Edizioni CFR. Tutti i libri realizzati da Gianmario Lucini nel 2013

Gianmario Lucini, poeta, oltre ad aver fondato Poien è stato anche attivo riformatore della scena poetica italiana grazie alla sigla editoriale CFR. Il catalogo dei suoi libri e tutto il magazzino è stato donato a Poiein (ai link le pubblicazioni anno per anno 2014, 2013, 2012, 2011, e il pdf del catalogo completo fino al 2013).
Per informazioni sui volumi aps.poiein @ gmail.com

Giovanna Iorio, Una Venere nel Tevere, pp. 96, € 10,00
Delicata e insieme forte questa nuova raccolta di Giovanna Iorio, che continua nel “trend” della precedente (“Mare nostrum“, CFR, 2011) e di altre sillogi (La memoria dell’Acqua, Ghaleb 2012 e In-chiostro, Delta3 Edizioni), con il suo stile scorrevole e piano, nella sua lingua essenziale ma fluida, nel suo verso breve e conciso.
“La Venere nel Tevere” narra la quotidianità trasfigurata di una donna, è una specie di diario o di annotazione di sensazioni, intuizioni, pensieri, note anche polemiche e di costume, immagini di tempo minimo e personale rubate alla banalità e trasfigurate dalla riflessione poetica. La “Venere” in questione, è una divinità romana quasi dimenticata, ossia la “Venus cloacina”, la dea alla quale era dedicata la custodia della cloaca – ruolo forse umile, ma fondamentale, come ci insegnano le vicende dei tempi nostri, più che dei tempi antichi.
Così sintetizza Remo Bodei nella sua prefazione: “Questa Venere, in apparenza, ha un aspetto molto più modesto, umile e meno attraente della dea greca, splendida per bellezza e per fascino irresistibile. Giovanna Iorio ne coglie invece, simbolicamente, il nucleo nascosto di forza discreta o nascosta che pulisce e purifica “con parole d’amore / le antiche ferite / i vicoli sporchi / i ponti rotti / la cloaca che fluisce / l’anima sporca / del fiume”. Sorgendo dal Tevere, tale Venere disinfetta le brutture della città e ne ricorda la storia, perché – dice – “ho visto un fiume di persone / ho visto scorrere via il tempo”. Ma soprattutto la raccolta è, a nostro avviso, la parola di una donna per le donne (molti sono i riferimenti alle problematiche femminili) e anche per gli uomini qui habent aures audientes, senza polemiche e senza toni di femminismo acceso, con molta grazia e leggerezza ma con altrettanta fermezza e pure (‘ndove ce v’, ce vo’, direbbero a Roma) qualche stilettata polemica. Il pregio di questa raccolta è, in ogni caso, quello di dimostrare, a nostro avviso con pieno successo, che la banalità del quotidiano, che sia un banale dolciastro o anche amarognolo, può essere redento dallo sguardo poetico e dal pensiero poetico, che non è un pensare del poeta o un vedere del poeta, ma un vedere e un pensare di ognuno, purché si faccia spazio alla sensibilità, alle corde più sensibili del nostro pensare. Una riconferma, dunque, della caratura di questa autrice, ormai alla sua quarta opera di poesia, e della sua ricerca linguistica che tende nello stesso tempo a “disossare” il verso, a renderlo essenziale, senza tuttavia privarlo della sua carica di comunicatività e a volte di colloquialità. Sembrano versi nati per caso, ma in effetti c’è “dietro” un’attenzione costante e vigile all’affinamento stilistico, secondo le regole della semplicità e della precisione che l’autrice si è imposta.

Lucia Visconti, Fatumulu di’ ‘n baténgu, pp. 64, € 8,00
Lucia Visconti è una scrittrice e poeta fiorentina, che però proviene da Abbadia San Salvatore, un paese nei pressi del Monte Amiata, dove si parla il dialetto Badengo (appunto da “Abbadia”), diffuso in una vasta area di territorio amiantino. Lucia prende di petto la trattazione di questo argomento, con brevi saggi introduttivi (che riguardano anche il rapporto fra i dialetti e la lingua italiana), che di per sé riguarderebbe soltanto una piccola isola linguistica. Leggendo però i testi da lei proposti in lingua badenga (una trentina di poesie, due brevi racconto, si resta poi conquistati dalla vivacità di questa parlata, dalle immagini che essa evoca, dalle inflessioni dialettali provenienti anche da altre parlate (ad es. il lombardo), sedimentatesi lungo i secoli. Si tratta di una lingua all’apparenza un po’ rude e spiccia, ma che poi rivela una sua cantilenante musicalità, una vivacità di espressioni e di immagini, una ricchezza di modi di dire (in particolar modo giocosi e ironici), che non sono secondi a nessun dialetto.
Si tratta insomma di un lavoro variegato, dove si potrebbe dire che “c’è di tutto un po'” (poesia, narrativa, saggistica…) ma che ha una sua coerenza perché il centro della scrittura, sia essa poetica o argomentativa, è costantemente orientato al tema unico del libro: il vigore del dialetto nella sua stretta relazione con lo spirito dei luo0ghi, con la terra, con il carattere di una popolazione.

Liliana Zinetti – Viviana Nicodemo, Minime da una fine, pp. 40, € 10,00
Un incontro sorprendente, fra la poeta bergamasca Liliana Zinetti e Viviana Nicodemo, che non vuole definirsi “fotografa” (il suo interesse più sentito è infatti quello per il teatro) ma che in queste immagini rivela, oltre a un raffinato gusto per l’indagine psicologica eseguita anche attraverso la scenografia, anche una potenza espressiva notevole. Le due poetiche si combinano saldamente in un unicum davvero sorprendente per coesione, non tanto di tematiche ma di umore, di sensibilità, di ambientazione psicologica: non troveremo la coincidenza della fotografa che “rende con immagini” i versi della poeta, o viceversa, ma troveremo un ambiente mentale omogeneo, uno stesso dolore o disagio che percorre i versi e le immagini, lo stesso disagio e lo stesso annichilimento di fronte all’insensatezza, al vuoto, al non senso.
Un quaderno dunque denso, lirico e duro, introspettivo ma anche polemico, denso di domande difficili e terribili nella loro drammaticità quotidiana.
Si tratta, pertanto, di una poetica che celebra i vinti, coloro che vivono in uno stato di emarginazione mentale, di sofferenza psichica, che le artiste simboleggia in un ambiente ostile, degradato, trascurato che è poi la rappresentazione immaginaria di questo interno mentale, questo “sottosuolo”, per dirla con un grande scrittore che in qualche modo partecipa a questo fiume della poetica introspettiva ed esistenziale che ha sempre lavorato nella filosofia e nella cultura occidentale, dal VI secolo a.C. in poi.
Avverte Ivan Fedeli nella prefazione. «Il lettore non tragga conclusioni affrettate da un titolo che potrebbe essere riduttivo, nulla è minimo nel ritmo continuo e mai banale di una storia di lacerazione, morte. Il disegno sotteso va ben oltre: è atto consapevole di una tragedia esistenziale che appartiene a tutti, una situazione sartrianamente infernale, in cui l’altro si trasforma nel carnefice che ammicca al punto di non ritorno, alla corrosione di ogni sicurezza, di qualsiasi spazio: “Ci assottigliamo perdiamo arti bocca occhi cuore. Per questo forse fiutando controvento latrano i cani nella notte. Per questo a volte le luci delle case si spengono per sempre.” Il contesto è accompagnato da una poesia asciutta, prosciugata in ogni minimo sintagma, in cui esperienza reale e finzione poetica, meravigliosamente, coincidono; qui il nervosismo della sintassi, a volte epigrafica, a volte con i tratti dell’aforisma nello sviluppo del pensiero dominante, il contatto con la morte, portano a punte espressive di alto livello e di piena maturità formale».

AA.VV. Poliscritture, n 10, Dic./2013, pp. 108, € 8,00
Questo numero di Poliscritture è incentrato sul tema della paura. Gli interventi dei diversi collaboratori illustrano, in forma di racconti, poesie, brevi saggi, citazioni, fotografie, disegni e quant’altro, un ampio spaccato e molteplici approcci al tema, che viene così proposto sotto varie angolature (la paura di soffrire fisicamente, la paura della morte, delle prepotenze, della guerra, la paura di vivere, di perdere ci ci è caro, delle malattie, la paura dell’estraneo, la paura per il futuro incerto, per la povertà e la regressione del proprio status, e così via).
Una panoramica, dunque, che apre molte domande, molti spunti di riflessione, non cerca risposte ma vuole mettere a fuoco i dubbi e le perplessità che la fragile natura umana prova di fronte all’ignoto, a ciò che non si può controllare, contro cui è impossibile una strategia reattiva, una difesa.
Molti e preziosi sono i contributi di poeti e narratori ed è dato spazio anche a un confronto serrato (nello specifico caso sul senso della guerra) fra posizioni antitetiche, non tanto nel tentativo di conciliare (che in questo caso sarebbe quasi impossibile, data la lontananza delle posizioni) ma piuttosto nel tentativo di capire e così mettere argomenti al fuoco della riflessione e peraltro rendendosi conto che alcune posizioni dialettiche o alcune convinzioni su argomenti scottanti, che si davano in qualche modo per universalmente condivise, non lo sono per nulla e che dunque è necessario con pazienza riflettere e argomentare, più che esorcizzare le idee diverse o lanciare ostracismi.
Hanno collaborato a questo numero: Ennio Abate, Velio Abati, Elena Angelini, Francesco Briscuso, Roberto Buffagni, Roberto Bugliani, Anna Cascella Luciani, Fabio Ciriachi, Marcella Corsi, Adriana de Nichilo, Salvatore Dell’Aquila, Niccolò De Sanctis, Andrea Di Salvo, Francesco Di Stefano, Luca Ferrieri, Marco Gaetani, Lisa Ginzburg, Gianmario Lucini, Maria Lenti, Daniele Lo Cascio, Anna Loriedo, Loredana Magazzeni, Giorgio Mannacio, Marina Massenz, Mario Mastrangelo, Massimo Parizzi, Ezio Partesana, Roberto Renna, Anna Maria Robustelli, Alessandra Roman Tomat, Carla Saracino, Donato Sarzulo, Walter Siti, Giulio Toffoli, Alberto Tomiolo. Per le immagini: Ennio Abate, Elena Angelini, Nicolò De Sanctis, Donato Di Poce, Gianmario Lucini, Viviana Nicodemo.

Małgorzata Hillar – Venti poesie scelte, pp. 40, con testo a fronte, € 10,00
“Małgorzata Hillar amò e soffrì molto. Dietro il velo della poesia celava la paura della solitudine e il bisogno di sicurezza emotiva. Dopo la separazione viveva come lontano dal mondo. Qualcuno l’ha definita “poetessa in fuga”. Viveva immersa nel suo dolore e nel caos spirituale, che voleva esprimere gridando, o distruggere completamente nell’ebbrezza dell’alcol. Poetessa-icona, leggenda della seconda metà degli anni ’50 e inizio ’60. La sua poesia “Noi della seconda metà del XX secolo”, diventò il manifesto della sua generazione e uno dei testi più popolari tra la gioventù. “Immergersi nella gioia spontanea, arrendersi ai tremiti del cuore, desiderare ardentemente e attendere la felicità – ecco gli elementi salienti della sua poesia. Amore, emozioni erotiche, maternità, spontaneità – tutto ciò costituisce il linguaggio di una poetessa che protesta contro le false barriere della cultura e della civiltà” – scrive il poeta e critico Aleksander Nawrocki.”
Il lettore italiano troverà, in questa poesia e in altri quaderni di poesia polacca contemporanea (di autori, questi, ancora viventi), un modo di scrivere e vivere la poesia che è molto diverso dal nostro e anche da quello di lingua anglofona, che in Italia è forse più conosciuto rispetto alle letterature di altre lingue nazionali. Ci sembra infatti che questa poesia, rispetto alla nostra, dia molto più risalto agli aspetti emotivi e dei sentimenti, sia insomma molto meno influenzata dal disincanto e da una certa aridità emotiva, da una certa vena cerebrale e forse nevrotica che è la cifra della nostra civiltà industriale, e si soffermi invece sugli aspetti più immediati e più “veri” dell’esistenza.

AA.VV., Cronache da Rapa Nui, pp. 240, con 16 tav. a colori, € 16,00
La vicenda dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui) è l’emblema della scissione fra essere umano e natura. L’isola fu infatti, nel corso della storia, interamente disboscata e desertificata, per il trasporto delle enormi statue che dalla riva guardano il mare, che noi tutti  conosciamo e ammiriamo. Quando l’uomo si sente estraneo alla natura e considera il mondo sensibile soltanto come un grande magazzino di risorse per soddisfare le sue esigenze di sviluppo e i suoi Moloch ideologici, il risultato è devastante: guerre, fame, povertà, regressione, condizioni ambientali invivibili. Si tratta di una regola, di una legge, di un  limite che non possiamo cambiare e che non possiamo ignorare.
Si tratta del problema più importante dell’umanità in questo momento storico, un aspetto al quale è legata la nostra stessa sopravvivenza, ma che sembra non interessare molto i governanti, anche perché si tratta di un tema severo, che non “porta voti” né consensi a chi decide di auto-regolarsi per evitare il peggio. Lo dimostrano i vari incontri internazionali sui temi energetici: scarsamente partecipati, deludenti, preoccupanti.
Gli artisti sono molto sensibili a questo tema e, in circa 130, da ogni parte d’Italia, hanno contribuito ad allestire questa antologia, utile in ogni contesto e anche nelle scuole, per rammentare che non abbiamo un pianeta di riserva quando non potremo più vivere sulla Terra. Se l’uomo non ha rispetto per la natura e rifiuta il suo ruolo di “pastore dell’essere”, è condannato all’estinzione ed è soltanto questione di tempo, di non molto tempo se il “trend” dello sviluppo non cambia di segno e non viene sottoposto a regole di sostenibilità ambientale.
Testi: Rina Accardo, Marina Agostinacchio, Anna Agostini, Anna Albertano, Loredana Alberti, Viola Amarelli, Claudia Ambrosini, Vitaliano Angelini, Maria Laura Antonellini, Saragei Antonini, Lidia Are Caverni, Luca Ariano, Leopoldo Attolico, Semira Baldi, Antonella Barina, Franca Battista, Claudio Bedocchi, Silva Bettuzzi, Giorgio Bolla, Giorgio Bonacini, Matteo Bonsante, Cristina Bove, Miriam Bruni, Bruno Brunini, Rinaldo Caddeo, Martina Campi, Gabriella Cappelletti, Carlo Carlotto, Carla Castelli, Maria Gisella Catuogno, Roberto Cogo, Michele Colafato, Manuel Cohen, Luisa Colnaghi, Marcella Corsi, Elena Corsino, Rosa Maria Corti, Anna Maria Curci, Anna Maria Dall’Olio, Caterina Davinio, Giampaolo De Pietro, Francesco Di Stefano, Germana Duca, Roberto Fabris, Gabriela Fantato, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Alberto Figliolia, Cristiana Fischer, Fabio Franzin, Lucetta Frisa, Valentina Gaglione, Guido Galdini, Sergio Gallo, Luisa Gastaldo, Fabia Ghenzovich, Melchiorre Gioia (1767 – 1829), Piera Giordano, Fiammetta Giugni, Francesco G. Giusti, Franca Grisoni, Barbarah Guglielmana, Maria Inversi, Giovanna Iorio, Letizia Lanza, Maria Lenti, Nicola Licciardello, Oronzo Liuzzi, Gianmario Lucini, Bruno Salvatore Lucisano, Loredana Magazzeni, Graziana Laura Maellaro, Angela Marchionni, Enrico Marià, Monica Martinelli, Vincenzo Mastropirro, Andrea Masotti, Alessandra Mattei, Riccardo Melotti, Mauro Miglio, Tommaso Montagna, Alberto Mori, Jose’ Pepe Mujica, Virginia Murru, Gabriella Musetti, Silvana Palazzo, Leda Palma, Giuseppe Panella, Sergio Pasquandrea, Salvatore Pintore, Alba Piolanti, Paolo Polvani, Giselda Pontesilli, Maria Pia Quintavalla, Enzo Rega, Alain Rivière, Lina Salvi, Meth Sambiase, Camillo Sangiovanni, Domenico Segna, Giancarlo Serafino, Maurizio Soldini, Agostina Spagnuolo, Antonio Spagnuolo, Bianca Tarozzi, Vito Totire, Luciano Troisio, Michela Turra, Lina Maria Ugolini, Adam Vaccaro, Flavio Vacchetta, Giuseppe Vetromile, Salvatore Violante, Maria Eleonora Zangara, Lucio Zinna, Claudia Zironi.
Immagini: Marino Amonini, Gaetano Bellone, Lilly Borrelli e Nicolò De Sanctis, Mirta Carroli, Giacomo Cuttone, Roberta Ferrara, Nicola Licciardello, Gianmario Lucini, Angela Marchionni, Riccardo Melotti,  Letizia Rostagno,  Greta Schödl, Vito Totire, Fausta Squatriti, Eleonora Zangara.

Donatella Bisutti, Alberto Schiavi, Tentazione (Lussuria), pp.48, € 15,00
Con tocco leggero e preciso, la poetessa lombarda parla della passione erotica, in brevi e brevissime poesie magistralmente illustrate dagli acrilici di Alberto Schiavi, un pittore milanese che si occupa in particolar modo di arte sacra ma che, in questa pubblicazione e, per sua ammissione, stimolato dai versi di Donatella, ha prodotto una serie di folgoranti acrilici, densi di poesia, di movimento, di luce e, appunto, di eros (e peraltro, l’eros e la mistica non sono poi così lontani…). La plaquette è orientata orizzontalmente, per favorire la resa delle immagini. Dalla Prefazione: Amo il mio amore, non te che mi assomigli”, in un solo verso la caduta dell’illusione, il rumore di uno specchio rotto. Il “canzoniere” si dipana tra ferite e carezze, ambiguità e promesse, perché la fatica del dire l’Altro è soprattutto la fatica di se stessi. Vi si avverte un disincanto maturo, una lussuria sacra, dove il vizio capitale, che dà nome alla raccolta, è quotidiana esperienza. I titoli delle diciassette poesie – Eclissi, Tentazione, Limiti…- annunciano un desiderio, ora lento, ora accelerato, in balia di un Eros che, non senza dolore, nutre e rinnova. Se l’isola di Patmos fu luogo ispiratore del poemetto Colui che viene, (Interlinea, 2005, con prefazione di Mario Luzi)nella qualecitando Giancarlo Pontiggia“Il linguaggio affondava nella sostanza dei grandi canti biblici, lungo un arco che andava dalle tonalità accese del Cantico dei Cantici a quelle severe e incendiarie del-l’Apocalisse di Giovanni”; la presente silloge si nutre della carne con una fertilità sofferta e poi donata, attraverso un linguaggio privo di facili barocchismi, coniugando una sapiente musicalità alla nudità del primo Ungaretti: “Ti amo – breve parola di tre lettere” – (Con cauto pudore, quasi sottovoce, il mistero dell’amore è nominato con la sua stessa grazia).

Gianmario Lucini, Pensiero poetico e critica integrale dell’arte, pp. 120, € 12,00
Con questo saggio (che è una ricerca teorica sul significato dell’arte in ogni sua manifestazione e il ruolo che essa svolge nella cultura) l’autore intende porre alcune importanti questioni di metodo nell’attività della critica dell’arte. In particolare, partendo dal fatto che l’artista è, in qualche modo, dentro l’opera – che peraltro è autonoma dall’artista stesso -, l’autore elabora (in antitesi alle tesi crociane) il concetto di “pensiero poetico integrale”, come modalità creativa ma insieme speculativa, diversa dal pensiero filosofico e dal pensiero scientifico, comunque anche “razionale” come questi, e certamente non di minore importanza o meno necessaria ai fini del progresso umano, in tutti i sensi.
L’opera d’arte è vista come sistema simbolico inserito in un a certa koinè culturale, ma senza nessun obbligo di rendere conto di se stessa o di “spiegarsi”: pertanto essa risponde a una propria coerenza interna, nella quale agiscono criteri e regole interne, diversi da opera ad opera, che l’interpretazione deve mettere in evidenza per poter costruire una critica metodologicamente corretta. La sola caratteristica richiesta all’opera d’arte è quella di lasciarsi interpretare, ossia di rendere questo suo sistema riconoscibile e criticabile, perché se non si può parlare dell’opera se essa non può esistere come opera d’arte (e quindi come “essere”), ma esiste come oggetto alieno alla cultura.
Sul versante della  critica, l’autore contesta il giudizio critico ed estetico di valore (nessuno può affermare se un’opera d’arte sia bella o brutta) perché considerato invasivo e una prescrizione o un comando nascosto del critico al fruitore dell’opera. Il critico non ha altro compito che mettere in evidenza ciò che la sua cultura, la sua esperienza  e la  sua sensibilità gli permettono di scoprire nell’opera, argomentando questa evidenza con proposizioni chiare e ben formate.
Infine l’autore si sbilancia nel costruire una proposizione epistemologica per la critica dell’arte, ossia una proposizione che raccolga in sé i principi ai quali deve attenersi ogni corretta critica dell’opera d’arte, ben guardandosi dal dichiararli definitivi e immodificabili, ma ovviamente con la pretesa che vi sia un’argomentazione logica a supporto di ogni sua confutazione. In questo modo egli intende proporre la critica dell’arte come disciplina autonoma dagli altri saperi, una vera e propria scienza umana con una  epistemologia propria, propri metodi, strumenti e criteri di analisi, svincolati da altre scienze (psicoanalisi, linguistica, sociologia, antropologia, ecc.) e dalla filosofia, che pure sono considerati strumenti di lavoro in un’ottica però isomorfica, resa coerente dall’osservanza dei principi epistemologici sussunti.
L’obiettivo è quello di rispondere, in questo modo, a un certo disordine, confusione e ambiguità che regna nella critica dell’arte, che impantana sia la critica che l’arte in infinite discussioni che mai giungono a una sintesi soddisfacente. Discussioni che, peraltro, a volte enfatizzano aspetti e opere di poco conto e a volte squalificano opere innovative, perché la cultura non ha ancora le categorie per capirle; o peggio, a volte esprimono tesi e interpretazioni diametralmente opposte su una stessa opera, senza peraltro fondare gli argomenti che supportano queste tesi in una evidenza.
Un libro che, al  di là di meriti e contenuti, solleva una miriade di domande ed è pertanto utile a chi si occupa di arte e poesia e a quegli artisti e poeti che si interrogano sul proprio modo di creare.
[…] Il presente lavoro non è pertanto (o soltanto) l’enunciazione della mia personale “poetica”, come creatore di poesie, né l’enunciazione di una teoria dell’arte, né una particolare teoria estetica, né un tentativo di comunicare un mio particolare punto di vista sull’arte. Il presente lavoro è infatti una ricerca che necessariamente integra tutti questi aspetti (né potrebbe essere diversamente) e, pur partendo dalla propria esperienza di poeta e di critico, cerca però di farsi delle domande, cerca un rigore, cerca un metodo che possa guidare sia la creazione artistica che l’interpretazione dell’arte di altri e di vedere con occhio più critico la propria.
Né si pensi che tale “rigore” e tale “metodo” suddetti, siano in contrasto con l’irrinunciabile libertà della creazione artistica, anzittutto perché è libera scelta accettarlo o rifiutarlo per l’arte propria e, in secondo luogo, la constatazione che cercare di capire l’arte di altri fa crescere la propria arte e, insieme, rende più consapevoli e più oggettivi nei riguardi della propria arte. Intendo dire, in altre parole, che l’artista non è soltanto uno che crea, ma anche uno che pensa e il fatto di rendersi conto (come argomenteremo) che l’arte è in sé pensiero razionale, non lo esime dal pensare anche riflessivamente su questo pensiero (perché siamo, appunto, integrali, non scissi…). [Dalla nota preliminare dell’autore].

Vincenzo Mastropirro, Poèsia sparse e sparpagghiote – Poesia sparsa e sparpagliata, pp. 72, € 10
Vincenzo Mastropirro si conferma, con questa pubblicazione, una delle migliori voci dialettali del nostro meridione. Poeta dal carattere raffinato e insieme brusco, che incarna l’anima della saggezza contadina ma con lo sguardo straordinariamente aperto al resto del mondo, dove lo portano i suoi interessi e la sua musica. Poesie sparse e sparpagliate è una miscellanea di tematiche (liriche, civili, elegiache, satiriche) e di spunti diversi perché ogni poesia, per Mastropirro, è concepita per se stessa, come opera a se stante, come un brano di nusica. Anche nella poesia come nella musica infatti, Mastropirro mostra un’indole curiosa e un’attenzione per le gli aspetti particolari della vita, le stranezze, i fatti inusuali, le situazioni curiose (felici o dolorose). La sua ispirazione non è dunque “popolare” (nel significato decaduto del termine, ma dotta, alta, in colloquio con la poesia più aperta e impegnata del nostro tempo.
Come in quasi tutte le sue opere, egli usa il dialetto di una piccola zona delle Puglie che ha forti inflessioni lucane e campane, la lingua materna del luogo dove è nato (Ruvo di Puglia), luogo di vigneti, di agricoltura, di dedizione alla terra.
La pubblicazione è presentata da un’acuta prefazione di Nicola Pice che ben introducono alla lettura di questi brevi ma straordinariamente vivi quadri poetici del nostro autore e chiosata da una nota di lettura di Anna Maria Curci.

Erik Lindner, Tijdelijke halte – Fermata provvisoria, pp. 48, € 10,00
Inizia con questa pubblicazione la nuova collana di traduzioni Le Farfalle, curata da Daniela Sartogo, Simona Cesana, Christian Sinicco, Dome Bulfaro e Gianmario Lucini. Prima di dicembre saranno pubblicati due quaderni dedicati a due poeti del 900 polacco e russo: Malgorzata Hillar (deceduta qualche anno fa) e Boris Pasternak e in primavera altri due, già programmati, tradotti da Paolo Statuti, un allievo del bravissimo Angelo Maria Ripellino (forse il miglior traduttore dalle lingua slave del ‘900). Le pubblicazioni avranno il “testo a fronte” nel senso pieno della parola, perché il formato particolare (cm. 23 x cm 17 in  altezza) consente un’agevole lettura dell’originale e della traduzione sulla stessa pagina.
Erik Lindner è un giovane poeta olandese (43 anni)  che ha un notevole successo in patria, ed è stato già tradotto in varie lingue. Questa è la sua prima traduzione in lingua italiana, ad opera di Pierluigi Lanfranchi. La sua poesia è originale (almeno per noi italiani), priva di lirismi e spunti elegiaci, concreta e fantastica nello stesso tempo, con  forti richiami ad immagini inedite e simboliche, a situazioni emblematiche e insieme sfuggenti, descrizioni che a volte sembrano sequenze cinematografiche, e una forte carica riflessiva.
Uno modo di scrivere certamente inedito in Italia, diverso dalla nostra poesia e per questo stimolante.
Dalla nota dell’autore: “All’Aia, la città in cui sono nato e cresciuto, le linee dei tram subiscono spesso delle deviazioni. Rotterdam fu bombardata durante la guerra, l’Aia si bombarda da sé, dice la gente. A causa della costruzione di nuovi edifici, delle ristrutturazioni, dell’asfaltatura delle strade il tram fa un percorso alternativo. Il posto in cui si scende e si sale è chiamato fermata provvisoria. Di norma la fermata porta il nome della strada dove ci si trova “Spui” o “Buitenhof”, ma se il tram subisce una deviazione, sul cartello c’è scritto semplicemente “fermata provvisoria”. Dal cartello della fermata non è più possibile capire dove ti trovi esattamente. Forse tutta l’Aia è una fermata provvisoria, anche se è strano dire così di un posto dove sei nato e deve hai vissuto per decenni. Quando vivevo all’Aia viaggiavo relativamente molto, in posti dove soffia un vento diverso, dove ci sono montagne e le evanescenti frontiere dell’Europa. Il 18 settembre 1994 feci la conoscenza della tramontana, un vento gelido che mi sollevò da terra e mi strappò via gli occhiali dalla faccia. Ritrovai una lente su una scala di metallo usurata, dietro una lastra di vetro. Per fortuna lì accanto c’era un pezzo di legno con cui ho potuto recuperare la lente. Accadde a Port Bou, il posto in cui morì il filosofo Walter Benjamin.”

Saragei Antonini, Egregio signor Tanto, pp.56, € 9,00
Il mare è anche metafora del moto perpetuo delle onde che riportano gli oggetti alla deriva. Come una vecchia sedia, ritrovata per strada, sul marciapiede e che chiede di tornare a casa. Una sedia “instabile come un umore / non in grado di reggere una schiena”. Ma una sedia necessaria, per fermare le nuvole e i sogni sulla carta. I pensieri devono a volte diventare di legno “per superare l’inverno”, la sedia torna a casa a fatica, sale le scale “come una santa / l’ho pulita / le ho avvitato ossa alle ossa / e l’ho messa nell’angolo più balbuziente (…).” Dietro a una finestra troviamo ad aspettare anche il tavolo, il foglio e le parole che tentano di dare forma al vuoto (e per questo balbuzienti). Nella casa del vento il mondo si salva proprio nell’attimo in cui il buio minaccia di inghiottirlo. Dietro alle tende si nasconde un occhio capace di scorgere legami inaspettati fra le cose, e fra esse e l’uomo. Perché scrivere è: “Una notte ad occhi aperti”, parlare con “tutte le luci possibili / anche solo quelle fuori / / la lingua dei lampioni / il vocabolario breve di una lampada.”
Scrivere è una notte che illumina il mondo. Queste poesie “sanno aprire la mancanza / come una noce”. Sanno “stare in una mano” per essere “sgusciate con cura”. Sanno essere leggere mentre tutto tende a diventare pesante, di pietra. [ Giovanna Iorio]
C’è qualcosa di misterioso nella parlata siciliana, nell’eloquio, non nella lingua in sé e dunque anche quando un autore o un’autrice siciliani (non tutti, ma molti) scrive in lingua, come in questo caso. C’è una intelligenza delle cose, una sapienzialità innata che radica l’uomo alla natura, ai paesaggi, alle forme, c’è una diretta corrispondenza, significata da lampi di allusioni, fra modo di dire e modo di essere, fra realtà e verità. Un lampo, appunto, che apre scenari che subito svaniscono, che crea percorsi sinaptici che possono essere rafforzati e resi sicuri dalla continua frequentazione della lingua popolare ma anche dei classici, a cominciare dal Verga che, al di là  del genere letterario, del contesto, della diversissima poetica e quant’altro, qui in qualche modo fa capolino, proprio in questa parlata e nella sua intelligenza poetica. Ma forse a Catania tutti  parlano così: non  saprei. Sta il fatto che questo eloquio smuove corde profonde ed è capace di unire la concretezza quasi ruvida dell’esperire quotidiano con l’allusione al sentire che trascende e cerca la dimensione del senso.
Questa è la piacevolezza di questa lettura, la “sicilianità” concreta e incantata dei versi di Saragei Antonini che, raccolta dopo raccolta, sta rivelando una solida e delicata poetica. [G. Lucini]

Dario Tallo, I rami dell’inverno, pp. 56, € 8,00
Dario Tallo (Caserta, 1947 – L’Aquila, 2010) è stato un professore, un insegnante di inglese delle scuole superiori, da poco deceduto. Non ha mai pubblicato nulla in vita e, dopo la sua morte, sono stati editi alcuni suoi racconti, per i tipi di Arduino Sacco editore. La pubblicazione che qui presentiamo è una scelta, operata della giovane poetessa Anna Ruotolo, che con Cinzia D’Addio, una ex collega del poeta deceduto, ha voluto e curato questa pubblicazione.
Di solito CFR non pubblica libri di questo genere ma, considerando che la proposta proveniva da una stimata poeta come Anna Ruotolo (che benché giovanissima è di ottimo livello) e considerando poi più attentamente il materiale sottoposto alla nostra attenzione, ci siamo decisi per la pubblicazione, anche se questo, probabilmente, sarà l’unica raccolta edita di questo poeta. I versi di Dario Tallo sono soffusi da una malinconia e da una inquietudine neoromantica profonda, che rammenta certe composizioni del Corazzini. Continuo e costante è il riferimento alla natura, chiamata a far parte di questo sentire esistenziale e l’inverno è la stagione più celebrata, con i suoi riti natalizi, la sua fuorviante serenità, i suoi accostamenti fra il calore artificiale della festa e delle luci e la realtà del freddo e della solitudine. Potrebbe dare l’impressione di una poesia fragile, ma il realtà l’autore non scade mai di tono, si mantiene su un piano lucido e filosofico, non eccede mai nel sentimentalismo e, tutto sommato, affronta il dolore dell’esistere con grande dignità.
Una lettura che abbiamo trovato di buon livello.

Marco Scalabrino, Parleremo dell’arte, che è più buona degli uomini, 2 voll., 232 pp., € 24,00
Marco Scalabrino è un noto critico, traduttore e poeta trapanese che si cimenta, con questa opera, con un materiale a lui ben noto, ossia la poesia in lingua siciliana del ‘900.
La raccolta comprende 18 fra i nomi più illustri dei poeti isolani, ad eccezione di alcuni già molto noti a livello nazionale (come Ignazio Buttitta o Gesualdo Bufalino) e sui quali il lettore può trovare abbastanza facilmente saggi e note critiche. La sua intenzione è pertanto quella di dare un apporto culturale a quanto di poco conosciuto e degno di attenzione a livello nazionale, c’è nella poesia dialettale siciliana.
La raccolta di saggi si chiude poi con un carteggio fra i poeti Alessio Di Giovanni e Silvio Cucinotta (ed è una frase di quest’ultimo che dà il titolo alla raccolta di Scalabrino).
Marco Scalabrino è conosciuto ed apprezzato per il suo rigore nel seguire le fonti e nel documentarsi. I lavori che qui presenta sono frutto di studi continuamente aggiornati nel corso di molti anni, alcuni parzialmente pubblicati anche su riviste specializzate o sul web e rivisti e integrati per la pubblicazioni.
La raccolta è stata divisa in due volumi per evitare eccessivi ingombri o anche per agevolare chi volesse acquistarne soltanto una parte.
Si tratta pertanto di un’opera importante per un lettore siciliano e per chi studia i dialetti italiani, e specie per chi vuole documentarsi sulla poesia siciliana, essendo questa forse una delle opere più complete in circolazione, ricchissima di nomi, titoli di opere, citazioni, riferimenti bibliografici.

Alain Rivière, Un instant sur l’eau (Un istante sull’acqua), pp. 80, € 10,00
Un artista francese, la laguna veneta e Venezia, la pittura e la poesia ma, soprattutto, un inedito modo di accostarsi al territorio, vivendolo come uno che lo sente e di esso in qualche modo si sente parte. Questi gli ingredienti delle quartine (on francese, tradotte in italiano dallo stesso autore e da Alessio Lalli) che costituiscono l’essenza di questa raccolta, che poi sono gli ingredienti di una lirica della verità, della ricerca, dell’empatia, che Alain (pittore ma anche poeta che ha al suo attivo, all’estero, numerose raccolte di poesia) sapientemente mescola in questi splendidi acquerelli, in questi penetranti coups d’oeil su Venezia e i suoi dintorni.
Non è quindi la Venezia del turismo di massa, dei carnevali, dei carnai estivi e dell’abbandono invernale, ma la Venezia dei Vivaldi, dei Canaletto, dei Guardi, di William Turner (al quale si rifà l’immagine di copertina), una Venezia viva, colta e nello stesso tempo sognante, portatrice di infiniti stimoli e suggestioni che vengono anche dal suo passato, dal suo “status” di città piena di storia.

Gianmario Lucini, Per il bosco, pp. 64, fotografie e 36 poesie, € 10,00
L’autore, amante della poesia e della fotografia, nonché escursionista di media ed alta montagna, riunisce in questa pubblicazione le sue passioni e ne tematizza il senso. Che cosa spinge un essere umano inurbato a cercare il contatto con la natura? Non possiamo ovviamente sintetizzarlo in poche parole e nemmeno in una pubblicazione, ma questi grandi archetipi naturali (il bosco, la montagna, l’acqua, le pietre, ecc.) ci parlano continuamente, ci spiegano delle leggi, ci indicano una via sapienziale per interpretare il mondo della natura e i suoi significati. Non ultimo di questi è il fatto che noi possiamo scegliere di essere parte della natura ed averne cura, come suggeriva Heidegger nel suo più importante saggio filosofico (Sein un Zeit, 1927), oppure possiamo decidere di considerare la natura qualcosa che ci sta contro, che non ci riguarda. La natura è una grande metafora, ci offre continuamente segni e significati che abbiamo dimenticato, ma che erano importantissimi per la stessa sopravvivenza dei nostri antenati e che, per molti aspetti, lo sono anche per la nostra; e non soltanto per una sopravvivenza fisica, ma anche per una corretta igiene mentale. Soltanto la natura può, infatti, garantirci un equilibrio fisico e psichico, che è la sua armonia.
L’autore ovviamente a spada tratta difende la posizione dell’integrazione fra uomo e natura e il principio dell’uomo “pastore dell’essere”, che si fa carico degli equilibri naturali, ma non semplicemente per “dovere” o per necessità, ma proprio per una specie di amore che deriva dalla consapevolezza di un’appartenenza. Questa convinzione è, purtroppo, quella meno fortunata nella storia della civiltà occidentale. L’autore si mette, per così dire, “nei panni” della natura e cerca di rappresentare, attraverso le immagini e le parole, questo dimenticato “spirito della natura”, come una voce che ci parla sempre, purché vogliamo ascoltarla.
Lo scenario nella quale si rappresenta questo poema, è fra i più belli delle Alpi Orobie, una catena montuosa che divide il nord dal resto della Lombardia, ossia la Valtellina, dalle province di Bergamo, Brescia e Lecco. Le fotografie sono state scattate in luoghi selvaggi, dove è ancora possibile camminare una giornata intera senza incontrare anima viva anche in piena estate, nei mesi tradizionali delle ferie e dell’escursionismo. Le immagini (paesaggi e fotografie come quella di copertina), illustrano alcune caratteristiche di queste zone, con l’evidente intento di incuriosire il lettore e spingerlo a provare le stesse esperienze.
[…] È una natura francescana, trascendente, che si presenta agli occhi, una stupenda sintesi di stupore e associazioni mentali, fisiche, storiche. Un Lucini diverso, dunque, dalla riflessione mistico-civile, dolorosa dei Sapienziali ? Lontano dal travaglio sdegnato del Monologo del dittatore? Nella linea di sviluppo dei 30 frammenti che compongono le cellule del corpo-bosco, la dimensione etica non è sottesa, né apparentemente sottaciuta, anzi emerge in piena nitidezza, leopardianamente: (…) ancora un guizzo, uno spasso, / un sorriso prima del gelo, / ancora un abito nuovo, un canto, una festa / poi la neve coprirà col suo sguardo / stupito / questa gioia spensierata / senza che alcuno la colga (cfr. pag. 37) dirà Lucini a proposito delle bacche rosse, quel sottobosco latente, eppure così visibile nella sua impercettibilità, specchio del destino dell’uomo, della sua incompletezza dolce e tragica. [Ivan Fedeli].

AA.VV., Retrobottega 3, pp. 136, € 12,00
La terza edizione di Retrobottega, la pubblicazione dedicata a monografie di autori contemporanei poco noti, prosegue con i nomi di Giuseppe Armani (Fiorenzuona l’Arda), Silva Bettuzzi (Cordenons, in Friuli), Cristiana Fischer (Carpineto Sinello, Chieti), Franco Gobbetti (Desenzano del Garda, Brescia), Luigi La Vecchia (Vicenza) e Maura Potì (Bari). Si è insomma cercato di rappresentare, pur con così pochi nomi, diverse realtà italiane, da Nord a Sud.
Iniziando da Giuseppe Armani, la cui poetica si rifà alla lezione del ‘900 più innovativo, attraverso gli spunti suggeriti della poesia impegnativa di Silva Bettuzzi, Cristiana Fischer e Maura Potì, e infine col forte accento di disincanto delle liriche di Luigi La Vecchia e Franco Gobbetti, le poetiche di questi autori lambiscono gli orientamenti di pensiero e le tematiche culturali e filosofiche più scottanti, e non si orientano certo al gioco estetico ma esprimono le personalità dei loro autori in maniera decisa e aperta.
Ci sono autori alla loro prima pubblicazione consistente (ogni autore è rappresentato con una silloge di circa 20 poesie e una parte critica di alcune pagine) e altri che hanno alle spalle un curriculum editoriale di rilievo, ma in tutti rileviamo una maturità nelle tematiche, nello stile, nelle poetiche, che denota una lunga e attenta frequentazione della poesia contemporanea e della tradizione. Alcuni di questi autori sono peraltro impegnati attivamente in attività culturali pubbliche, come laboratori di poesia, organizzazione di eventi, politiche culturali.
Ognuno di essi, attraverso le sue poesie, esprime un pensiero, ricrea un mondo, immagina un orizzonte, offre una proposta culturale poetica ed estetica, anche quando l’estetica si fa sofferenza, discorso intorno allo sfregio e al decadimento. È allora, che l’arte assume il compito di porre una riflessione e mostrare mondi possibili, alternativi al decadimento.

Giacomo Cuttone, Gianmario Lucini, Canto dei bambini perduti (rappresentazione in 6 quadri lirici con grafiche in china, computer graphics, suoni e audiovisivi), pp. 40, € 10,00 (€ 15,00 con DVD)
L’idea di questo quaderno nasce da una discussione fra i due autori, peraltro nel corso di  una visita alle Fosse Ardeatine, se fosse possibile collaborare fra arte grafica e poesia su tematiche sociali. Il fenomeno dei bambini scomparsi (strappati ai genitori, contesi fra di essi, morti per incuria e abbandono, rapiti per essere venduti o per il traffico di organi, fatti oggetto di ricatti e vendette, seviziati dai pedofili, ecc.) non è complessivamente da sottovalutare. Così la pensano il pittore Giacomo Cuttone e il poeta Gianmario Lucini che hanno messo insieme i loro linguaggi per comporre a quattro mani questa opera, che dunque è un’opera ibrida fra poesia e disegno (i disegni di Cuttone sono tutti delle chine).
Lucini lo ha poi trasformato l’insieme, in un libretto strutturato e composto da un prologo, sei poesie collegate da sei recitativi, che possono essere letti da una lettrice e da un lettore  accompagnati dalle improvvisazioni di un musicista. La musica si raccorda al testo ed è eseguita d’intesa con le voci recitanti. Vi è poi un PC che comanda un video-proiettore che, nel corso della recita, proietta le immagini di Cuttone ed altre immagini per commentare la parte orale.
Il lavoro diventa quindi una creazione multimediale con l’apporto di musica, pittura, poesia, fotografia, computer graphics, in un ambiente che assomiglia a quello del teatro (è possibile, volendo, anche adattare una particolare illuminazione ad ogni quadro lirico e ad ogni passaggio). Non è però un’opera teatrale vera e propria, perché manca la mimica gestuale degli attori e l’elemento scenografico – si tratta infatti di recita in un contesto di multimedialità.
La recitazione dell’opera è volutamente libera da copyright e chiunque lo voglia può allestire, partendo dal libretto la sua rappresentazione, adattandola al suo personale gusto. Più o meno la recita dura un’ora e deve poi essere seguita da un dibattito del pubblico sulle provocazioni contenute nel testo, in particolar modo l’idea che questa società tratta tutte le cose belle e la bellezza (la poesia, l’arte) sempre peggio e la sorte dei bambini ne è in qualche modo la metafora.
Il lavoro nasce anche con altre intenzioni: quella ad esempio di combinare insieme diverse arti in maniera sinergica, di modo che l’una valorizzi l’altra, quello di superare la centralità dell’autore e porre invece l’accento sulla interdipendenza dei diversi artisti coinvolti, quello di trovare una sinergia anche con le tecnologie moderne, quello di evitare che un’opera si irrigidisca in uno schema interpretativo ma che sia adattabile ad ogni contesto, specialmente quelli più poveri di mezzi, mantenendo aperta la possibilità di adattamenti creativi ad ogni contesto (che potrebbero essere anche molto diversi a seconda della regia che la mette in scena), pur rimanendo sempre identica nelle sua sostanza.
La recita, nel suo complesso, dura circa un’ora e un quarto.
In ogni caso, il quaderno è fruibile anche come lettura individuale.

AA.VV., Poeti e poetiche 2° (a cura di L. Benassi, M Barbaro e G. Lucini), pp. 152, € 13,00
La seconda redazione di Poeti e poetiche, presenta l’opera di otto autori italiani, diversissimi per poetica, per tematiche, e anche per linguaggio.
La diversità di poetiche e di soluzioni linguistiche adottate è appunto uno degli obiettivi di questa pubblicazione, oltre a quello, implicito, di prendere in considerazione soltanto le voci più significative della nostra poesia, nei limiti del nostro orientamento di gusto, di cultura, di interesse. La nostra è pertanto una raccolta anomala, che enfatizza non certo il principio di coesione tematica o stilistica, ma accosta, invero, a volte in maniera immediata e quasi stridente, temi, personalità e stili, enfatizzando il contrasto, cercando una ragione in  ogni scrittura amata e curata. Starà poi al lettore decidere quale sia la ragione che lo convince.
Questi otto poeti si aggiungono ai dieci già pubblicati lo scorso anno, continuando così a “tracciare” la poesia contemporanea, soprattutto quella di rango e meno conosciuta, nel tentativo di offrire al lettore qualcosa di diverso dai nomi “celebri” (se così possiamo dire, nel caso della poesia) dalle riviste più conosciute, dai quotidiani, dalle radio e dalle televisioni.
Già da questi primi 18 nomi risulta evidente, a nostro avviso, che la poesia italiana contemporanea non è affatto in crisi, come da più parti si grida, se per “crisi” non intendiamo il fatto che oggi pochissimi leggono raccolte di poesia (ma in passato, le cose erano poi così diverse? varrebbe la pena indagare su questo aspetto). La poesia italiana (anzi, di lingua italiana, poiché questo volume ospita anche un illustre poeta svizzero, così come il precedente ospitava la poesia di Arnold de Vos, che è di origine olandese), non è affatto in crisi e anzi è vitale, molto più vitale della narrativa (che, ad eccezione di pochissimi nomi, è sì, solennemente in crisi) ed offre letture di altissimo livello e di una impressionante diversità di soluzioni valide adottate nella scrittura.
Ogni autore è presentato e criticato e pertanto non ci dilunghiamo oltre, in questa introduzione. Vogliamo soltanto sottolineare l’inadeguatezza delle nostre politiche culturali che, a tanta potenzialità artistica, non dedicano neppure uno sguardo, al di là del colore politico dei governi. E certo, la poca considerazione sociale, non aiuta certo i poeti a scrivere meglio: ci sarebbe invece bisogno di più attenzione, da una parte e e nello stesso tempo di una critica più puntuale ma anche più sobria nelle lodi.
I poeti come costoro che presentiamo, non possono certo fare il “mestiere” del poeta, ossia scrivere e basta (come sarebbe normale e come lo fu in tempi passati, nel bene e nel male) ma almeno avrebbero diritto ad un riconoscimento, magari soltanto all’assistenza nella divulgazione delle loro opere, che in qualche modo sostenga la loro scrittura. Invece capita che chi scrive e vive di scrittura poetica, sia costretto a fare i salti mortali per sopravvivere e pertanto, man mano che si aggraverà l’attuale crisi economica (perché non siamo certamente giunti a “raschiare il fondo del barile”, per dirla con una metafora in verità un po’ logora, checché ne dicano i Mass Media, che considerano il cittadino più sempliciotto di quanto in realtà non lo sia), sempre di più vedremo la poesia sparire dalle librerie e giacere inedita nei cassetti delle scrivanie degli autori. Già oggi chi fa il mestiere del libraio o dell’editore lo può facilmente constatare.
Non possiamo, è vero, spendere quanto si spendeva anche soltanto cinque anni or sono per la cultura, e allora dobbiamo imparare a scegliere il meglio, non il più noto o il più pubblicizzato, aguzzando il nostro ingegno e la nostra abilità nella ricerca dei libri migliori, facendo tesoro insomma, anche da lettori, della nostra capacità critica.  [G. Lucini]

Vanio Garbujo, Il legno e la luce, pp. 48, € 10
Vanio Garbujo è un ministro della Chiesa Cattolica che, raro esempio nel ruolo sociale che ricopre, si dedica anche alla poesia ed ha già pubblicato diverse opere (si ricorda Occhistanchi, del 2011, in queste edizioni).
Rispetto alla precedente raccolta troviamo qui un notevole stacco stilistico, di complessità tematica e di complessiva maggior sicurezza nel linguaggio e nelle soluzioni metriche adottate. L’esempio che, in qualche modo, pare di vedere in filigrana, è quello illustre di David Maria Turoldo. Il lavoro che Vanio qui dà alle stampe, è imperniato sulla “Via crucis”, la narrazione dei Vangeli sull’ultima vicenda terrena di Gesù di Nazareth, ossia l’arresto, il giudizio, la crocifissione, cercandone anche un senso di speranza.
[…] La disperazione, dunque, non è tanto nell’accorata supplica “allontana da me questo calice” (Lc 22,42 o anche Mt. 26,39) e neppure nel tremendo Elì, Elì, lemà sabachtanì? (Mt 27, 46) che parrebbe quasi la supplica di un disperato che si sente abbandonato da Dio, ma sta invece nel non accettare di vivere, nella rinuncia a lottare, nel non arrivare a poter dire quel “tutto è compiuto”, che significa invero accettazione e comprensione del senso profondo degli avvenimenti, anche quando ci sembrano assurdi e quasi dimostrazione dell’assenza di Dio. Anche il torto più ustionante e odioso, il tradimento di Giuda, sul quale il poeta si sofferma a lungo, acquista così un significato che nel momento stesso in cui accadeva nessuno poteva intuire, ma che si dipana poi pian piano, quando ogni cosa giunge a suo compimento e i tempi sono maturi per la comprensione.
Il racconto dei Vangeli e il commento poetico ripercorrono queste tappe ultime della vita di Gesù in terra, e raccontano in modo poetico la metafora del dolore che viene accettato e superato nella Fede e nella Speranza. Tutti noi infatti, nella nostra esistenza, continuamente moriamo e rinasciamo, continuamente siamo avvolti dal buio e arriviamo, in qualche modo prima o poi, a intuire il barlume della luce e a lasciarci da lui guidare per “venirne fuori”, se non muore la Speranza. Il poemetto di Vanio racconta questa vicenda, attraverso la narrazione paradigmatica della morte in croce del Cristo, la necessità di quel compimento perché potesse darsi la sconfitta stessa della morte, nella Resurrezione. [Gianmario Lucini]
Trailer su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=SCuP_qe-FmY

Matteo Bonsante, Simmetrie (poesie), pp. 96, € 10,00
Poesia di estrema delicatezza, questa di Matteo Bonsante, sia per le tematiche che per l’espressione linguistica. Queste Simmetrie, che un’altra volta, nel cammino poetico bonsantiano, erano Iridescenze e anche Dismisure, sono poesia densa di spiritualità, che tende a stabilire, come predetto dal titolo, Simmetrie tra l’io e il Cielo, tra l’io e il Logos, tra l’io e Dio. Poesia di un uomo che ha trovato una quietudine interiore, una serenità dello spirito, un equilibrio che investe tutte le grandi problematiche che l’uomo di solito pone e, soprattutto, si pone. Voglio dire che in questa raccolta è evidente – e, per tanti aspetti, invidiabile – una serena accettazione della vita e dello stesso esito finale che essa ci impone. Bonsante ha trovato la sua luce, l’ha interiorizzata e vive in essa nell’attesa pacifica del momento finale,    perché la vita che egli ha finora vissuto, le esperienze esistenziali e culturali che ha sperimentato, le riflessioni filosofiche che ha elaborato, tutto lo ha condotto a quelle certezze che, pur se qua e là vengono rappresentate ancora con una certa dose di interrogabilità, tuttavia sembrano acquisite ormai definitivamente. Tanto è vero che, quando il poeta si intride di vita reale e scende “nel grande tramestio delle strade / e dei giorni”, ancora si sente “nebbia / e non stillante gioia, caligine / e non vibrante ardore”, e allora manifesta tutta la sua scontentezza per la sua incompiutezza, e si sente spinto a chiedere “una fiaccola, una candela”, “un cerino per illuminare / il viottolo” (p. 28), cioè anche una piccola luce che gli faccia strada in questo cieco cammino dell’esistenza. Non mancano, quindi, i momenti negativi della vita, che pur ci sono, e come se ci sono!, ma è proprio allora che nel poeta si risveglia la coscienza di sé, il suo desiderio di luce che lo vivifica e lo appaga. E non è certo un caso che la raccolta sembra quasi un grande spazio di luce intensa e vibrante, con quei segni (“luce, lucente, riluce, splendente”) che sono spesso ripetuti a formare un insistente campo semantico che si richiama appunto allo splendore della luce, campo arricchito da segni che rinviano alla sfera della divinità (“eterno, Cielo, Logos, Cosa in sé, Dio”), il tutto a configurare una sorta di viaggio dell’anima lungo un cammino illuminato e luminoso che va dalla terra fino “a riveder le stelle”. Insomma: proprio nel cuore della luce, con la luce nel cuore. [Raffaele Urraro]

Enzo Campi, Ligature, pp. 48, € 9,00
Fin dal titolo (e sappiamo che i titoli in poesia non sono dei semplici dati indicativi) questo poema di Enzo Campi sviluppa con estrema coerenza, il suo percorso dentro il fare di una lingua che cerca in sé l’esperienza significante. Uno scavo interno perché fuori dalla parola poetica “la moria dei referenti” non può che ricondurre necessariamente alla fonte sorgiva del legame tra la parola e il dire. Là dove il vero si consegna in metafore e i significanti raggiungono grumi o nebulose di significati e segni. È da qui che il senso scaturisce in voce intima: a volte allusiva, a volte decisiva.
Il poeta, quando dà voce al suo pensiero in grafìa e fonìa, pone ogni volta in essere un passaggio che si auto-riforna continuamente. Sembra ripercorrere i suoi passi, ma in realtà “cancella le sue orme” anche dalla sua coscienza, elimina i vecchi accessi dalla sua conoscenza e riporta il tutto a una nuova consapevolezza. Non c’è allora nessun contrassegno primigenio, nessuna primordiale pietra perché ve ne sono, fra le tante, almeno due a porre il segno metaforico del reale che il viandante/scrivente riconsidera continuamente (in eterno), incoraggiando l’apparente incomprensibilità (l’enigma) dei gesti sonori o silenziosi. E queste due sono: la pietra di fiume e la lapide.
La prima, posta in mezzo alle turbolenze d’acqua del senso, ne devia i passaggi senza preavviso né preveggenza, dove è anche possibile una sua dissoluzione o un suo esodo. Poiché il senso, che ha significanza solo quando il fiato si concretizza in voce e il movimento in scrittura, può rimanere tale anche deflagrando in barlumi o in frantumi, o arrivare fin dentro le lontananze di parole che a volte sono “chiamate a franare”. La seconda, che sembra nominare un punto fermo, in realtà chiama alla sottrazione, liberando la poesia, con un atto di ribellione estremo, anche dalla fonte sorgiva. A tal punto da addentrarsi, “nel poco che rimane”, in sopraffazioni di senso che incorporano nell’oscurità un magma sillabico, fino al dolore di un ribollio sovrabbondante.
Ligature è dunque un poema ricorsivo che emerge dalla fluidità e dalla vicinanza di un’inevitabile conseguenza poetica: sia che la parola, come una lama, tagli la realtà, sia che ne riconsideri, come un pennino, le diverse modalità, resta sempre indistinguibile dal suo dire, dal suo fonema esistenziale che “vorrebbe far riemergere il silenzio”. [Giorgio Bonacini]

Gianmario Lucini, Cattivo maestro libro (saggio), pp. 40, € 7,00
Il saggio, il cui titolo si rifà a una nota pubblicazione di Karl Raimund Popper, Cattiva maestra televisione (Marsilio, 2002), è strutturato in due parti di una ventina di pagine ciascuna. Nella prima parte l’autore prende in considerazioni gli aspetti che caratterizzano oggi l’offerta di cultura per mezzo di libri, sia della piccola e media editoria che della grande editoria e cerca di riassumere le motivazioni che, tutte insieme, contribuiscono a connotare l’offerta culturale italiana con un profilo caratterizzato da scarse punte di eccellenza e troppo ampie sacche di mediocrità. L’autore attribuisce questo risultato a un’assenza di politiche culturali serie, sia della piccola che della grande editoria, senza prendere in esame o ipotizzare un intervento pubblico dello Stato (e anzi, non auspicandolo). Nella seconda parte del saggio l’autore (che è anche un piccolo editore) prendendo di petto la nota questione del “pagare per pubblicare”, avanza alcune proposte che, a suo modo di vedere, potrebbero cambiare la qualità della produzione dei piccoli editori, consentendo nello stesso tempo di migliorare anche le loro entrate economiche (la poca disponibilità di danaro da investire è infatti la principale causa di una mancanza di iniziativa seria e incisiva da parte della piccola editoria). Tali proposte si incentrano su un punto principale, che è quello di mettere insieme le poche risorse disponibili e frammentate per dare corpo ad alcune semplici iniziative a vantaggio anche economico di tutti (quantificato con esempi numerici) e, nello stesso tempo migliorare la qualità delle opere edite, consentendo di far emergere tematiche ed autori di valore. L’autore non si nasconde però il suo scetticismo rispetto alle sue stesse proposte, ravvisando l’alto grado di individualismo che connota la nostra editoria e la mancanza di una mentalità e di una cultura manageriale capace di collaborare più che di competere. Il suo punto di vista ha però il merito di indicare una via percorribile che non passi dalla solita pretesa che lo Stato debba spendere dei soldi e assistenza anche in questo settore senza che gli interessati stessi provino, almeno, ad assistersi da soli.

Gianmario Lucini, Ipotesi sulla nascita della poesia (saggio), pp. 40, € 7,00
Non sappiamo quando sia nata l’arte e anche gli studi di antropologia, di paleontologia e di archeologia non ci aiutano a trovare una risposta a questa domanda. Possiamo farlo soltanto per congetture. L’autore parte, nelle prime battute di questo lavoro, considerando che la nostra cultura non ha saputo rispondere alla semplice domanda “Che cos’è, l’arte?” e ipotizzando che a tale domanda non sia possibile una risposta, perché l’arte è, in ultima analisi, l’uomo stesso, una forma di pensiero umano, connaturato con l’ontologia dell’uomo. Pertanto, pretendere di spiegare l’essenza dell’arte sarebbe come spiegare l’essenza dell’uomo e dunque, pretendere di conoscere quando l’arte sia nata è come pretendere di sapere quando sia nata la stessa intelligenza umana e il linguaggio simbolico.
Il saggio cerca di risalire lungo la storia per congetture, cercando di argomentare la particolare modalità ritmica e ordinata del linguaggio poetico e seguendo la tesi di una conformazione del linguaggio alle esigenze di culto nella mentalità mitico-magica. Si cercano poi differenze e convergenze fra l’antico modo di poetare e la moderna poesia, nel tentativo di trovare nuove ipotesi di lavoro a partire dal ripensamento della poesia come fenomeno linguistico e sociale.
Non si tratta pertanto di nuove teorie o informazioni che già non siano in circolo ma della proposta di una prospettiva di lavoro diversa, soprattutto nel campo della poesia più che delle altre arti, capace di usare anche gli strumenti della tecnologia per riformulare un discorso poetico che, pur in un orientamento di ricerca e non di ripetizione della tradizione, tuttavia partendo da essa svolga un compito e assuma un ruolo più vicino alla vita reale.

Ennio Abate, La pòlis che non c’è (1° Premio Fortini 2012), pp. 104, € 12,00
La pòlis che non c’è di Ennio Abate sembra partire proprio da questo presupposto: ossia la necessità di «[ri-]raccontare altrimenti gli avvenimenti fondatori» dell’odierna società italiana, intrecciando vicende personali e storia collettiva, in un groviglio mai districabile.
Le date entro cui sono state stati scritti questi straccetti rovelli artigliate sono quanto mai esemplificative: 2012, cioè l’oggi, per quanto concerne il termine ultimo; il 1978, naturalmente scelto «per ragioni non solo biografiche» (dalla Nota dell’Autore), il punto di partenza. È nel ’78 del resto che il Rapimento di Aldo Moro dà avvio da un lato alla marginalizzazione delle voci critiche (già il 16 marzo, scrive Abate, «noi zitti in piazza / mentre De Carlini vaneggia / infilando in trinità / Matteotti Togliatti e Moro») e alla correlata speranza di riscatto sociale degli ultimi, e dall’altro all’istituzione, nei suoi tratti fondamentali, di un nuovo stato repubblicano italiano: «a milioni siamo condotti all’ovvio repubblicano / a contemplare il miracolo / detto “straordinario sussulto democratico” che / BR permettendo / salderebbe “Paese reale e Paese legale”». Sicché il 1978 diventa l’anno fondatore, e il rapimento Moro l’evento in seguito al quale lo stato dei vincitori, quelli che partecipano «al saccheggio della ricchezza esistente» (Oh, che bel rifiuto del lavoro Madame Dorè!), si impone, appianando le contraddizioni in una tonda, ovattata e morbida armonia sociale e culturale.
Sia detto subito. Quella di Ennio Abate non è una poesia impegnata, se per “impegno” intendiamo una presa di posizione ideologica facilmente codificabile con formule a portata di mano (lo stesso autore avverte che queste «non sono poesie che mi sento di definire, come si suol dire, civile o politiche», Nota dell’Autore); e non lo è nemmeno se si cerca in essa la difesa “degli umili e degli oppressi”, secondo una retorica che vorrebbe far raccontare la storia non più solo con il sangue dei vinti, ma anche con le loro parole. Nulla di tutto questo. Quella di Abate è una poesia impegnata, e aggiungerei “politica e civile”, perché riflette e punta l’indice sui nodi irrisolti, che non riguardano solo chi è più in basso (semmai costoro sono coloro che pagano di più), ma il concetto di stesso di comunità e di identità collettiva: la pòlis appunto. [Massimiliano Tortora]

Lucetta Frisa, Sonetti dolenti e balordi, pp. 72, € 10,00
Le liriche, infatti, non sono il frutto di una occasionale o momentanea e, quindi, immediatamente contestualizzabile accensione, quanto piuttosto “sogni” che “si sarebbero un giorno fatti carne”, il riaffiorare, in natura di lampi ed intuizioni erratiche, di frammenti lungamente covati nel corso degli anni, cresciuti sui margini in ombra di un disegno poetico che da La follia dei morti a Se fossimo immortali, da Ritorno alla spiaggia a L’emozione dell’aria, è venuto costruendosi nel tempo, con rigore, sapienza ideativa e padronanza crescente delle linee e delle strutture fondanti, come un’architettura intimamente e intellettualmente riconoscibile, solida e lineare nella sua voluta e ricercata esposizione ai punti cardinali della percezione e dello sguardo.
La passione delle origini, allora, quasi a sparigliare volutamente l’ordine del discorso, si ammanta in quest’opera di sfumature e colori affatto nuovi e li ricombina declinandosi in forme e modalità “balorde”, sottilmente e deliberatamente “sovversive”, refrattarie all’imperativo di poetiche organizzate unicamente in funzione della trasparenza e costrette, inevitabilmente, entro i reticoli e i codici escludenti di un orizzonte rappresentativo asettico e uniforme, monocromatico e monodico. Tutto ciò riesce possibile, e si realizza con esiti sorprendenti, in forza di scelte lessicali etimologicamente spurie e perturbanti, di un balzo nella penombra del non-detto e del non-ancora tanto sul piano dell’utilizzo sghembo e obliquo, disarmonico e dissonante, di strutture metrico-sintattiche consolidate (il sonetto richiamato dal titolo), quanto su quello di una suggestiva e spiazzante inversione del moto ascensionale che caratterizza, per tradizione o per consolidata convenzione filosofica, ogni processo consapevolmente e compiutamente conoscitivo. Un processo la cui progressione verticale viene rovesciata in una vertiginosa discesa nell’abisso, fino alle viscere ribollenti della materia e dell’essere (“Per vivere ho bisogno del mistero / occhi di un’altra specie sacre pietre / dipinte o incise nel buio delle grotte”): una metamorfosi tutta inglobata e interiorizzata, che comporta la rinuncia a ogni pregressa coordinata razionale e a qualsivoglia permanenza statica del soggetto nel cerchio di una verità e di un senso dati, capace di tramutare in mistero il chiarore, di farne avvertire tutta l’insostenibilità, tutto il peso della carica radiante che ci tiene indissolubilmente legati all’esistenza attraverso una rappresentazione astratta e geometricamente riproducibile del creato, attraverso la ricezione unilaterale della molteplice e polifonica cadenza dei nostri stessi passi (“un enigma per me / camminare in superficie”): da qui la necessità, pungente fino allo spasmo ultimo e alla dissoluzione, dello svelamento, l’urgenza della restituzione di ogni luce alla matrice oscura da cui promana (perché solo “il nero nel sottosuolo / tiene il seme del mondo”), di ogni orma sonora alla dimora da cui si parte, si diffonde e si fa eco e pensiero, mappa udibile e leggibile, plurale, di ogni possibile cammino.  [Francesco Marotta]

Fiammetta Giugni, Per un’architettura del Sé (2° Premio Fortini 2012), pp. 80, € 10,00
Ed eccola la casa, il “pretesto” per costruire la poesia di quest’opera (ma pretesto vale anche prae-textum, ciò che è stato tessuto prima, anteriormente). Nelle pagine dedicate alla casa (sezione “Per un’architettura del sé – una casa come pretesto”) noi lettori compiamo un’esplorazione palmo a palmo dell’edificio che è pietra e pure ricordo, sdipanarsi di legami di sangue e pure parola. È una casa ereditata, che ha segnato una profonda divisione e rivalità e rancore nella famiglia dei nonni, circostanza che la poetessa non vuole tacere, anche “per sentirsi sempre poveri di fronte a un’eredità”, come lei stessa dice con quel senso per l’apparente paradosso che la caratterizza e colgo qui l’occasione per affrontare il tema del paradosso o del ribaltamento del senso comune nella poesia di Fiammetta Giugni; quello che al primo sguardo o alla lettura superficiale può infatti apparire paradossale è in realtà il risultato di uno scavo e di una lunga meditazione sui sentimenti e sui fatti che non vengono mai interpretati nel modo più ovvio dettato dal cosiddetto senso comune; al contrario, l’impressione è che ci sia un’insonne vigilanza contro le facili conclusioni, le facili spiegazioni, le facili vie d’uscita. Per meglio farmi capire chiedo soccorso alle parole stesse dell’autrice, per esempio a queste: “Dal momento che la casa sorge sulla costa, si trova ad avere una parte del fabbricato interrata e una semi interrata, proprio a ridosso della montagna, mentre la parte che guarda la valle ha tutte le aperture libere fin dal piano strada.  Non si costruiscono più, oggi, case cosiffatte. Lungo la costa si spiana una gran parte di terreno e si contiene l’instabile dirupo che si è formato con grandi muri, spesso in cemento. Le case non ascoltano più la montagna né assecondano i suoi pendii.  Così non si avverte più la differenza fra l’abitare il piano e l’abitare la costa”.
Per me è proprio questo abitare la ripa, questo continuo sforzo di equilibrio, questo perenne abbrivio fra la salita e la discesa, che dà lustro alla mia povera casa di sassi. Perché abitare la ripa diventa pian piano un essere abitati dalla ripa, sentire dentro lo sforzo dell’equilibrio e la tentazione continua dell’abbrivio”. È una dichiarazione di poetica e di scelta esistenziale, come si vede, è un impegno d’interrogazione e di riflessione continue; non a caso sono numerosi i riferimenti alla pietra, ai muri, agli angoli, alle finestre, immagini tutte dell’esistere traverso il tempo, dell’essere filiazione della terra, del compenetrarsi di materia e spirito. [A. Devicienti]

Arnaldo Éderle, Dieci poemetti per Negrura, pp. 104, € 12,00
L’idea che genera tutta la serie di poemetti nasce (e questo è l’aspetto di “realismo”) da un incontro e da dialoghi fra l’anziano poeta e una giovane donna di colore. Due mondi affatto diversi, sia per età che per condizione sociale, vengono a confronto su un terreno che la fantasia (paterna a volte ma anche lirica) del poeta trasforma in un racconto, in una speculazione, in una meraviglia come se si trovasse di fronte a un nuovo mondo. La bellezza di Negrura (che ovviamente è un nome fittizio) diventa quindi il simbolo della bellezza stessa, non certo carnale ma neppure spirituale o stilnovistica; diventa insomma una specie di fantasia filosofica estetica, che il poeta segue senza mai cercare di forzare il racconto, ma semplicemente cercando di ascoltare la sua ispirazione più genuina, in assoluta libertà da qualsiasi vincolo letterario, in un rapporto serrato con la parola che viene cercata nell’ascolto. Questa caratteristica, che insieme è di contemplazione e di ricerca attiva, di ascolto e di tra-duzione di quanto viene sentito, caratterizza la scrittura di tutti i poemetti, si fa storia (nel senso di narrazione) ma si fa anche simbolo sovra-storico, si fa puro godimento estetico ma insieme anche riflessione e ricerca di senso. Questa ricerca viene poi interpretata e capita dal poeta stesso e risolta in modo inaspettato nell’ultimo poemetto, lo “spietato” Degüello, dove il poeta “fa morire” la Negrura-bellezza per decapitazione, ovviamente non seguendo una fantasia onirica ma più che altro la metafora di una sua personale convinzione, per esprimere, in modo pessimistico (o forse semplicemente “realistico”?) la sua personale visione sul destino di una bellezza più eterea e ideale, quella che cercano l’arte e la stessa natura umana. [G. Lucini]

Salvatore Violante, La meccanica delle pietre nere, pp. 104, € 12,00
La meccanica delle pietre nere racchiude e rimanda, pertanto, violenti chiaroscuri. Possono essere magiche le pietre, nere di vulcanismi fecondi, fecondamente identitari; sono nere, nondimeno, per venefici chimismi infernali prodotti dal più fetido e laido dei Cociti e pompati da diabolici congegni in meccanica funzione perpetua. E allora la natura torna matrigna, fatta matrigna dall’uomo, spesso eroe di un infinito romanzo criminale; e allora hanno l’accompagnamento di ferrei tramestii e di sordi rimbombi e sono toccate da luci sinistre le cavità notturne della terra, riempite di deiezioni che traboccano, intasate dal malaffare che imperversa; e allora il mito mostra l’altra sua faccia, quella venuta da una storia terrifica e risoltasi in un Vesuvio sterminatore, che vindice punisce; e allora il paesaggio una volta felice si scopre disumana, deturpata congerie di pietre disposte in disordine, senza bellezza; e allora il dialetto si rende aspra lingua di sferza; e allora la dizione che recupera cadenze e ritmi popolari si gonfia e si rizza in una denuncia sarcastica e sprezzante, resa concitata dalla rima, e il tono sale fino al fortissimo. Il fortissimo di una poesia civile, di polemica e di denuncia.
Il cosmo e il caos, per lettura in contraddizione dell’umano consorzio in terra di Vesuvio e non solo; il caos di una panorama dal vero, il cosmo di una regola ritrovata in utopia: ponte, mediana di un siffatto vertiginoso chiaroscuro resta la poesia, il personaggio-poesia. Perché qui alla poesia è conferito metaletterariamente un compito di intervento mirato e responsabile, sociale e politico, che essa può svolgere con grande efficacia, con energia nuova (in ragione di questa attribuzione è difesa da quanti sono imputati di adesione ossequente all’au-toreferenzialità del linguaggio e la trattano con scapata leggerezza); e perché le si domanda comunque di non far mancare quel sogno di una cosa, che da sempre la sua alterità ha sognato e a cui rimane agganciato un futuro dal volto umano (e dunque gli apocalittici della scrittura sono a loro volta esecrati); e perché soprattutto la poesia è un personaggio dal vivo nella finzione dei versi della Meccanica delle pietre nere. È un tu con un nome, è un doppio al quale, in un dialogo che ora è esplicito ora è sottotraccia, si chiede di leggere il mondo e di parlarlo nel suo essere, come è in realtà, polluito e defedato e nel suo virtuoso poter essere. Comunque in diretta. Da portavoce affidabile. [Marcello Carlino]

Francesco Di Stefano, Er monno gira ancora come allora, sonetti satirici, pp. 88, € 10
Di Stefano è uno dei tanti ottimi poeti satirici che io conosco, in Italia, ma purtroppo la poesia satirica, specie se in forma chiusa, è pochissimo apprezzata. Nello spazio breve di un sonetto Di Stefano è capace di far coabitare numerosi elementi. Innanzittutto la sonora risata, che scaturisce quasi sempre dalla evidenziazione di una situazione paradossale, anomala, tartufa. Il poeta satirico deve infatti muovere alla risata e Di Stefano non si sottrae certo a questo compito primario della poesia satirica. Ma poi troviamo anche lo sberleffo, il giudizio politico e morale, lo svergognamento. La poesia satirica così concepita ha peraltro un potentissimo strumento psicologico, che è quello di far sentire il lettore giudice di una situazione, di sottrarlo al senso di deferenza che istintivamente ha nei confronti dei potenti, scindendo l’aspetto della deferenza per l’istituzione, che è cosa socialmente utile, da quella per i personaggi che la rappresentano, che non è altrettanto utile. Il suo proposito è, in altre parole, lo smascheramento, il denudamento, la gogna se necessaria, al di là dell’importanza politica del suo bersaglio. Il lettore si trova, in questo modo, in una posizione paritaria, a tu per tu, da uomo a uomo di fronte al potente di turno. L’effetto è straordinariamente benefico: apre gli occhi e apre la mente.  [G. Lucini]
Il volume si compone di 63 sonetti in endecasillabi classici in unica sezione e comprende un periodo cronologico che corrisponde più o meno dalla fine del 2011 al gennaio 2013. Si tratta, per alcuni aspetti, di un diario in versi satirici (che continua tutt’ora), dove sono annotati i comportamenti più vistosi e più chiacchierati, passati attraverso il severo sguardo di una cultura popolare disincantata e legata alla concretezza dell’esistenza, la sola, a ben vedere, capace di sbrogliare la complicazione degli affari semplici operata dalla politica, con ragionamenti concreti e, all’occorrenza, sonori sberleffi.Il testo è accompagnato da versione in lingua italiana, anche se non sarebbe a rigore necessaria, perché il romanesco (lingua satirica per eccellenza) può essere considerato parte originaria e fondante della grande koiné linguistica dalla quale attinge l’attuale lingua italiana: poco ci si discosta dalla lingua e la lettura, anche ad alta voce, risulta particolarmente gradevole.
Diversi e molto noti i personaggi fatti oggetto di satira: i dirigenti della Thyssen-Krupp, i Servizi segreti, Berlusconi, Napolitano, la “casta”, la Lega Lombarda, D’Alema, Rutelli, Previti, Bertinotti, Veltroni, alcuni prelati e altri ancora.

Carla Bariffi, Rapsodia in rosso, pp. 48, € 9
Ogni poeta, che sia poeta, è un sismografo della sensibilità collettiva, credo, questa definizione ben si attaglia alla poesia di Carla Bariffi. Nella sua “Rapsodia in rosso”, quasi contraltare al “Rhapsody in Blue” del compositore americano George Gershwin, racconta l’inquieto collettivo, il malessere spirituale che serpeggia in questo inizio secolo, alimentato da paure e da un senso di impotenza, nelle suo interrogare alla filosofia e la cultura con l’urgenza di una domanda che però fa fatica a formulare, perché ha i connotati del mistero. Un’opera tesa, sofferta, discontinua nei suoi lampi e nei suoi sprazzi di luci ed ombre, irresoluta, in un perenne girovagare della mente come fa il vento del Qohèlet, in un andare rapsodico che è metafora del nostro collettivo andare. [Gianmario Lucini]
Nel caso della Bariffi, al suo secondo libro di poesia, la natura progettuale dell’opera è particolarmente evidente. Rapsodia in rosso nasce come secondo codice rispetto ad Aria di lago (LietoColle), di cui rappresenta il necessario superamento, in quanto una forza centripeta, avvolgente, porta in primo luogo il poeta-demiurgo, poi il lettore, a percepire la realtà di riferimento come contrazione emotiva in una luce primordiale, atavica, seppur frammentata, dove l’ineffabile entra di prepotenza nel canale inconscio dell’Io poetico e agisce da atto liberatorio, quasi erotico, esplodendo in nuove situazioni di senso. Non c’è nulla di fragile o di scontato nella poesia di Carla Bariffi, ogni atto è rimando, richiamo, allusione: “il fatto stesso di osservare una particella / ne modifica lo stato” afferma l’Autrice a dichiarazione di una poetica in perenne mutamento che, a partire dall’intuizione visiva, destruttura la percezione in una densità di frattali che si ripetono in infinite variazioni della loro forma-base.
È poi il libero arbitrio del poeta a seriarli, definirli, ungarettianamente portarli alla luce. Questione di metodo, dunque: filtrare l’essenza del mondo attraverso il canale della parola impotente, destrutturare l’esperibile mediante la formulazione di un linguaggio nuovo. [Ivan Fedeli]

Alessandro Assiri, In tempi ormai vicini, pp. 48, € 9
Alessandro Assiri è un noto poeta veronese, riconoscibile da uno stile pungente e da un verso linguisticamente molto curato, vivo, guizzante e a volte ustionante. La forma da lui preferita è la satira. In questo volumetto egli rivede la storia degli ultimi decenni, anche gli avvenimenti “oscuri” e sempre nascosti dal “segreto di Stato”, che hanno fatto vittime e sparso dolore, ma che non trovano ancora responsabili diretti né mandanti, che il poeta fa in qualche modo risalire ai politici e alle istituzioni deviate (“Chi è stato è STATO“). La mannaia della sua satira mena quindi colpi velenosi, ma non avventati. Non si tratta di “anti-statalismo” ma di desiderio di giustizia. L’inquietudine e il malessere lo muovono alla ricerca. La passione si fa scoperta e giudizio, il giudizio incontra il paradosso, il paradosso passeggia su nervi scoperti, procura stilettate, dolore civile, sentimento di ribellione. Lo sberleffo acquista così l’imprimatur della passione distinguendosi per qualità, per profondità, per la ricerca semantica e linguistica, per temperatura emotiva, rispetto alla satira da cortile che i nostri comici caserecci inscenano alla televisione, propinandoci infinite tiritere fatte di giochi di parole e luoghi ormai comuni ormai frusti – fare satira servendosi del miserando materiale umano e culturale che ci offre molta politica è fin troppo facile ed è come (direbbe appunto uno di questi “comici” che attualmente tengono a suon di milioni le piazze e in mass media) “sparare sulla Croce Rossa”. […]
Se noi leggeremo queste poesie fra vent’anni e parallelamente ascolteremo una “performance” di questi satiri dell’ultima ora, potremo notare l’enorme differenza e la diversa statura di questi due modi di fare satira: quello della cultura e quello dello spettacolo-business. Troveremo che la poesia di Assiri rimarrà fresca e vitale, perché il suo giudizio e le sue considerazioni, pur feroci e pungenti, sui fatti più lugubri della nostra storia recente, rimarranno considerazioni sempre valide e l’ispirazione che le sorregge non verrà cancellata dal tempo. La satira-business invece dimostrerà (ma già lo si può intuire oggi, se la si considera con un po’ di intuizione critica) tutta la sua storicizzazione e tutta la stanchezza dell’ispirazione. L’ispirazione della satira-cabaret infatti, è di indole spenta, perché si limita a tradurre in paradosso quello che già la gente avverte, più o meno, nella presa d’atto della realtà e della cronaca. L’ispirazione di queste poesie invece viene da un dolore che non cerca consolatori ma ragioni e risposte, da un senso di rivolta, da un istinto di libertà e da un sentimento etico che non hanno tempo e sono sovrastorici. [G. Lucini]

AA.VV., Il ricatto del pane (antologia di poeti per il lavoro), pp. 256, € 15,00
Un libro pensato per riflettere sul senso del lavoro, il cambiamento del modo di lavorare e di produrre di questi ultimi 50 anni, sulla valenza antropologica del lavoro che, da strumento di liberazione, di affermazione della propria intraprendenza e creatività, è ormai diventato condanna e ricatto.
256 pagine fitte di testimonianze, riflessioni, poesie, immagini, storie di vita che mostrano lo spaccato inquietante del presente e pongono serie domande sul futuro stesso del pianeta, perché al lavoro sono legati anche i temi della conservazione ambientale e il tema stesso della libertà.
Hanno partecipato con i loro diversi contributi oltre un centinaio di autori, tutti lavoratori nei più disparati settori produttivi e dei servizi, dalla fabbrica all’università, dal lavoro poco retribuito a quello ben compensato, dall’attività umile che sfugge alla considerazione sociale all’attività pubblica e sotto gli occhi di tutti.
Emerge anche, da più testimonianze, la poca considerazione che in Italia abbiamo per il lavoro intellettuale, in particolar modo l’attività creativa degli scrittori e dei poeti (che è pur sempre un lavoro, anche se particolare), l’assoluta trascuratezza della nostra cultura per le materie umanistiche, per tutto quel sapere che in apparenza non è utile alla produzione di beni di consumo, ma è indispensabile alla crescita personale, al proprio equilibrio mentale, alla giusta considerazione di sentimenti ed emozioni e dell’importanza che essi hanno per la nostra vita.
Il senso del libro è la provocazione, il forte richiamo a un ripensamento, perché continuando con questo “trend” evolutivo (o involutivo, a seconda dei punti di vista), creeremo gravi problemi alla nostra stessa vita, alla società nel suo complesso, alle future generazioni, alla sopravvivenza del pianeta. Contributi di: Ennio Abate, Alberto Accorsi, Marina Agostinacchio, Nadia Agustoni, Stefano Amorese, Vitaliano Angelini, Saragei Antonini, Francesco Aprile, Luca Ariano, Leopoldo Attolico, Antonella Barina, Claudio Bedocchi, Luca Benassi, Alberto Betene, Mariella Bettarini, Nunzia Binetti, Giorgio Bolla, Oreste Bonvicini, Massimiliano Bordotti, Isabella Borghese, Cristina Bove, Silvia Bre, Caterina Bruzzone, Lia Burigana Colonnello, Carlo Calati, Enzo Campi, Giuseppe Caracausi, Alessandra Carnaroli, Nadia Chiaverini, Lucia Cicchino, Manuel Cohen, Manuel Comazzi, Antonino Contiliano, Floriana Coppola, Laura Corraducci, Caterina Davinio, Francesca Del Moro, Antonio Devicienti, Gerardo De Stefano, Francesco Di Stefano, Patrizia Dughero, Arnaldo Éderle, Roberto Fabris, Renzo Favaron, Gerardo Ferrara, Fernanda Ferraresso, Nunzio Festa, Ulisse Fiolo, Fabio Franzin, Genny Galantuomo, Guido Galdini, Nerina Garofalo, Agnese Gatto, Fabia Ghenzovich, Pier Mauro Giovannone, Renato Gorgoni, Franca Grisoni, Stefano Guglielmin, Lucia Guidorizzi, Paolo Maria Innocenzi, Emanuele Insinna, Gianfranco Isetta, Maria Lenti, Paride Leporace, Enrichetta Librandi, Nicola Licciardello, Domenico Lipari, Oronzo Liuzzi, Gianmario Lucini, Bruno Salvatore Lucisano, Domenica Luise, Roberto Maggiani, Giuseppe Mariano, Alberto Masala, Mauro Mazzetti, Mauro Miglio, Enrico Marià, Vincenzo Mastropirro, Massimo Migliorati, Giorgio Mobili, Emidio Montini, Emilio Morandi, Federico Moro, Virginia Murru, Daniela Musumeci, Michele A.Nigro, Bernardino Novelli, Giovanni Nuscis, Guido Oldani, Mario Oldani, Paolo Ottaviani, Natalia Paci, Alessandra Paganardi, Claudio Pagelli, Marco Palladini, Massimo Palladino, Giuseppe Panella, Alfredo Panetta, Bruna Pellizzoni, Paolo Pierani, Ugo Pierri, Paolo Polvani, Manuela Potiti, Ivan Pozzoni, Gianni Priano, Giovanni Marco Pruna, Maria Pia Quintavalla, Federico Lorenzo Ramaioli, Marco Righetti, Giovanni Rivecca, Zena Roncada, Pietro Roversi, Claudio Sanfilippo, Francesco Sassetto, Fabio Sebastiani, Giancarlo Serafino, Maurizio Soldini, Antonietta Ursitti, Adam Vaccaro, Giuseppe Vetromile, Salvatore Violante, Pasquale Vitagliano, Antonella Zagaroli, Maria Eleonora Zangara, Claudia Zironi. Immagini di: Fabiola Ledda, Gianmario Lucini, Emilio Morandi, Erminia Passannanti, Maria Eleonora Zangara

Gianmario Lucini, Sapienziali (riedizione), pp. 104, € 12,00
Sapienziali è la riedizione dell’analoga raccolta di poemetti del 2010. I poemetti sono stati rivisti ed aumentati di numero (da 9 a 14), mentre la seconda parte della raccolta originaria intitolata Scirocco è stata sostituita da quattro serie di Mottetti e dalle 32 variazioni sul tema del nulla. In mezzo ci sta un Intermezzo, dal titolo Il silenzio dell’alba, undici poesie che muovono dai primi capitoli dei Vangeli. La scrittura, che vuole imparentarsi a quella biblica oscilla fra i poli della religiosità e della laicità, della preghiera dialogica e del monologo, cercando una sintesi che possa rappresentare un’idea di umanesimo o di umanità.
Sapienziali affronta i grandi temi di questi tempi: la guerra, l’ingiustizia, la povertà, l’ambiente, la solidarietà, il senso del nulla, la solitudine, la ricerca di un orizzonte di Pace. L’essenza di questa scrittura è essenzialmente civile, anche se il riferimento a una concezione trascendente è ineludibile, una specie di religiosità laica o di laicità dell’uomo religioso, che cerca una sintesi dei grandi insegnamenti nel concreto dell’esistenza materiale.
La lettura può essere su due binari: l’uno di una fruizione del testo come prodotto di un orizzonte culturale contemporaneo, l’altro come richiamo e ri-attualizzazione di un sapere biblico nel tempo contemporaneo; i riferimenti a passi biblici infatti, a volte specificati per volere dell’autore, sono praticamente nascosti in ogni strofa e in ogni verso.
Si tratta, infine, di una poesia a suo modo straniante, che cerca di sospendere il tempo, isolarsi dalla storia e fermarsi a riflettere, al di là che la riflessione che ne scaturisce sia di tipo laico o religioso [GL].
Lucini sa cogliere, quindi, sia la complessità dei temi, sia il modus; si potrebbe dire che, la pratica delle citazioni e delle fagocitazioni stilistiche da lui messa sapientemente in atto, autorizzi a considerare questi testi come απόκρυφος (apocrifo), grande variazione intorno alla verità, evangeliun esso stesso, della realizzazione del senso nuovo della parola poetica nel mondo.
Che si tratti di un progetto di rinnovamento, Lucini lo dichiara apertamente attaccando subito con le parole del salmo 97, “Troveremo un canto nuovo”, eco dei momenti epocali di passaggio in cui la Storia esce dal suo stato di opacità per rivelarsi come Progetto.
Lucini sembra aver riflettuto profondamente anche su un’altra questione, forse la piú importante: e cioè la presenza, già nella Bibbia, di un titanismo/eroismo umano saldamente radicato a un’idea di resistenza –  mi sono chiesto assai spesso quali siano i debiti che una figura come Prometeo debba per esempio, al Giobbe, o all’Ecclesiaste – .
Questi progetti di resistenza, in primo luogo verso una deitá che si nasconde dietro il suo stesso nome impronunciabile, e quindi dietro il suo vuoto,  sono possibili solo in quanto l’uomo moderno Lucini riconosce nel dolore il mezzo in grado di alimentare la parola dell’intento di una nuova resistenza:  “Abbiamo bisogno di sangue nuovo /perché l’era è finita coi suoi idoli stanchi;/non hanno più i sogni fondamento,/il sonno non porta che incubi e tremori/– e soltanto sognando sogni veri/faremo rifiorire la bellezza –.” [Sebastiano Aglieco]

Brani su Youtube (presentazione a Marsala)

http://www.youtube.com/watch?v=BEC-BCJ_hjE

http://www.youtube.com/watch?v=iZP5DvHsCaE

http://www.youtube.com/watch?v=urPFTS6YdRk

http://www.youtube.com/watch?v=o8NWDpyFJGk

http://www.youtube.com/watch?v=qjyglZlp_TA

http://www.youtube.com/watch?v=mqqmhxdccMc

http://www.youtube.com/watch?v=Jmlq-MylrwU

http://www.youtube.com/watch?v=RAGuiIfQgVE&feature=youtu.be (Trailer a cura di Vanio Garbujo)

Stefano Guglielmin, Le volpi gridano in giardino, pp. 56, € 10
Libro intenso, profondamente pensato, concentrato, dalla scrittura poetica di alto livello e dalle tematiche di profondità e di spessore uniche per coraggio e per lucidità.
Guglielmin dà l’impressione di un poeta che ha rotto ogni ponte alle spalle e non si preoccupa del mare di polemiche che la sua poetica rischia di innescare, ha imboccato la via dell’intransigenza filosofica e dell’intransigenza poetica, spazzando via con un gesto deciso ogni ripensamento sul linguaggio usato però ad altissimo livello, considerandolo, come in effetto sarebbe giusto, soltanto uno strumento per dire poeticamente quello che si vuole dire e non il centro stesso della poesia. Vi sono momenti di intenso lirismo, a volte straziante, momenti di cupa ironia e di sarcasmo, momenti di sberleffo o di elegia: l’importante per il poeta sembra essere un elemento soltanto: la profonda coerenza con se stesso e l’affermazione di una verità sentita. [G. Lucini]
Va detto che se c’è, nella vicenda compositiva e editoriale di un poeta, un libro che apre nella piena maturità una crisi, una presa d’atto e distanze – che non significa solo disincanto ma approdo a una sorta di innocenza ulteriore, spuria, compromessa e tuttavia renitente, recuperata, eppure stranamente (e nuovamente) illesa, certa a posteriori della sua credenza, – ebbene per Stefano Guglielmin quel libro è, con buona probabilità, Le volpi gridano in giardino.
La raccolta infatti traghetta una funzione inclusiva e superante. Il che significa, quanto a cifra stilistica, la concessione di pieno credito a una sperimentazione (talora anche a un virtuosismo), crossover rispetto a generi e a registri, ma soprattutto la rottura del lucchetto della compattezza, quasi sempre apposto a sigillo della certezza o personalità della voce poetica. Della compattezza, suggerisce questo libro, occorrerà sempre più chiedere conto, non fidandosene di per sé, nello sbriciolarsi degli orizzonti empirici e nell’ibridarsi delle poetiche.
A questa rottura di un cliché stilistico coincide immediatamente sul piano tematico lo stridio di un altro guscio che si apre scontrandosi: l’hortus conclusus dell’esperienza personale, quando va a cozzare con l’indeterminato di una crisi, di un allontanamento, e quando rivede affacciarsi nel perimetro duale i volti sfaccettati e conflittuali della polis – la diade che si lacera commossa per ritrovarsi di nuovo partecipe in mezzo al mondo. [Paolo Donini].

AA.VV., Poliscritture 9 (rivista letteraria), pp. 108 A4, € 8,00
Poliscritture è una rivista curata da un gruppo di intellettuali (Ennio Abate, Marcella Corsi, Luca Ferrieri, Alessandra Roman, Donato Salzarulo, Giulio Toffoli, Salvatore dell’Aquila) che affronta in modo approfondito varie tematiche emergenti nel mondo della letteratura e della poesia. Questo numero però è interamente dedicato all’opera di Franco Fortini, alla sua personalità, le sue vicende di intellettuale, i rapporti con la cultura e la storia del suo tempo. Il numero 9, che possiamo perciò considerare monografico, ha l’apporto di saggi di ben 19 autori, che nei loro interventi esaminano la figura di Fortini sotto molti punti di vista, da quelli squisitamente letterari (rispetto anche alla non prolifica ma importantissima – e oggi semisconosciuta opera poetica) a quelli aneddottici o di ricordi personali. Ne risulta un quadro complessivo variegato, che vuole servire da stimolo per la conoscenza di questo importantissimo e ignorato intellettuale e critico, la cui opera è fondamentale per comprendere la letteratura del secondo novecento.
La grafica della rivista è molto sobria e inserisce nell’impaginazione una serie di fotografie del poeta e alcuni dipinti da lui eseguiti (Fortini era anche un ottimo pittore dilettante).

 

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