Claudio Gevi

                          

    

 

 

 

 

  

L'abitudine del buio

 

Se la mano di un Angelo

ti guidasse tra le tenebre

non sentiresti la stretta,

gli strappi per distoglierti

dall'ira o dal tedio.

Non ci sarebbe contatto,

la carne non lo sopporterebbe.

Ma il suo soffio

ti farebbe voltare il viso,

verso un nuovo profumo,

il suo calore farebbe ritrarre

la mano dal pugnale.

Non sarebbe tuono la sua voce

ma ramo a primavera,

e ti direbbe:

"L'abitudine del buio

non è la Luce,

nemmeno la via per la Luce.

Solo se può farti sentire

l'illusione del dolore,

servirà.

Sarò lì, con te.

Insieme guarderemo la croce,

le mille croci che ti affliggono

e il mondo con te.

Dovrai non credere più

al mio aiuto, per ritrovarti.

Così mi vedrai

ma tu potrai più di me,

unirai lo splendore alla terra

ed io che guido

sarò guidato.

Vedi, io so e posso mostrare,

ma tu, tu puoi vivere,

puoi scaldarti nella cenere,

vedere in ogni inizio

la presente eternità

e mi darai vita e amore

in cambio del mio amore.

La Luce è altrove,

vive della nostra gioiosa

consunzione.

La vedremo alla fine,

quando saremo un'unica sostanza."

 

 

L'altro soffio

 

E all'ultimo fiato, il saluto alla terra

che strazia per il suo definitivo vibrare,

sorpresa,

segue un fratello più sottile,

un alito che sa di aperta leggerezza,

di duplice percorso

tra la carne e il cielo,

infinito istante dove ogni sforzo è cessato,

presagio di un'altra sostanza,

testimone racchiuso nel cuore,

gioiello che trapassa la solitudine della morte,

consiglio fraterno: "Attendimi,

accogli il soffrire per me,

ricordati di me dopo la corsa,

il pianto, l'amore.....

 

In un corpo quasi muto

aspettiamo, soli, l'Eterno.

E offriamo la carne e l'essere

al mondo, offriamo la solitudine

colma di affanni e di richieste:

lei resta, però, impenetrabile.

E, se possiamo, davanti

alla sovranità e al silenzio

udiamo un senso, un canto

che ci placa.

 

 

Pausa

 

E' pur vero che dal lago

del dolore guizza

il pesciolino dorato.

Ma non per questo

la sua quiete significa:

assenza.

E il riflesso della gioia

non addormenta

il senso.

Le sue rive accolgono

ora l'immobilità

perché hanno imparato

dalla devastazione

e i nitidi e liberi contorni

possono sostenere

il buio.

 

Ognuno contempla il suo

riflesso

in quello che vorrebbe

essere un oceano;

solo il poeta vede,

in trasparenza,

nella sua goccia d'acqua,

il non finito.

  


Claudio Gevi, nato a Milano diplomato in maturità classica, pianoforte e composizione. Attività concertistica e di insegnamento. Insegnante del Metodo Feldenkrais ®


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