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L'abitudine del buio
Se la mano di un Angelo
ti guidasse tra le tenebre
non sentiresti la stretta,
gli strappi per distoglierti
dall'ira o dal tedio.
Non ci sarebbe contatto,
la carne non lo sopporterebbe.
Ma il suo soffio
ti farebbe voltare il viso,
verso un nuovo profumo,
il suo calore farebbe ritrarre
la mano dal pugnale.
Non sarebbe tuono la sua voce
ma ramo a primavera,
e ti direbbe:
"L'abitudine del buio
non è la Luce,
nemmeno la via per la Luce.
Solo se può farti sentire
l'illusione del dolore,
servirà.
Sarò lì, con te.
Insieme guarderemo la croce,
le mille croci che ti affliggono
e il mondo con te.
Dovrai non credere più
al mio aiuto, per ritrovarti.
Così mi vedrai
ma tu potrai più di me,
unirai lo splendore alla terra
ed io che guido
sarò guidato.
Vedi, io so e posso mostrare,
ma tu, tu puoi vivere,
puoi scaldarti nella cenere,
vedere in ogni inizio
la presente eternità
e mi darai vita e amore
in cambio del mio amore.
La Luce è altrove,
vive della nostra gioiosa
consunzione.
La vedremo alla fine, quando saremo un'unica sostanza."
L'altro soffio
E all'ultimo fiato, il saluto alla terra
che strazia per il suo definitivo vibrare,
sorpresa,
segue un fratello più sottile,
un alito che sa di aperta leggerezza,
di duplice percorso
tra la carne e il cielo,
infinito istante dove ogni sforzo è cessato,
presagio di un'altra sostanza,
testimone racchiuso nel cuore,
gioiello che trapassa la solitudine della
morte,
consiglio fraterno: "Attendimi,
accogli il soffrire per me,
ricordati di me dopo la corsa,
il pianto, l'amore.....
In un corpo quasi muto
aspettiamo, soli, l'Eterno.
E offriamo la carne e l'essere
al mondo, offriamo la solitudine
colma di affanni e di richieste:
lei resta, però, impenetrabile.
E, se possiamo, davanti
alla sovranità e al silenzio
udiamo un senso, un canto che ci placa.
Pausa
E' pur vero che dal lago
del dolore guizza
il pesciolino dorato.
Ma non per questo
la sua quiete significa:
assenza.
E il riflesso della gioia
non addormenta
il senso.
Le sue rive accolgono
ora l'immobilità
perché hanno imparato
dalla devastazione
e i nitidi e liberi contorni
possono sostenere
il buio.
Ognuno contempla il suo
riflesso
in quello che vorrebbe
essere un oceano;
solo il poeta vede,
in trasparenza,
nella sua goccia d'acqua, il non finito.
Claudio Gevi, nato a Milano diplomato in maturità classica, pianoforte e composizione. Attività concertistica e di insegnamento. Insegnante del Metodo Feldenkrais ®
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