Beata Maria Schininà Arezzo 

detta “Madre Maria del Sacro Cuore”

 


di Marinella Fiume

          

        

       

 

  

  

 Maria Schininà, dei Marchesi di Sant’Elia, baroni del Monte e dei Duchi di San Filippo delle Colonne, nacque a Ragusa il 10 aprile 1844 da Giambattista e da Rosalia Arezzo, quinta di otto figli.

 Il bel palazzo dove nacque e crebbe Maria è stato donato da Maria Carlotta Schininà alla Diocesi di Ragusa ed è oggi sede del Vescovado e del Seminario.

 Il Casato degli Schininà, di cui si ha notizia a partire dal XVI sec., fu tra i fondatori della nuova Ragusa dopo il rovinoso terremoto del 1693, che distrusse il Val di Noto. È al barone Mario Leggio Schininà, infatti, che si deve il piano urbanistico della nuova città, secondo il modello della capitale spagnola. Un’altra figura femminile di rilievo per la storia di Ragusa che vanta la famiglia fu Felicia Schininà, che fondò, nel XVIII sec., il Collegio di Maria, per accogliervi le fanciulle nobili di bassa fortuna.

 Il padre, Giambattista, era stato educato dai Gesuiti ed era un uomo di grande cultura e religiosità. La madre, Rosalia, era stata educata dalle suore benedettine di Ragusa Ibla. Durante la sua infanzia, Maria fu istruita dapprima dalle sorelle Capodicasa, che impartivano una rigida educazione di tipo catechistico, poi, come i suoi fratelli, dal sacerdote Vincenzo Di Stefano, cappellano e precettore di famiglia, figura usuale presso le famiglie nobili del tempo, ma esclusiva degli Schininà a Ragusa.  Condusse la vita delle ragazze delle famiglie aristocratiche siciliane: visite ai parenti, balli, festini, ricevimenti e studio della musica e del pianoforte: a 16 anni divenne l’animatrice della banda musicale di Ragusa e, in occasione dei festeggiamenti per l’Unità d’Italia, ebbe il privilegio, da parte del maestro della banda, di battere il tempo con la bacchetta nel concerto tenutosi nella piazza adiacente la cattedrale; alcuni dicono addirittura che abbia diretto lei stessa la banda, non senza scandalo.

 Maria era ammirata e invidiata per la ricercatezza nel vestire e il tenore di vita che conduceva, e si dice che lo stesso Arcivescovo di Ragusa abbia apertamente riprovato il suo attaccamento all’eleganza, avvertito in stridente contraddizione con le sue pratiche religiose. Ricevette numerose proposte di matrimonio, sempre rifiutate.

 Nel 1871, ottenne un Decreto di Nomina ad Ispettrice scolastica, insieme alla poetessa Mariannina Coffa Caruso (1841-1878), originaria di Noto, ma stabilitasi a Ragusa dopo il matrimonio con Giorgio Morana, divenuta presto sua amica, la quale parla di Maria in una lettera scritta al fidanzato di un tempo, Ascenso Mauceri, definendola “buonissima giovane” e riferendo l’umiltà con la quale accettò l’incarico benché se ne ritenesse indegna (Marinella Fiume, Sibilla arcana. Mariannina Coffa, Edizioni Lussografica, Caltanissetta, 2000, pp. 336-338).

 Nel 1865, morto il padre, prese a ritirarsi in casa cominciando a rifiutare le occasioni di vita mondana. Quando anche l’ultimo fratello si sposò, nel 1874, rimase sola con la madre,  abbandonando del tutto la vita mondana e  dedicandosi interamente alla preghiera e alle pratiche religiose. Per non lasciare sola la madre non si fece suora, come avrebbe desiderato, ma, spogliatasi dell’elegante vestiario, si rivestì con quello delle popolane.

 Fu una radicale conversione di vita e una scelta scandalosa per la società del tempo, venendo a infrangere la secolare barriera esistente tra nobiltà e popolo minuto. Si diede a servire, infatti, personalmente, nei loro tuguri i poveri e gli ammalati, che era solita chiamare “la pupilla di Dio”.

 Certamente sconosciuta per noi oggi è la molla che condusse Maria a questo cambiamento radicale di stile di vita, né ci è dato sapere quanto abbiano influito nella scelta i rapporti col padre, con la madre, con il precettore o i fratelli, o l’insopportabile spettacolo delle miserie, delle sofferenze e delle ingiustizie sociali. Né forse tanto repentino e inaspettato dovette essere il mutamento, se ebbe a scrivere in seguito: “Mentre il mondo mi credeva felice e qualcuno chissà, forse anche mi invidiava, il mio cuore era immerso in una profonda amarezza. Tutto mi dava noia: il lusso, la musica, la società; e molto più mi riuscivano intollerabili i balli e le serate di una lunghezza senza fine.” (Le Suore del S. Cuore di Ragusa, Maria Schininà la madre dei poveri, Edizioni AE, 1987, p.19).

 Scelse, come poteva in quella Sicilia, in quegli anni, in quella classe sociale, con il suo sesso, un percorso a suo modo di realizzazione, tra i pochi possibili alle aristocratiche del tempo: quello di “fondatrice”,  appunto, secondo un modello maschile che le derivava dall’appartenere ad una famiglia di padri “fondatori” della città dopo il disastroso terremoto, e un modello femminile familiare nella sua famiglia che annoverava, tra le sue glorie, la figura di un’antenata settecentesca fondatrice del Collegio di Maria per fanciulle nobili di bassa fortuna.

 Ma scelse non senza coraggio, in quanto parenti, amici, conoscenti e i suoi stessi fratelli la riprovarono aspramente, considerandola la vergogna della famiglia perché andava in giro come una stracciona e dilapidava il patrimonio familiare per aiutare e soccorrere i poveri, gli ammalati, i carcerati, gli ultimi. 

 Il carmelitano Salvatore La Perla la nominò prima direttrice della nuova istituzione delle “Figlie di Maria”, sorta a Ragusa nel 1877, attraverso la quale radunò intorno a sé molte giovani con le quali soccorreva i poveri a domicilio, polarizzando intorno a sé tanta gioventù locale.

 Morta sua madre, nel 1884,  espresse il desiderio di farsi suora di clausura, ma, consigliata dall’Arcivescovo di Siracusa, rimase in città a continuare le sue opere di misericordia.

 Nel 1885, si associò ad alcune compagne, formando un gruppo di apostolato e, il 9 maggio del 1889, si unì in comunità con le prime cinque giovani, fondando così  l’Istituto delle Suore del Sacro Cuore allo scopo di offrire soccorso e ricovero alle povere, le orfane,  gli anziani invalidi, i carcerati, i bisognosi, gli operai e i “carusi” che lavoravano nelle miniere di “pietra pece”, il cui sfruttamento a Ragusa era cominciato verso la seconda metà dell’ ‘800 e le cui condizioni di vita erano, a dir poco, subumane. Fu una vita dura la sua, a contatto diretto con quella miseria che non aveva conosciuto durante la sua fortunata adolescenza, ma scelta con un mistico ardore di fede cristiana tale che, come si disse, si impresse sul petto col ferro arroventato il nome “Jesus”.

 Nel 1890, fu ricevuta in udienza dal Papa Leone XIII e nel 1892 diede inizio alla costruzione della prima casa del Sacro Cuore che, completata nel 1904, diventò la casa-madre. In seguito, organizzò a Ragusa l’Associazione delle Dame di Carità; ospitò nel suo Istituto, dal 1906 al 1908, le prime monache carmelitane venute in città; nel 1908-1909 mise l’Istituto a disposizione dei sinistrati del rovinoso terremoto che distrusse  Messina e Reggio Calabria.

Tra le prove che dovette affrontare e che le costarono non poca umiliazione vi fu quella di dover riscrivere più volte la Regola per conformarla alle direttive dell’Autorità ecclesiastica, e la difficoltà a trovare novizie. Ma non si rassegnò mai alle sconfitte, convinta com’era che quel luogo da lei fondato fosse il luogo della salvezza, per lei, per le consorelle, per le orfane assistitevi.

 Dopo aver consolidato l’istituzione da lei fondata, madre Maria del Sacro Cuore morì a Ragusa l’11 giugno 1910, a 66 anni. Dal 1990, la sua salma è conservata in un’urna di cristallo.

 La sua opera si è estesa in Madagascar, Nigeria, Canada, Stati Uniti, Filippine, dove le suore continuano a seguire lo spirito della fondatrice.

 La fama di santità di cui era circondata già in vita aumentò sempre più dopo la sua morte. Il 2 aprile 1937 fu dato inizio al processo di beatificazione, che si concludeva  il 4 novembre del 1990, quando il Papa Giovanni Paolo II la proclamava Beata.

 

 

Bibliografia e Webliografia