o dal sonno

in cui non muore nessuno,

                                        non nasce alcuna speranza.

 

 

(Ed ho streghe sorelle che lanciano incanti in sogno

e sognano distanti profezie che suonano miraggi

come il mio gelato al pistacchio nel tuo deserto

o i mille voli di uccelli pindarici che si perdono

o cadono o si spezzano, squarciando anche il cielo,

e suonano tuoni o lampi di buio senza speranza di fuga

nel richiudersi rapido del sole nero di buchi da giardino)

 

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Restano ritti ed atterriti dalla fretta

                                                    o dal sonno

prigionieri di cantine senza botti di vino,

scandendo il tempo nell'oscillazione periodica

di una barbie-Lavigne dolcemente impiccata al soffitto.

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Tremando di luce distesa la noia già filtra lontana e ti vedo frantumi di vetro

 

(a Rosa che conosce la storia del concreto che uccide e moltiplica l'immagine di vetro)

 

 

 

 

Uno sguardo ed è frantumi di vetro, come mille dei tuoi volti
spersi nei soli bastardi che muoiono tutt'ora all'alba sognante
un vecchio castello di pianure distese e spenti giacigli in cui
è tormento il tuo risveglio

                                       che la neve abbandona di brina

ed è la tua morte il primo lutto di cui soffro,

                                                                   nascendo Creatore e Creato

 

 

sapresti uccidere nel gesto infiniti granelli di sabbia disciolta

sul nero contrasto confuso che non è tua immagine salvifica

né somiglianza del mio sguardo risolto in immaginario Dio

di mondi paralleli che stridono al contatto di scintille

                                                                              e stelle morenti

improvvisamente risorte diverse

                                                 e rasenti il mio viso più presbite

 

 

 

ed è luce che acceca di buio

                                           le mani che muovono piano

porte e spiragli-di-nuovo nel falco precipite in spire di storia

 

ed incensa ferite di mirra

                                     come dono a dei ormai stanchi

sentendo una guerra il risveglio dal sogno di vita nascosta

 

e lasciando la voce al di fuori del corpo tonante e sicura.

 

 

 

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||  Ma dissolto e riapparso è il senso di funi marine  ================

||  dipinto di vene e striature solcate d'intreccio  ================

||  nel nome tuo che cambia di romanzi già letti  ================

||  come storia che vuole sembrare irreale metafora  ================

||  di fatti ed essenze lontane nel vero distacco imprevisto ================

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Per mio conto non sono che nulla dipinto di zelo già stanco

con parole già morte

                               o non nate che nel ghiaccio profondo

di un era che si avvia al trapasso morente di angoli bui

e vecchie porte socchiuse che cammelli non varcano:

 

mi sento dischiuso nell'impeto che dà vita alla noia distesa

 

 

 

Se il commesso viaggiatore avesse avuto un mazzo di carte

 

 

Lei faceva le fusa

dolcemente

                  sdraiata

                               sul letto,

mentre io le lanciavo

bottiglie

            di whisky

                           e martini,

perché avevo

tutta

        l'intenzione

                         di scoparmela

quando fosse stata

abbastanza

                  sbronza

                                .

 

 

 

E lei saltò g

                 i

                   ù

                      dal letto

avvinghiandosi provocante,

mentre io immischiavo

le carte

e le facevo posto

di fronte a

                 me.

 

 

Fece per spogliarsi,

ma la bloccai convinto,

sebbene fosse bella

- da impazzire -

 

 

Non potevo distrarmi.

 

 

Quella la dovevo vincere

o al massimo

temporeggiare

 

almeno

per

un po'.

 


Vincenzo Lombino è nato a Palermo nel 1984 e attualmente studia

Informatica alla facoltà di scienze MM. FF. NN. a Palermo


Commenti pervenuti  


1.

Le poesie di Lombino, nonostante la giovane età, espongono una conoscenza sicura del mezzo linguistico adoperato. Spira aria post-moderna ma tersa, svincolata da presupposti ironici e affettazioni manieristiche. Dettato non certo scabro, bensì pronto a riempirsi di succhi vivificanti. Nessuna posa, nessun eccesso in una poesia che possiede tra i suoi pregi più evidenti l'accendersi di scintille vitali pur respirando un'atmosfera comune (o forse proprio a causa di questo).   -  Gianluca D'Andrea

 

2.

nei tuoi versi c'è una tale innovazione da rendere la tua poesia ad alti livelli.concorsi come questo per me sono importantissimi...la vittoria è il CONFRONTO, NUOVI STIMOLI, CARISMA ARTISTICO. sono contenta nel vedere che ragazzi miei coetanei siano così talmente infusi nella vita.sai bene che in giro ce ne sono pochi! sei molto profondo e osservi il mondo con l'occhio indagatore dell'artista, che riesce a maneggiare le cose impalpabili.mi fa davvero tanto piacere, ti ammiro.   NUNZIA DE FALCO

 

3.

Ho notato che hai ricevuto commenti piuttosto lusinghieri alle poesie che hai proposto al concorso,  e questo mi ha spinto a dire anche la mia su quel poco che di te ho potuto leggere qui. Premetto che i nostri due stili sono completamente diversi uno dall'altro, non che questo sia negativo ma personalmente non mi convince questo tuo ermetismo se così si può dire il modo di esprimersi che non permette al lettore di cogliere a fondo il senso ma che graffia solo la superficie; secondo me la poesia non ha bisogno di artifizi grafici o risaltare esteriormente ma è autoreferenziale, puoi entrare in sintonia con lei o meno ma non deve ammiccare per convincerti, puoi tu da solo notare le infinite variazioni della luce nel prisma oppure no, oppure potrai notarne una sola che può anche non piacere, infine puoi anche non notarla e allora il verso ti scorrerà sopra e non dentro come dovrebbe fare e con la sua musicalità portare con sè l'armonia delle cose che l'autore vuole trasmettere.

Più nel dettaglio ti dirò che nella prima poesia non riesco a capire dove tu voglia andare a parare e quale sia il filo conduttore del tutto, poi non capisco l'uso di costruzioni grafiche tratteggiate, un pò provocatoriamente ti dico: ma non basta la forza del verso pura e semplice per attirare l'attenzione del lettore? Per la seconda poesia  vedi come sopra; per l'ultima invece lo stile è più essenziale e il filo conoscibile, stavolta gli effetti sono simpatici ma il peso della poesia sarebbe diverso se non ci fosse quel "giù" cadente dal letto?

Ricollegandomi a Maschere, sempre rimanendo in metafora il prisma che io uso per un raggio di luce sempre uguale è differente e unico sia rispetto a quello usato da chiunque altro sin dalla notte dei tempi sia da quello che userei ora io stesso nel riscrivere sullo stesso argomento, perchè ogni poesia è un'immagine che, come una fotografia sempre dello stesso posto ti fa notare che mano l'abbia scattata, a che ora e com'era la giornata. Solo un cieco potrebbe dire che sono uguali... 

Scusa se posso essere stato un pò brusco ma sono abituato a dire la mia sulle cose che mi interessano... e la poesia è una di queste, in ogni caso questo è soltanto il mio piccolo punto di vista personale che non ha la pretesa di voler essere preso in considerazione nè tantomeno di volerti insegnare nulla.

Gianluca.