Edizioni CFR. Tutti i libri realizzati da Gianmario Lucini nel 2014

Gianmario Lucini, poeta, oltre ad aver fondato Poien è stato anche attivo riformatore della scena poetica italiana grazie alla sigla editoriale CFR. Il catalogo dei suoi libri e tutto il magazzino è stato donato a Poiein
(ai link le pubblicazioni anno per anno 2014, 2013, 2012, 2011, e il pdf del catalogo completo fino al 2013).
Per informazioni sui volumi aps.poiein @ gmail.com

AA.VV., La disarmata, 5 poeti napoletani scrivono sulla “napolitudine”, pp. 72, € 10,00
Cinque Autori, cinque Poeti napoletani che parlano della loro città seguendo naturalmente la propria linea e il proprio stile poetico, si’ da produrre un volumetto antologico davvero interessante, variegato, in cui la nostra città viene mostrata attraverso canoni e modalità differenti: da un andamento piuttosto ritmico di Gianni Montieri (“Turisti americani”), alle “Rettoriche” di Viola Amarelli, allo “Stradario” di Francesco Filia, una vera e propria poesia toponomastica della città; alla “Zona est” di Vincenzo Frungillo, una poesia dura, di confine; all’ironia poetica dei versi di Immo.
Il titolo della raccolta antologica, “La disarmata”, è tratto dalla prima poesia della silloge “Rettoriche” di Viola Amarelli.
Il libro è stato presentato il 29 gennaio 2015 nella Biblioteca Benedetto Croce di Napoli, nell’ambito delle manifestazioni culturali “Apeiron” ideate e organizzate dallo scrittore napoletano Bruno Pezzella. Relatore il giornalista, scrittore e critico letterario Antonio Filippetti; ha letto alcune poesie l’attore Aldo Spina. Presenti i poeti Francesco Filia e Viola Amarelli.
La disarmata, antologia. Postfazione di Elio Grasso.
Gli Autori inclusi: Viola Amarelli, Francesco Filia, Vincenzo Frungillo, Immo, Gianni Montieri.

Noi Rebeldía 2014, L’ora zero, a cura di Nino Contiliano, pp. 64, € 10,00
Al gruppo “Noi Rebeldía 2014” hanno partecipato 76 poeti italiani, di diverse località, componendo una serie di poesie collettive (quindici, per la precisione) e continuando così l’iniziativa che già era stata inaugurata alcuni anni or sono da Nino Contiliano (che è anche l’ispiratore di questa edizione) con l’edizione del volume dal titolo provocatorio we are winning wing ad opera del gruppo “Noi Rebeldía 2010”.
La poesia collettiva ha un alto significato, prima ancora che letterario, di tipo simbolico perché, a differenza della poesia tradizionale, è anonima. La sua radice è quindi il dono, l’a rinuncia alla proprietà, al segno del “nome”. L’anonimato rende l’autore più libero di scrivere ciò che sente, più disinibito (il nome infatti è sempre collegato all’identità, all’immagine, al narciso, che sono aspetti anche di controllo del nostro agire sociale) ma anche più solidale, più attento a innestarsi in un discorso collettivo (mentre il nome stimola, in qualche modo, l’atteggiamento competitivo).
La poesia che ne esce (in questo caso si tratta di poesia civile) è pertanto particolarissima e se per certi aspetti può mostrare impennate di stile, di linguaggio, persino di ritmo che possono dar luogo a critiche (in ogni caso scontate, perché è scontato è questo aspetto anche per chi, pur sapendolo, comunque vi partecipa), nondimeno la coesione dei testi è garantita da questa “anima collettiva” che in qualche modo viene espressa dal gruppo e che si fonda più su un desiderio di ascolto e di collaborazione reciproca. La tematica viene quindi affrontata, poesia dopo poesia, in uno stesso affine modo di sentire la realtà, ossia in uno spirito di coesione tematica, umorale, emotiva che è, nello stesso tempo, un’esplosione di sfaccettature intorno allo stesso tema, un arricchimento semantico, concettuale ma anche.
Si tratta insomma, come qualcuno ha suggerito, di “poesia d’avanguardia”, ma qui l’avanguardia non è più, come nel secolo scorso, una posizione di rottura che si attua soprattutto sul piano dello stile, ma una rottura che si pronuncia ad alta voce sul piano dei contenuti. Si tratta dunque anche di un esperimento che, come tutti gli esperimenti, potrà avere dei limiti ma ha anche dei pregi, a nostro avviso molto significativi, che ci inducono a ripensare non soltanto il modo di fare poesia ma anche quello di stare al mondo, ossia l’atteggiamento etico nei confronti della collettività (della storia e/o della cronaca) e il ripensamento del ruolo del poeta ovvero l’assunzione di una peculiare responsabilità dell’artista dei confronti della collettività – e insieme abbandonando le modalità della competizione per privilegiare comportamenti collaborativi.
Un volume che va molto oltre, a ben vedere, dall’alone di curiosità e/o perplessità che potrebbe suscitare, per toccare alcuni nodi centrali della poetica.

AA.VV., Poeti e poetiche 3 (testi di A. De Palchi, N. De Vita, A.M.Farabbi, B.M. Frabotta, L. Frisa, F. Giugni, S. Pagliuca, E. Pecora), pp. 176, € 14,00
Sono tutti nomi molto noti, a parte Giugni (che in questi ultimi anni si è comunque fatta molto apprezzare dai lettori) e non molto noto è Pagliuca, un ottimo poeta dialettale (ma purtroppo la poesia dialettale attraversa un periodo molto difficile sul piano della rinoscibilità). Due sono i poeti dialettali presi in esame (De Vita e appunto Pagliuca) e Fiammetta Giugni ha scritto anch’essa molte poesie in dialetto (e alcune in un linguaggio inventato, altre addirittura in latino).
Viene anche presa in esame la poetica di De Palchi, molto noto in Italia e non certo per merito dei critici italiani più in voga, ma per il fatto che De Palchi gode di molta stima dai poeti stessi che lo riconoscono come una voce importante della poesia italiana contemporanea, che vive autonoma e al di fuori dei circuiti letterari celebrati e laureati. Più corale invece pare la considerazione della cultura italiana per Elio Pecora, apprezzato da tutti (anche perché si tratta di una voce ormai “storica” della poesia italiana) ma piuttosto trascurato in questi ultimi pur fecondi anni, mentre sembra destare sempre più interesse la poesia di Bianca Maria Frabotta e quella di Anna Maria Farabbi, che pare molto concentrata in una ricerca personalissima e profonda. Poca attenzione viene invece dedicata alla genovese Lucetta Frisa, una poeta che ha prodotto parecchie belle raccolte e che meriterebbe più considerazione da parte della critica.
I cinque poeti e saggisti che hanno voluto omaggiare questi autori, riconoscono in essi la qualità e la serietà della loro personale poetica e cercano di tratteggiarne i contorni per agevolare il lettore nella fruizione delle loro opere.
Chiude il saggio dedicato ad ogni autore, una breve selezione di poesie (alcune inedite, altre no).
L’opera ha, come le precedenti, un taglio divulgativo e non ha la pretesa di esaurire un approccio pur globale alla poetica di questi autori, ma soltanto quella di ipotizzare alcune chiavi interpretative (due o tre aspetti che possono colpire la sensibilità di chi legge), lasciando al lettore la riflessione personale senza nessun tentativo di influenzamento o di intrusione o forzatura del giudizio. Siamo infatti convinti che la lettura sempre personale e la mediazione del critico deve fermarsi allo stimolo e al suggerimento, senza tentare le vie della valutazione, che spettano al lettore. A cura di S. Aglieco, M. Cohen, M. Corsi, R. Caddeo, G. Lucini.

Alberto Accorsi, Odì
“E’ la ricerca dell’individuo, quella che tenta Accorsi, di chi si realizza come animale sociale soltanto a patto di declinarsi nel suo esserci per e con l’Altro. In tale quadro risulta irrinunciabile l’impatto con il mondo e la lettura dei fatti che accadono squarciando il velo di una realtà fruibile soltanto su piani di conoscenza che si intersecano tra loro, pur rimanendo distanti. Come in una rappresentazione pittorica di Bosch”. Ivan Fedeli

AA.VV., Keffyieh, intelligenze per la pace, pp. 200, € 15,00
Keffyieh non è soltanto un’antologia di scritti, è una corale del disgusto e della rabbia nato dall’orrore per il massacro di Gaza, che si aggiunge ad altri orrori causati da tutte le guerre, raccontati da 132 poeti e scrittori italiani e stranieri. Il libro è nato di slancio, di pancia, un veloce tam-tam che si è diffuso su un a mailing list e ad ha coinvolto anche alcuni scrittori arabi, israeliani, americani e di altri Paesi del mondo.
Ne è nata un’opera potente e insieme spontanea, una voce collettiva che si leva contro la logica disumana del sistema nel quale viviamo, basato sulla competizione, la violenza, la sopraffazione, la legge del più forte, che è sempre ingiusta.
Emerge chiaro il tema della ribellione esasperata delle coscienze, dell’intollerabilità della guerra come strumento per risolvere i contrasti internazionali, che poi sono sempre contrasti fra diversi poteri, fra pochi potenti, mentre le conseguenze sono sempre pagate dagli ultimi e dai più deboli in termini di vite umane. Per essere sicuri di non venire ammazzati in guerra, ormai, bisogna arruolarsi in un esercito, perché a morire ormai sono quasi sempre i civili, non i militari. Emerge il senso di impotenza e di frustrazione, di collera. La collera dei miti è tremenda e le parole della collera sono giuramenti disseminati come barriere di pietra contro la volontà dei potenti, barriere contro le quali prima o poi si infrangeranno anche le coscienze più ciniche.
Emerge infine la consapevolezza dell’assurdità di questo sistema condannato alla regressione e all’implosione perché si fonda sulla competizione e il profitto, sulla legge dei più forti, sull’ingiustizia esibita platealmente come diritto, sul disprezzo della dignità della persona umana, su un neo-colonialismo che depreda le generazioni future delle risorse e delle materie prime.
La guerra è, giorno dopo giorno, la triste realtà che caparbiamente i blocchi di potere stanno alimentando, ormai anche in Europa, e il 2014 può essere indicato come l’anno cruciale nel quale è iniziata una stagione di conflitto che sarà purtroppo molto lunga, perché nessuna delle parti in causa esprime il desiderio di contenere le ostilità e di iniziare un dialogo con il nemico. Gli autori di questo libro pertanto pongono con forza queste domande e queste tematiche, cercano di svegliare dal torpore chi è insensibile a questi temi, ci avvisano che è necessaria una rivoluzione delle coscienze, un cambiamento di orizzonti e di pensiero, per non finire in un altro medioevo che sarà ben più terribile di quello storico e che potrebbe anche significare la distruzione totale, visto che ormai il mondo è armato a tal punto da potersi distruggere per oltre 10.000 volte. Ne basta infatti una sola.
A cura di Gianmario Lucini e Mario Rigli.
Hanno partecipato a questa antologia: Ennio Abate, Rina Accardo, Franca Alaimo, Mhmoud Alazharey, Anna Albertano, Cristina Alziati, Yehuda Amichai, Geltrude Antonazzo, Jack Arbib, Emilia Banfi, Franca Battista, Claudio Bedocchi, Francesco Bennardo, Manash Bhattacharjee, Silva Bettuzzi, Giorgio Bolla, Giorgio Bonacini, Annamaria Bonfiglio, Matteo Bonsante, Carlo Bordini, Bruno Brunini, Rossana Bucci, Michael R. Burch, Rinaldo Caddeo, Maria Grazia Calandrone, Carlo Carlotto, Alessandro Carrera, Maria Gisella Catuogno, Nadia Cavalera, Sergio Chiarotto, Nadia Chiaverini, Antonio Ciminiera, Domenico Cipriano, Manuel Cohen, Nicola Contegreco, Nino Contiliano, Marcella Continanza, Laura Corraducci, Marcella Corsi, Rosa Maria Corti, Anna Maria Dall’Olio, Giovanni D’Amiano, Enrico Danna, Caterina Davinio, Giampaolo De Pietro, Antonio Devicienti, Giuseppina Di Leo, Donato Di Poce, Francesco Di Stefano, Germana Duca, Leila Falà, Narda Fattori, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Alberto Figliolia, Cristiana Fischer, Biancamaria Frabotta, Lucia Gaddo Zanovello, Guido Galdini, Fabia Ghenzovich, Enzo Giarmoleo, Giovanna Giordani, Piera Giordano, Marina Giovannelli, Francesco Giusti, Renato Gorgoni, Mario Gori, Adrian Grima, Vanda Guaraglia, Barbarah Guglielmana, Nathalie Handal, Mohammad Ikbal Harb, Giovanna Iorio, Gilberto Isella, Gianfranco Isetta, Maria Lenti, Roberta Lipparini, Oronzo Liuzzi, Cesare Lorefice, Gianmario Lucini, Angela Marchionni, Eugenio Lucrezi, Katia Debora Melis, Gero Miceli, Giancarlo Micheli, Giorgio Mobili, Emidio Montini, Davide Morelli, Gabriella Musetti, Daniela Musumeci, Tal Nitzàn, Paolo Ottaviani, Claudio Pagelli, Alfredo Panetta, Giuseppe Panetta, Ezio Partesana, Erminia Passannanti, Edoardo Penoncini, Salvatore Pintore, Paolo Polvani, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Mario Rigli, Salvatore Ritrovato, Alain Rivière, Nicola Romano, Camillo Sangiovanni, Anna Santoliquido, Francesco Sassetto, Jamil Abou Sbaih, Francesco Scaramozzino, Giancarlo Serafino, Maurizio Soldini, Ronny Someck, Agostina Spagnuolo, Rosa Spitaleri, Paolo Statuti, Bastiana Tola, David Maria Turoldo, Michela Turra, Lina Maria Ugolini, Adam Vaccaro, Salvatore Violante, Pasquale Vitagliano, Nachoem M. Wijnberg, Antonella Zagaroli, Michela Zanarella, Maria Eleonora Zangara, Liliana Zinetti, Lucio Zinna, Claudia Zironi, Arbi Zouhour.

Marina Pizzi, Segnacoli di mendicità, pp. 112, € 12,00
La poesia di Marina Pizzi si caratterizza, per quanto riguarda l’aspetto formale, da un verso all’apparenza regolare. Questa regolarità è però legata alle esigenze della musicalità che l’autrice cerca, una sua regola, non esplicita ma costante, con abbondanza di omofonie e allitterazioni, che si innestano nella prosodia. Il verso è peraltro segnato da frequenti cesure, che non seguono il senso ma piuttosto il gioco fonico di cui si sta dicendo. L’autrice crea quindi una specie di ordito di suoni, un contrappunto sul quale innesta il materiale linguistico.
Il secondo aspetto riguarda appunto la lingua che appare progettata, continuamente cercata, soppesata. Prima di tutto nella sua sonorità, che è frutto della ricerca “musicale” di cui sopra abbiamo detto, ma poi anche in frequenti giochi, rimandi di significato, a volte giustapposizioni o anche contrapposizioni che generano significati insoliti e inediti sui quali, come vedremo, è inutile (a nostro avviso) soffermarsi “cercando il pensiero dell’autrice” che, ne siamo convinti, fa di tutto per non seminare significati certi e definiti nei suoi lavori.
Ancora, è una lingua che procede per associazioni mentali, a volte velocissime, oltre che per associazioni foniche. L’autrice non cerca però di esplicitare l’associazione, insomma di “spiegare” o rendere più comprensibile in termini di significato le sue associazioni: semplicemente le trascrive così come le vengono alla coscienza (qui infatti il ruolo dell’inconscio “generatore di simboli” è evidente e, per dirla in termini freudiani, l’autrice cerca appunto di eliminare invece il ruolo della coscienza, del “censore” che tende a lasciar passare soltanto quello che la riflessione, appesantita da tutti gli orpelli degli schemi mentali personali e delle convenzioni sociali, decide che è bene far passare). […] L’autrice cerca quindi di creare un ambiente sonoro, nel quale il lettore deve immergersi non per “capire” ma per sentire, anche in senso forte, nel senso di “stare” in questo orizzonte, di abitarlo. La poesia di Marina Pizzi è quindi difficile perché chiede, anzi esige, un abbandono, nel senso di mettere da parte i propri schemi mentali di “lettore di poesia” o di “critico della poesia”, ma nello stesso tempo chiede a colui che legge o recita questi versi una fatica creativa più che interpretativa nel senso tradizionale. La poeta chiede insomma di essere poeti per entrare nel suo gioco linguistico. Paradossalmente non ci offre perciò il “suo” verso o la “sua” poesia, ma ci stimola a sentire la “nostra” poesia, un po’ come negli spartiti musicali di John Cage, nei quali spesso non vi erano note musicali ma soltanto indicazioni e suggerimenti o al massimo qualche frammento tematico, che gli esecutori suonavano seguendo l’ispirazione personale del momento. [G. Lucini]

Francesco Di Stefano, Er pesce puzza prima da la testa, pp. 184, € 14,00
Di Stefano ha una incredibile capacità di sintetizzare nel sonetto satirico, il nocciolo degli avvenimenti politici e di costume di cui parla la cronaca ogni giorno. Dietro di lui l’ombra del Belli, come rileva Christian Sinicco nella sua prefazione e del Trilussa, dei quali Di Stefano sembra la continuazione ideale. Il corposo lavoro che l’autore presenta in questo volume, si compone di due parti: la prima che riguarda avvenimenti del passato, comunque presenti nella nostra memoria, e la seconda che riguarda gli avvenimenti della politica e della cronaca di costume dal periodo del Governo Letta in poi. Di Stefano se la prende non tanto con i personaggi, che sono più presenti quanto più “meritano” di essere presenti, ma anche con l’infiacchimento della morale e con gli stessi prelati (Bertone ad esempio) che mostrano di muoversi nell’ambiguità e di comportarsi in maniera poco chiara e certamente discutibile, stando ai loro stessi insegnamenti. Unica eccezione per papa Francesco, il quale dapprima è come “soppesato” (essendo sconosciuto) dal poeta e poi qualcosa gli viene riconosciuto, ma con un prudenziale “staremo a vedere”, in bilico fra speranza e disincanto.
Francesco Di Stefano sceglie l’arte del menestrello, nascosta e dimessa ma la sola capace di registrare una “temperatura”, un pensiero comune che non ha voce ma che gli uomini di potere dovrebbero prendere di più sul serio e decidersi a quel comportamento di coraggio e libero dalle ambiguità, che ognuno in cuor suo dispera ormai di trovare nella politica e in chi in genere esercita un potere collettivo e/o istituzionale.

Alessandro Assiri, Lo sciancato e Caterina, pp. 48, € 10,00
Travagliata e densa la scrittura di Assiri, un autore che da vent’annicerca una sua linea espressiva, in un tempo nel quale, a suo giudizio, i contenuti sono in crisi. La poesia di Assiri, che in questo quaderno si mescola alla prosa poetica, è da sempre orientata all’altro, al rapporto fra le coscienze, volgendosi quindi alle problematiche sociali o, come in questo caso, psico-sociali. L’orizzonte nel quale si dipana questa suo ultimo lavoro è ancora più ristretto, ossia la storia dei rapporti interpersonali con l’altro più prossi-mo, guastati dall’ideologia dell’eroina.[G. Lucini].
[…] Quali sono i messaggi che qui si paventano?
Dall’alto della nostra inesaustività possiamo ipotizzarne alcuni. Lo spae-samento, che è insieme disillusione e deterritorializzazione di tempi, luoghi, scritture, pitture, musiche, gesti. Allo spaesamento si affianca il “sistema degli addii” (“Nel sistema degli addii ci sono i terremoti sconquassano la casa dove siamo nati”). Nella letteratura assiriana gli addii si ripropongono in maniera pressoché costante, rinvengono quasi sadicamente dalle pieghe (e dalle piaghe) tra la chiara luce (dell’abbacinamento) e l’abisso (l’oscurità totale) come impronte lasciate a tatuare il costato. Ma Assiri sa bene che, in letteratura, nessuna impronta è destinata all’immortalità. Il linguaggio del-l’invettiva, per così dire, antipatica pretende, per la sua veicolazione, un inchiostro simpatico destinato a cancellarsi e sparire o, se preferite, un linguaggio condannato alla sua stessa ri-definizione, vuoi solo per unifor-marsi ai viaggi, ai traslochi, agli spostamenti, a quel gesto, sempre doppio e simultaneo, in cui ci si fa attraversare mentre si attraversa. In una sola parola, per uniformarsi alle deterritorializzazioni cui si accennava poco più indietro.
Da qui la venuta-in-presenza (o, se preferite, l’evocazione dell’assenza) di un ulteriore sistema, anch’esso seriale come quello degli addii. Mi riferisco al sistema dei nomi. Un sistema doppio, perché rinvia ad un altro sistema che è quello della deterritorializzazione della scrittura verso altri linguaggi: quello musicale (“e Demetrio che la guerra la faceva con la voce come ironia di tutta la lirica che spezzando parole accendeva la luce”) o quello pittorico (“come Francis che era carie dalla polpa”). Così facendo (l’evocazione in presenza dell’assente) il sistema dei nomi sistematizza gli addii attraverso la declinazione delle nominazioni, vuoi solo perché ogni nome viene proposto non come mero ricordo citazionistico ma attraverso un concetto che conclami la sua apparizione (“e io mi immaginavo Elio che scriveva a Carla di fiori nella pattumiera come natura morta che non sarà mai più pittura”; “incontrò un quadro di Jackson che gli sembrava indulgente, come suo padre che lavava il mondo dallo sporco o lo ammucchiava ai lati”). Perché di apparizione si tratta, o forse di una visione, dell’urgenza di far rinvenire i propri fantasmi, di far riaffiorare dallo stagno melmoso dell’indifferenza i cadaveri dei propri punti di riferimento in cui, molto semplicemente, differirsi (“Per sfuggire ai fantasmi bisogna portarseli dentro”) e, naturalmente, «annientarsi». [Enzo Campi]

Osip Ėmil’evič Mandel’štam, 30 poesie scelte, pp. 64, € 10,00
Mandel’štam è particolarmente caro al lettore italiano, per la sua dose di ironia ebraica sapientemente mescolata all’ansia di libertà, al senso della tragedia umana, all’idea di dignità. Il volume, sapientemente tradotto da Paolo Statuti e introdotto con il solito acume dalla Prof. Claudia Scandura della “Sapienza” di Roma, riporta trenta fra le più rappresentative poesie del nostro autore, che è un po’ il simbolo della libertà del poeta di fronte ad ogni condizionamento e ad ogni potere.
Nei suoi versi Mandel’štam dialoga con molti secoli, dall’ellenismo al XX secolo, perché profondamente consapevole del legame vivo fra il tempo e la parola poetica. Con la sua opera il poeta supera le divisioni fra le varie epoche e conserva immobile il fluire del tempo attraverso immagini che rappresentano la natura e immagini che rappresentano la cultura, come la notte che rappresenta l’ispirazio-ne, l’irrazionale, il principio dionisiaco, e il giorno che porta con sé la possibilità di conservare la cultura, la chiarezza, il principio apollineo, entrambi indispensabili alla poesia.
Se nei versi scritti prima dell’adesione all’acmeismo (il movimento fondato con Anna Achmatova, Nikolaj Gumilev e altri, in aperta polemica con il simbolismo), predominano temi personali, impressioni, ricordi, “Ho un corpo – che fare con esso,//Così unico e così mio?” emozioni, “una tristezza inesprimibile // Aprì due grandi occhi”, e obiettivi precisi: “leg-gere soltanto libri per l’infanzia (…) uscire da una profonda tristezza”, a partire dal 1912, l’attenzione di Mandel’štam si concentra su una serie di realia oggettivi e culturali. Il lessema centrale di questo periodo è la pietra (kamen’), che dà il titolo alla sua prima raccolta poetica e di cui viene sottolineata la “pesantezza” che trascina l’eroe lirico a fondo, nell’abisso, vale a dire, nel non essere. La pietra, come anche il cielo che simboleggia l’eternità, e soprattutto Pietroburgo/Petropolis, la città di Pietro costruita con la pietra, dove anche Atena, dea del mare, porta “un possente elmo di pietra”.
Il poeta arricchisce progressivamente il suo discorso poetico con la parola quotidiana,- preferendo la rosa vera al simbolo della rosa, come lui stesso aveva scritto nel manifesto acmeista,- cambiando così il ruolo del contesto che diventa il fattore organizzativo dei suoi versi. Ricorre a termini architettonici e anatomici, una sorta di codice universale che gli permette di meglio comprendere le leggi dell’arte. Da questo punto di vista, esemplare è la poesia del 1912 “Notre Dame”, una sorta di anatomia del duomo francese dove la volta a crociera “gioca con i muscoli”, “la forza si prende cura degli archi”, la parete è “massiccia” e le costole sono “mostruose”. In questa immagine della chiesa si può anche vedere la metafora della poesia come espressione artistica, perché anche il poeta dalla “cattiva gravezza” (come quella da cui è nato il capolavoro architettonico) un giorno potrà creare “belle cose”. […]
Negli ultimi decenni si assiste a una grande riscoperta di Osip Mandel’štam, cui non è certo estranea la grande ammirazione tributatagli da Paul Celan che lesse le sue poesie in vecchie edizioni antiquarie scovate a Parigi e le fece conoscere in una splendida e personale versione (Gedichte, Frankfurt a/M 1959) e da Josif Brodskij che nel discorso per il Premio Nobel lo nominò, insieme a M. Cvetaeva, A. Achmatova, R. Frost e W. Auden, come uno dei poeti che si sarebbero dovuti trovare al suo posto e che lo definì in un saggio a lui dedicato: un poeta della civiltà che diede il suo contributo a ciò che l’aveva ispirato”. [Paolo Scandura]

A. Éderle, Le magnifiche donne di Glencourt, pp. 120, € 12,00
Con la prefazione di Vincenzo Guarracino, viene pubblicata quest’ultima opera di Arnaldo Éderle (ultima non cronologicamente, in quanto era già terminata e soltanto da rivedere e ri-sistemare già tre anni or sono e viene pubblicata dopo gli importanti Poemetti per Negrura, da noi edito nel 2012 e Burlesque, edito da LietoColle nel 2013).
Le magnifiche donne di Glencourt assorbe un poco dei caratteri di Burlesque (o viceversa) e un poco ci rimanda alla sua atmosfera, in particolar modo nella sezione di epilogo, che dà il titolo a tutta la raccolta e che narra una fantasiosa epica, uno scontro fra donne scimmiesche e omuncoli dalla testa grossa e dalle gambe storte, che evocano immagini di un medioevo di chierici sbandati che si legge in Carmina Burana o lo spirito sornione del Rabelais di Gargantua e Pantagruel).
É però nella prima parte, dove il poeta riprende alcuni schemi metrici provenzali e nella sezione dedicata alle parti del corpo, nella quale egli riprende alcuni stilemi tipici del gusto medioevale, che l’omaggio al Medioevo appare più manifesto. Certo, non si tratta, qui, di larlare ai medioevali, ma ai moderni – ma di questo l’autore non si dimentica di certo. [G. Lucini].
È un gioco di specchi, insomma, in cui il poeta osserva la vita, cogliendo dell’altro tratti di somiglianza con i propri, forse per un inconscio desiderio di possesso e di identificazione, di energizzazione delle proprie risorse. Una sorta di elaborazione e manipo-lazione, insomma, della distanza e dell’assenza, che si traduce in un’esperienza di linguaggio da protrarre il più a lungo possibile: la creazione di una finzione con ruoli multipli, come direbbe Roland Barthes. Un fatto, questo, evidente soprattutto nella sezione “Poesie su personaggi instabili”, in cui prendono corpo ritratti e piccole storie in cui chi legge si ingegna a individuare ciò che li autorizza ad esistere, tra referenza e allocuzione, e a porsi a fianco dell’io che parla. Fantasmi che hanno un volto, un essenziale racconto in cui proporsi (da Faustus, a Bloom, da Villon, a Ungaretti, a Arnaut Daniel, a Borges, a Miguel Hernàndez) ma più spesso vivono anche di nulla, allusivamente, tenuti insieme da invisibili fili associativi, appagati del loro ruolo fiduciario, della loro natura linguistica: segni di una verità che non ha bisogno di interpretazione, “anime del mondo desiderose di vivere sulla carta” nella convinzione di assolvere così “il proprio destino eterno”.
Diverso il discorso per le altre sezioni (dall’inaugurale “L’ombra della betulla”, a “Poesie dell’Eros”, “Poesie del Corpo”, “In memoria di Carmencita” e “Sguardi”), dove ciò che viene messo in scena è un sentimento della vita esemplarmente espresso nel titolo stesso del testo che conclude la prima sezione, Il gioco delle fiabe. Una “festa che inneggi alla vita”, dice nel testo segnalato e si capisce che in tale “festa” ha un ruolo predominante il tema amoroso variamente declinato, ora in toni elegiaci e sognanti, dal-la grazia quasi preraffaellita ancorché venata di dolente pensosità (come nelle poesie dedicate a Paola della prima sezione e in quelle, veramente intense e commoventi, catulliane, “In memoria di Carmencita”), ora nel tripudio di una trasgressività erotica (nelle sezioni “Poesie dell’Eros” e “Poesie del corpo”). [Vincenzo Guarracino].

AA.VV., Dià lògoi, antologia di 22 poeti siciliani su disegni di G. Alletto, pp. 96, € 10,00
L’opera d’arte – quando è vera – è unica, pur nei molteplici linguaggi. Entrare in relazione è cogliere il senso, è ribadire valore senza alcuna parentela col calligrafismo. È, piuttosto, lo sforzo di Giuseppe di saper generare, cogliere l’anima delle effigi oltre le pur fondanti biografie, usate non poche volte in maniera subdola e strumentale da mestieranti della cultura. In Alletto e nella Compagnia dei Poeti segno è parola, e parola segno che si incontrano in quel cielo ignoto ai profani, agli ignavi che non conoscono né ombra né luce. Comporre, realizzare un libro, oggi più di ieri, è un atto, una sacra narrazione. Così bisogna accostarsi alla carta incisa e agli spazi bianchi, con lieve pudore, con amore sincero, evitando il superfluo che sciupa il vero per disegnare una caricatura dell’umano.
Dovremmo discorrere, come si conviene in una nota introduttiva, di questo o quel testo lirico, di convergenze e differenze, di affinità e di eventuali dissonanze, assolvendo ad una sorta di rituale. Useremmo qualche aggettivo forse qualificativo, ma perderemmo la visione d’insieme che evidenzia una ricerca dell’essenziale che non pretende l’universale, aspirando ad essere dono.
Una visione e un testo vanno sempre vissuti oltre il canone, personalmente, evitando per quanto possibile la verbosità delle mediazioni, in un dialogo veritativo, come le note esplicative e colte di Lucini e dello stesso Alletto declinano e che, approvandole, non vogliamo ripetere, pena la caduta nella retorica bolsa, nell’ordinario stanco e monotono.
L’orditura di parole e segni si misurano così in musicali intimità, che solo la sensibilità può determinare.
È questo l’approccio che si propone e con cui chi scrive – che è peraltro in causa egli stesso – senza ricorrere a citazioni laudative e parziali.
Qui, non si può che augurare il cogliere dell’andamento sinfonico, corale, per evocare una esperienza catartica di coinvolgimento che possa prendere, avvolgere chi si accosterà a questo libro per penetrarlo, verso la comprensione circolare, magico-sacrale di questo che è uno scrigno fortunatamente inattuale, essendo semplicemente rinascimentale, da venerare nel silenzio dell’anima come preziosità, in quello studiolo – che non significa piccolo studio … – che racchiude i tabernacoli della purezza, che tanto urgono e che, miracolosamente, questo testo fatto di segni stupefacenti e di versi lucenti, ci riesce in pienezza a donare. [Tommaso Romano]
Il libro contiene: 14 tavole a colori e in B/N di Giuseppe Alletto (Palermo, 1990) e 31 poesie di: Franca Alaimo (Palermo), Biagio Accardo (Santa Ninfa – PA), Sebastiano Aglieco (Sortino – SR – vive a Monza), Maria Patrizia Allotta (Palermo), Saragei Antonini (Catania), Anna Maria Bonfiglio (Palermo), Rossella Cerniglia (Palermo), Giampaolo De Pietro (Catania), Giovanni Dino (Palermo), Elio Giunta (Palermo), Emanuele Insinna (Palermo), Maria Antonietta La Barbera (Palermo), Giuseppe La Delfa (Messina), Pietro Longo (Altavilla Milicia – PA), Gianmario Lucini (Sondrio), Francesca Luzzio (Palermo), Ester Monachino (Realmonte – AG), Daniela Musumeci (Palermo), Nicola Romano (Palermo), Tommaso Romano (Palermo), Marco Scalabrino (Trapani), Laura Maria Ugolini (Catania).

Francesco Scaramozzino, L’incantesimo dell’asino e della sinalefe, poemetto con disegni di A. Casiraghy, pp. 24 € 8,00
Francesco Scaramozzino è nato a Melzo (Mi) nel 1962. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia (di recente Spiragli, Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza), e di narrativa (di recente Racconti anfibi, Edizioni Empiria, Roma).
Non è usuale leggere fiabe per adulti, forse perché gli adulti si ritengono troppo intelligenti e scafati per accontentarsi delle fiabe, ma l’autore la pensa diversamente e, a modo suo, vuole dimostrarci che nel nostro disincanto di esseri scafati e navigati in ogni oceano di sofismi linguistici e tecnologici, in fin dei conti siamo ancora dei primitivi, degli ingenui, la scimmia che si pavoneggia e si atteggia, ma sempre scimmia rimane. O, come in questo caso, asino.
Un colpo basso al sentimento allo smisurato “ego” e al (insopportabile) narcisismo che segna la (in)cultura di massa e spadroneggia e monopolizza anche la cultura più resistente agli stereotipi della massificazione?
Di tutto questo un po’, ma anche molto altro, perché il quadernetto ha il pregio di scatenare la fantasia su nessi nascosti o poco proposti nella nostra letteratura e, quando la fantasia si scatena, l’imprevedibile è alla porta. Ognuno poi si gestisce questo imprevedibile dentro di sé, come meglio crede.
Un libretto, dunque, a suo modo “sapienziale” e l’ironia raffinata e puntuale dei disegni a grandezza naturale del bravo Alberto Casiraghy la sottolinea e la enfatizza.

Rosa Maria Corti – Riccardo Allegretti, Scaturigini, pp. 48, € 12,00
C’è quindi una dialettica tra tempo come flusso e tempo come sospensione.
Anche l’intera tastiera dei tempi grammaticali viene attraversata con modulazioni diverse (passato prossimo, imperfetto, passato remoto, trapassato, presente e futuro).
La poesia insegue il più possibile la bellezza di luci, linee, colori, profumi, flora e fauna, l’incanto, insomma, di magiche atmosfere: si fa pittura o fotografia e soprattutto musica, questo regno dell’indefinito e della metamorfosi (ci sono pregevoli callidae iuncturae e suggestive allitterazioni).
La bellezza sfugge dunque e si sottrae alla forma fissa di un codice che la vuole circoscrivere.
Se la bellezza è sempre oltre, è possibile, tuttavia, individuarne e dichiararne le origini o come dice il titolo, le “scaturigini”.
C’è anche l’insistente ricerca di una direzione, di un orientamento, di un senso esistenziale: «La sera orienta nuove emozioni.»; «Ciechi non vedemmo la direzione giusta» (diverse volte infatti torna il verbo “cercare” ). [Luigi Picchi]
Tutto è scritto nel grande libro della natura: sta a noi saper leggere in esso, lasciare sgorgare il desiderio pro-fondo sepolto in ciascuno di noi di ritornare alle sorgenti che sono portatrici di vita, di bellezza e di armonia.
Il silenzio è una condizione importante perché questo avvenga. Tutto ciò che ha provocato emozione ed è stato archiviato dalla memoria, nel silenzio riaffiora, perché, come dice Nico Orengo: “La memoria è come una goccia d’olio buttata nell’acqua. Può scomparire per un istante ma poi torna su, sta lì, gal-leggia come uno sguardo su ciò che è stato”. [l’autrice]
Questi sentimenti trovano un’immediata corrispondenza nelle fotografie (così pulite, gradevoli, estrose e realistiche ma insieme anche rivelatrici di uno sguardo acutissimo di artista) di Riccardo Agretti, che non è un fotografo professionale (ma averne tanti, di fotografi per diletto a questo livello!). Lo scatto di Agretti, tecnicamente ineccepibile, mette in risalto un codice espressivo comune fra la natura e l’arte moderna, ritrovando e illustrando un orizzonte condiviso fra linguaggio della natura e linguaggio dell’arte, dove appunto sembra che la natura si diletti a creare artisticamente e quindi ad usare un linguaggio che è prettamente umano.
Certo la natura non è artista (siamo noi, eventualmente, gli artisti che possiamo trovare questo sguardo particolare sul mondo) ma le migliori creazioni artistiche in qualche modo entrano in questo orizzonte. Picasso vedeva nel sellino di una bicicletta la testa di un’antilope: nessuno l’aveva vista prima di lui, o forse sarà anche accaduto ma nessuno ha mai avuto il coraggio prima di lui, l’atto creativo originario e sorgivo, di “mostrare” la testa d’antilope usando un sellino di bicicletta. Agretti più o meno fa la stessa operazione: vede cose che noi ogni giorno potremmo vedere, quando appena facessimo una passeggiata in un bosco o lungo un fiume.
Certo, noi guardiamo e questo “guardare” pure ci compensa, in qualche modo, con una nota di benessere. Agretti invece con la macchina fotografica e Rosa Maria Corti con la poesia, ci mostrano da dove viene questo benessere, questa lingua della natura che potremmo facilmente imparare, se invece di guardare ci convincessimo finalmente a “vedere”. [G. Lucini]

Ewa Lipska, 20 poesie scelte, tradotte e presentate da Paolo Statuti, pp. 48 € 8,00
Ewa Lipska è una delle più note poete polacche contemporanee (è nata nel 1945), ha pubblicato una ventina di raccolte, è tradotta in 40 lingue ed è stata premiata in una nutrita serie di premi internazionali. La sua poesia si ispira alla quotidianità, ai piccoli e insignificanti atti di tutti i giorni e viene costruita in modo dialogale ma insieme asciutto ed essenziale. Pochi sono gli abbandoni lirici e la realtà tematizzata nei suoi versi viene come sezionata e soppesata in ogni suo aspetto dallo sguardo attento e indagatore della poeta, che svolge così una poetica di intensa interiorità, giocata fra lirismo e disincanto, con soluzioni espressive di grande interesse.
La traduzione è ad opera di Paolo Statuti (che già ha pubblicato in questa collana due altre poete polacche: Urszula Kozioł e Małgorzata Hillar, oltre alle 30 poesie di Boris Pasternak e, prossimamente, 30 poesie di Osip Mandel’stam), che fu allievo del grande slavista Angelo Maria Ripellino).

Aleksandr Sergeevič Puškin, 30 poesie scelte, Traduzione di Paolo Statuti – Nota critica di Antonio Sagredo, pp. 104, € 10,00
Puškin è considerato il padre della letteratura russa. La sua attività è principalmente poetica, ma spazia anche nella narrativa e nella saggistica. E la sua opera, lontana da noi quasi due secoli, mostra sempre aspetti di sorprendente modernità. La presente edizione si avvale della traduzione di Paolo Statuti e della introduzione critica del poeta Antonio Sagredo.
Le ombre o le luci delle antiche fiabe russe e dei canti popolari russi (1), separate o intrecciate tra loro secondo i capricci, le intenzioni, le circostanze e i calcoli, che poi formano le compo-sizioni dei vari generi delle sue opere, sono presenti in quasi tutti gli scritti del poeta russo Aleksàndr Puškin.
Il suo “temperamento ondeggiante tra l’allegria e la malinconia” (2), evi-dente fin dall’infanzia, ma che esplode durante gli anni del Liceo a Càrskoe Selò, divenendo ossessivo nell’età adulta, accentua, e non certo attenua il bisogno interiore di ricorrere alla poesia e alla cul-tura popolare, che i letterati prima di lui ritenevano “indegno e volga-re”. Questo suo personalissimo bisogno (che forse è una sorta di approdo per una sua cercata e voluta tranquillità psichica, che si materializza nell’affetto per la sua njanja Arìna Rodìonovna) si mescola alle letture di “autori classici e scrittori erotici francesi del secolo XVIII”, di cui era ben fornita la biblioteca paterna. Queste letture classiche rafforzeranno in lui la necessità di possedere e di regolare allo stesso tempo, all’interno di diverse forme compositive, un’armonia dominante capace di sovrastare e strutturare le poesie liriche, le fiabe in versi, i poemi, le opere teatrali, i racconti in versi, e in particolare il “romanzo in versi” l’Onégin.
La cultura tradizionale invece, specie più contadina che pastorale, gli insegna la semplicità, la chiarezza delle impressioni e delle immagini, la nitidezza espositiva e i tempi della composizione, per cui i concetti espressi sono comprensibili già ad una prima lettura. La decantata bellezza stilistica unita alla musica, già appare nei primissimi scritti antecedenti la frequentazione del Liceo. [Antonio Sagredo]

Christian Sinicco, Ballate di Lagosta – Mare del Poema, due plaquette pp. 72, € 10,00
Pubblicazione premiata alla terza edizione del Premio Lorenzo Milani. Raccoglie una primissima plaquette dai tratti lirici intensissimi di un libro che Christian Sinicco sta ancora scrivendo (Ballate di Lagosta) e una silloge giovanile scritta con intensa visionarietà tra il 1997 e 1998 (Mare del Poema).
Poesia ad un tempo periferica ed europea, se ne è possibile una, questa delle sue ultime ballate si estende da Trieste alle terre slave, per consolidarsi attorno al topos prediletto del mare. La riempie, la motiva e soprattutto la muove un istinto forte delle sovrapposizioni e delle metamorfosi, grazie a un principio irresistibilmente dinamico, musicale, in non pochi passaggi narrativo, che affonda radici nella propensione per così dire naturale della Mitteleuropa al concerto babelico delle voci e dei suoni, delle lingue e delle storie, tra i microcosmi del suo inesausto destino migratorio. Queste ballate, tra l’altro, benissimo calibrate nell’immaginazione acustica che concerta timbri e toni, ritmi e temi, adibiscono un rapporto diretto (e per una volta affabile, privo di oscurità gratuite) con la pulsione melodica della canzone, i suoi ritornelli e i suoi slanci affettivi, tra eros e nostalgia.
Gli slittamenti del senso e della prosodia, che tengono comunque i testi di Sinicco ben ancorati al dominio della poesia (anche quando l’autore li trasporta con felici escursioni fino agli estremi della prosa e dell’aforisma) non si annettono mai al dominio dell’onirico o dello sperimentale, piuttosto a quello di una fenomenologia umana diramata e sensibile, di grana malinconica e a sfondo gnoseologico, anche se il tono si nega ogni accento sapienziale o inutilmente misticheggiante. [Alberto Bertoni]
Ha molto letto e meditato il poeta che vuole ripartire da dove l’avevano abbandonato i maledetti della modernità, visionari di civiltà putrefatte da secoli d’egoismi pubblici e privati. È anche giovane[1] e non sopporta il peso di un’anima inaridita dalle menzogne delle verità d’Occidente. Ai suoi lettori, viaggiatori ebbri sull’Acheronte della civiltà contemporanea, comunica il dolore per il vuoto di senso che circonda ogni cosa. Ha capito che la ragione, così com’è stata esercitata, ha portato alla vittoria di valori più vicini alla morte che alla vita. Per questo, da poeta, cerca per sé un ruolo attivo, che sappia, come in un lontano passato, modulare parole capaci di aprirsi a visioni di un futuro diverso.
E così, stanco di una rappresentazione del mondo privo di certezze e abbandonato dal sacro, ripercorre a ritroso la storia di civiltà che hanno progressivamente smarrito il conforto di un mito, di un rito, di una fede collettiva. E scopre d’essere proprio lui a possedere, più d’ogni altro, gli strumenti intellettivi ed emotivi capaci di ridefinire i recinti ove si custodisce il sacro. [Cristina Benussi]

Matteo Bonsante, Le talpe sono in volo, (teatro), pp. 80, € 10,00
Matteo Bonsante pubblica questa piéce insolita, riprendendo lo spirito del teatro di Beckett, del teatro dell’assurdo e con qualche situazione che rammenta i drammi di Jonesco. Una piéce importante, corposa, densa di imprevisti e situazioni paradossali e assurde in una metafora canzonatoria del potere.
Un drammaturgo sensibile come Bonsante deve avere sentito in Beckett un richiamo, un rovello non risolto, una “attesa” non compiuta ed a quel dramma straordinario si è ispirato ne Le talpe sono in volo. Perché le ansie di allora sono ancora tutte nostre ed i personaggi di Bonsante, portano quelle turbate eredità nei gior-ni che viviamo, nel nostro tempo. Un tempo che il dramma di Bonsante ci fa avvertire essere ancora di sospensione, di incer-tezza, di attesa. Ed i nostri giorni sono ancora incessanti di ma-linconie, di rimpianti del non fatto, del non compiuto. Come giorni di un dopoguerra che non finisce mai.
Fif e Fof, i personaggi di Bonsante. non sono fermi, vengono da qualche parte e vanno verso qualcosa o qualcuno: un Re, una Regina.
Con il loro cannocchiale scrutano il futuro fuggendo sempre dal presente “Tu non hai gli occhi, non hai gli occhi per le cose presenti” dice uno all’altro. Il loro sorriso è spezzato, l’ironia di-staccata che pure esprimono resta incompiuta.
E’ un testo, in verità, complesso per un teatro che ragiona, rif-lette e che ha impegnato per molto tempo l’Autore. Bonsante, infatti, segue una ispirazione profonda, forte, intensa che era già presente, ad esempio, in un altro suo testo Dietro la porta.
Un teatro che, nella attuale, profonda crisi della moderna dram-maturgia, cerca di riscoprire le radici del confronto scenico
I nomi dei personaggi Fif e Fof , (perché non Fifì e Fofò?), so-no nomi tronchi, spezzati, quasi incompiuti, perché essi sono personaggi incompiuti alla perenne ricerca di se stessi.
Nomi che sembrano evocare lo spazio circolare del Circo dove i clown girano in tondo ed escono per tornare, sempre. Perché senza i clown il Circo non è. [Egidio Pani]

Enrico Barbieri, Il tremore della terra, pp.56, € 8,00
Enrico Barbieri, classe 1976, si è avvicinato alla poesia, gradualmente, attraverso il teatro. Egli infatti un attore professionista.
La poesia di Barbieri non ha però nulla che rammenti il suo “mestiere” di provenienza. Direi che è una vocazione indipendente, un’arte coltivata forse all’inizio per tentativi (e in alcune liriche di questa raccolta lo si potrebbe anche intuire), ma poi con penna sempre più sicura, con episodi che a mio avviso lasciano intravvedere, una rapida maturazione e promettono sorprese per il futuro. La caratteristica principale di questi versi, oltre ad una evidente ed elegante musicalità, sta nella eleganza anche del linguaggio, sobrio ma preciso, senza tentennamenti, ben congegnato negli effetti fonici e nelle sottigliezze di senso. Scrive Pasquale Vitagliano, nella prefazione: “Anche se non dominante, anzi quasi esitante, credo che il nesso che questa scelta svela sia la legittimazione di questa raccolta poetica di esordio. La poesia di Barbieri ha una nuova e autentica voce poetica dentro l’afasia di parole che costituisce la nostra irredimibile condizione di postmoderni. La voce della lettura orale può ridare senso alle parole scritte dentro un libro, uno dei tanti, tra i quali persino rischiamo di perderci come tra i resti di una civiltà naufragata.”

Marco Scalabrino, Na farfalla mi vasau lu nasu, pp. 48, € 8,00
Marco Scalabrino non è nuovo a questi esperimenti linguistici che, a ben vedere, sono considerati “esperimenti” nella nostra cultura, dove ormai è assodata la premiership della lingua nazionale, ma che sarebbero da considerare normale prassi nell’ambito di qualsiasi letteratura. Certo, ha senso ancora, in Sicilia (ma anche in altre realtà regionali italiane) continuare questa prassi, anche se ormai sta divenendo insolita e peregrina e, in alcune realtà, inutile. Se io ad esempio mi mettessi a tradurre i versi di Baudelaire o di Montale in dialetto valtellinese, farei un esercizio di stile di qualche interesse, ma dubito che troverei dei lettori disposti a leggere la mia traduzione, perché in Valtellina ormai non si parla (e soprattutto non si pensa) quasi più in dialetto: rimane certo una lingua viva, ma soltanto parlata e non scritta. In Sicilia le cose stanno ancora diversamente, a giudicare dalla ricca fioritura di opere letterarie in prosa e in poesia nel ‘900 siciliano.
C’è tuttavia molto da imparare, per chi scrive poesia, non tanto leggendo i versi ma ascoltando le soluzioni che il dialetto propone. Marco Scalabrino è uno studioso attento del dialetto, lo conosce nelle sue più sottili sfumature lo usa con una abilità unica. Il dialetto infatti sa dire le cose in un modo più immediato, meno impacciato, più vivo e più concreto rispetto alla lingua italiana e può essere, dunque, una miniera di stimoli per una scrittura letteraria più autentica, meno formale. [n.d.c.]
Sotto la cupola ampia del dialetto, quasi a dire che (il dialetto) non teme cimento, Scalabrino aduna poeti senza limiti geografico-temporali oltre-ché linguistici: autori di due continenti, di disparate regioni dell’Europa e delle Americhe, che si collocano dalla classicità, Orazio e Catullo, e, con uno smisurato balzo, ai nostri giorni, taluni addirittura ancora viventi: Jacques Thiers, Peter Thabit Jones, Iacyr A. Freitas; autori planetariamente noti, Wislawa Szymborska, Charles Bukowski, Edgar Lee Masters, fianco a fianco ad autori scarsamente noti o pressoché scono-sciuti in Italia: Duncan Glen, Robert Garioch, Hugh Mac Diarmid. La traduzione talvolta coincide con un’opera di promozione scaturita da una consapevole e coraggiosa assunzione di responsabilità nell’implicito giudizio positivo. Un paio di loro, benché stranieri, e cioè Nat Scam-macca e Peter Russell, risultano sostanzialmente “adottati” dall’Italia e in special modo dalla Sicilia. “Tutti, nondimeno, autori – precisa il nostro poeta-traduttore – di spessore, di valore, che trovano, tramite questo umile tributo, una ribalta, una piccola finestra per affacciarsi ed entrare a far parte della cultura siciliana.” [ Piero Carbone]

Francesca Medaglia, Asimmetrie ibride nella critica di Antonino Contiliano, pp. 208, € 15,00
Antonino Contiliano è noto soprattutto nel palermitano e nel trapanese (vive infatti a Marsala) per la sua instancabile attività di poeta, di critico letterario, saggista e organizzatore di eventi culturali di livello. Nella sua vita ha sempre fatto l’insegnante e il Dirigente Scolastico, prima nell’Italia del nord e poi a Palermo, Mazara e Marsala, sino alla pensione. Nino è un carattere semplice, diretto e scomodo. La sua poesia è un intreccio di profonda motivazione etica, di militanza politica, di lirismo a volte elegiaco, o a volte di caustico sarcasmo combinato con un gioco abilissimo del linguaggio. Ha fatto parte dell’Antigruppo Siciliano, un movimento culturale e poetico nato nel 1966, in opposizione al famoso “Gruppo 63” e nello stesso tempo alla poesia allora più celebrata e all’ermetismo, con le personalità di Ungaretti e di Montale in posizione apicale. All’antigruppo aderirono personalità poetiche di rilievo, come Nat Scamacca, Rolando Certa, Gianni Diecidue, Franco Di Marco,Carmelo Pirrera, Crescenzio Cane, Ignazio Apolloni, Pietro Terminelli, Emanuele Mandarà, Santo Calì e altri. L’antigruppo prese contatti con diversi gruppi simili in tutto il mondo e, nel tempo, ebbe l’apprezzamento e la partecipazione di Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta (che è considerato il poeta siciliano più rappresentativo di finre sccolo), Melo Freni, Antonio Uccello, Danilo Dolci, Lawrence Ferlinghetti, Giuseppe Zagarrio, Roberto Roversi, Robert Bly.
La produzione poetica e saggistica di Contiliano è sterminata anche se, per gli impegni di lavoro come Preside e la difficoltà oggettiva nel leggere alcuni suoi saggi (molto eruditi e specialistici), non hanno mai permesso alla sua poetica di essere conosciuta e diffusa, anche all’interno della stessa area del trapanese/palermitano, come si è detto. Nondimeno Contiliano è comunque uno degli intellettuali e poeti più apprezzati, ed è sempre molto attivo (d’estate, ad esempio, si mette di sera con alcuni amici sullo scoglio estremo della penisola di Marsala (dove sarebbe sbarcato Garibaldi) e recita poesie per chi passa lungo la strada: si fa sempre una ressa di persone e di turisti che ascoltano i vari poeti intervenuti, commentano, chiedono, discutono… questa è la bella follia di Contiliano, un poeta appassionato della poesia non solo a parole ma nei fatti.
Francesca Medaglia è una giovane ricercatrice che abita a Roma e che ha avuto la pazienza di leggersi i principali (colti e difficili) saggi di Contiliano, per estrarne i capisaldi della sua poetica. Ne nasce un libro interessante, il cui principale valore sta, crediamo, nella elaborazione di un senso diverso di fare poesia, basato sul dialogo, sulla condivisione, sulla scrittura a più mani, sulla contaminazione e l’ibridazione culturale, una poetica insomma che esalta non tanto l’autore che scrive, ma la scrittura come comunicazione, come condivisione, come dialettica, come sperimentazione.
Un lavoro, quello di Francesca, molto documentato, con una gran quantità di interventi di alto livello di nomi molto noti della poesia siciliana e italiana (ad esempio G. Pirrelli, G. Moio, P. Di Giorgi, L. Zinna, V. Figlioli, R, Matera, S. Lanuzza, V. Ambrosecchio, I. Marusso, G. Giacalone, F. Vinci, E. Lucrezi, F. Alaimo, V. Cuccaroni, G. Panella e altri), e tendenti più a fornire un’dea di poesia diversa e a “più mani”, e non soltanto di introdurre il lettore alla poetica di Contiliano.
La copertina è di Giacomo Cuttone, un artista marsalese che ha già collaborato con le nostre edizioni per due titoli (G. Lucini, Canto dei bambini perduti e A. Éderle, Il deserto di Uség) e che da sempre collabora con Contiliano per iniziative culturali sul territorio e, ovviamente, per le copertine dei suoi libri.

Renzo Favaron, Esordi invernali, racconto, pp. 64, € 9,00
Renzo Favaron è un noto e apprezzato poeta (scrive in dialetto veneto e in lingua) che vive a S. Bonifacio, in provincia di Verona. Il “racconto lungo” che abbiamo pubblicato, non è però la prima prova del nostro autore nella narrativa. Si ricorda in particolare La spalla (Robin, 2005), un romanzo breve ma intenso, ambientato nell’ambiente del Jazz di provincia, e Dai molti vuoti, romanzo breve del 2001.
Il plot narrativo è, per certi versi, simile a La spalla. Anche qui, infatti, si parte da elementi autobiografici (che peraltro trovano riscontro anche in alcune poesie del nostro autore) per seguire la via della memoria. Il protagonista infatti si trasforma in una specie di detective che indaga un passato mai indagato, quello relativo alla vita di suo padre, un personaggio se non ambiguo almeno ambivalente: così almeno sembra all’autore sino a quando non giunge in possesso di alcuni documenti e non acquisisce alcune testimonianze dirette di persone che l’avevano conosciuto.
La ricerca, che si protrae per qualche tempo, in un periodo difficile per il protagonista, mano a mano che prosegue nel tempo gli apre orizzonti inediti e lo aiuta a risolvere alcuni problemi psicologici-esistenziali, cambiando il modo di percepire la propria identità.
Renzo Favaron è psicologo, ma non usa in questo racconto le conoscenze che gli derivano dalla sua professione per “spiegare” quanto stia avvenendo. Certo, uno non può spogliarsi di quelli che è e di quello che sa o di una certa “forma mentis” nello spiegarsi quanto stia accadendo, ma l’elemento psicologico è in questo racconto ben dosato con l’elemento narrativo, e quasi non si nota sino alle battute finali, nelle quali si comprende che l’elemento-chiave non è, infatti, la risoluzione di un mistero, (quello relativo alla vita del padre), risoluzione che peraltro non preoccupa il protagonista più di tanto, ma piuttosto la riconquista di una migliore percezione di se stesso e la sensazione di aver acquisito nuovi significati e nuove prospettive per il futuro.
Un racconto sensibile, pieno di umanità pur nell’asciuttezza della narrazione, essenziale e senza inutili giri di parole.
Vedi anche https://www.youtube.com/watch?v=xT1k1-GyxK8

Luois Bourgeois, Osanna / Hosanna, aforismi tradotti da Antonella Zagaroli, testo inglese a fronte, pp. 168 € 15,00
Luois Bourgeois è un intellettuale e poeta americano dal carattere inquieto, a quanto dimostra da questa impressionante serie di aforismi (non li abbiamo contati, ma facendo una media sulle pagine del volume, sono oltre ottocento). La raccolta è stata tradotta in modo egregio da Antonella Zagaroli e incoraggiata da Alfredo De Palchi, perché a suo avviso non esiste nulla del genere in Italia. Gli diamo ragione, perché effettivamente uno scrittore così radicale e così provocatore, non ci sembra di averlo letto, fra i nostri autori.
Le provocazioni di Bourgeois sono a largo campo, a cominciare dalla religione, attraversando la storia, per approdare alla politica e alla poesia contemporanee. Alcune volte ci è sembrato blasfemo, altre volte poco aderente ai fatti storici o comunque al seguito di particolari interpretazioni di fatto o avvenimenti, ma non è questo che conta: conta il fatto che egli dimostra di possedere magistralmente la tecnica della scrittura aforistica e di avere uno sguardo a suo modo acuto e disincantato come pochi.
Vi è peraltro un robusto sottofondo filosofico al quale egli fa riferimento, che in Italia non è molto fiorente, e che si potrebbe identificare in un nihilismo radicale, per il quale non esistono valori, perlomeno nella storia, e casomai i valori di riferimento stanno fuori dalla storia, in un luogo che la civiltà forse ha conosciuto in altri tempi, così come sostengono gli gnostici.
É evidente che il nostro autore a volte giochi con questo sostrato della morale comune, mentre a volte sia molto serio nelle sue affermazioni. Egli mischia con sapienza finzione e realtà, ironia e serietà, in modo da provocare il lettore e porre le questioni di petto, in modo disorientante, per provocare la sua riflessione e senza permettergli di leggere e “passare oltre” come se la lettura fosse soltanto un relax e non un modo per svegliare la mente.
Un autore dunque problematico, che di primo acchìto avremmo voluto buttare dalla finestra ma, inoltrandoci nella lettura, ci ha fatto capire che la scrittura deve essere, a volte, anche inquietante e provocatoria fino in fondo, anche a rischio di far indispettire il lettore. Altrimenti tutte le nostre affermazioni sulla “verità” che deve essere espressa in un’opera d’arte, sono aria fritta.
In ogni caso, per ovviare alla difficoltà di interpretazione che quest’opera pone, abbiamo preparato una nota critica essenziale, spiegando le ragioni di partenza e il background culturale del quale bisogna tener conto, per evitare di fraintendere il senso di alcune provocazioni.

Maria Lenti, In vino veritas, pp. 48, € 8,00
Maria Lenti è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) deputata per R.C. Studiosa di letteratura ed arte. Saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani. In Effetto giorno (2012) sono raccolti quelli di tenore culturale e politico. Ha pubblicato poesie: Un altro tempo, 1972; Albero e foglia, 1982; Sinopia per appunti, 1997; Versi alfabetici, 2004; Il gatto nell’armadio, 2005; Cambio di luci, 2009; racconti: Passi variati, 2003; Due ritmi una voce, 2006; Giardini d’aria, 2011; lo studio Amore del Cinema e della Resistenza, 2009, l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutameto, 2011. Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978).
Vitaliano Angelini ha studiato e vive in Urbino; ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte nelle Scuole Superiori. Si occupa di arti figurative, letteratura, filosofia. Ha realizzato molte esposizioni delle proprie opere, ha pubblicato diverse raccolte di poesie e firmato numerose note critiche oltre a brevi saggi sull’arte. Ha collaborato con periodici culturali e quotidiani e diretto varie riviste di cultura contemporanea. È Direttore del periodico di cultura “Urbino-Arte”; dal 1998 è Presidente dell’Associazione “Urbino-Arte- arte cultura e conoscenza”. Nel 2008 è presidente dell’Associazione Incisori Urbinati.
L’opera che insieme hanno pubblicato non è una raccolta di poesie ma un saggio dotto e insieme leggero (data anche la materia) sul rapporto della poesia latina con la cultura della vite, nei suoi aspetti anche ambientali, di “galateo”, le varie usanze e costumi collegati. Il saggio riporta anche un’ampia serie di citazioni in lingua di poeti latini, dai più famosi ai meno noti, abilmente collegati con la materia saggistica.
Vitaliano Angelini ha poi abbinato 14 tavole illustrative don grafiche molto raffinate, in tema con l’eleganza e la leggerezza con le quali è stato svolto l’argomento.

Nadia Chiaverini, I segreti dell’universo, pp. 64, € 9,00
Nadia Chiaverini desidera ardentemente “abitare le parole come una casa”, mettersi al riparo dal tempo che scorre e “dilava”.
Per restituire alla parole la luce che hanno perso, Chiaverini si mette in ascolto del silenzio profondo che si è insinuato dentro alle cose.
In questa raccolta il silenzio ha una voce femminile e “comincerà a parlare \ come una madre”.
Parlano, i segreti, nei luoghi più deserti della mente: sono voci nelle “pietre dei torrenti”, nelle “sabbie del deserto”. Anche quando il tempo è sospeso, “disperso nell’inazione” la poesia sa attendere che qualcosa si muova e parli. Sostiene, questa paziente attesa, la fiducia che ci sia “sempre un vento che scompiglia i segreti” (p. 18).
Le parole tentano, in questa raccolta, di ritrovare la luce smarrita (“nessuna luce nelle parole”). Non si fanno più “brandire le parole/come un’ascia” (p. 14), sono oramai “parole senza senso” (17), da raccattare nel tentativo di “scavare il filo del discorso”. La poesia è una Cassandra fragile “come un fiore di vetro”; ha il dono terribile della profezia ma non viene ascoltata. [Giovanna Iorio]

Serenella Gatti Linares, Sognando un mondo senza età, pp. 120, € 12,00
Da esperienze uniche e irripetibili, come la lotta per il divorzio, per il diritto d’aborto, per l’autodeterminazione e il rifiuto degli stereotipi di genere, per la libertà in campo sessuale, affettivo, professionale, le donne come Serenella Gatti Linares hanno riportato un sapere profondo e personalissimo, che riversano nel loro strumento comunicativo d’elezione che è, per Serenella, e per molte di noi, la poesia. E se, come si diceva allora, il personale è politico, sono proprio l’esperienza quotidiana, le trasformazioni del corpo, le nuove acquisizioni della mente, la forza delle relazioni quello che lei trasferisce ora in poesia, dopo i racconti in parte ancora inediti e la prova narrativa Era ed è ancora.
Una poesia che disegna l’esperienza di una new aged serendipity, di una maturità rivisitata, priva di marchi e di etichettature, a contatto col passato ma anche col presente, con perdite dolorose e scoperte entusiasmanti, in un territorio urbano che si offre, a chi sa apprezzarne le grandissime opportunità, come un mare non ancora percorso, un infinito di sempre nuove esperienze. Perché se è vero che il “vaso di porcellana” della propria splendente bellezza appare forse lievemente incrinato, se è vero che alcune crepe percorrono le pianure vastissime degli incontri e degli allontanamenti, è pur vero che la vitalissima forza delle nuove femmes fortes del XXI° secolo attraversa gli oceani metropolitani raccogliendone le sfide e meticciandone le rotte, in vista di sempre nuove e non banali mete culturali.
Le origini, i legami familiari, gli affetti, la sorellanza di sangue e fra donne riempiono queste pagine dove la natura, ma anche gli interni e la città pullulano di vite, rimarcando i grandi temi civili del secolo scorso (la Resistenza, la nascita del Femminismo, la Shoah) e quelli dei nostri anni come la lotta alla violenza sulle donne, le discriminazioni razziali, le nuove povertà, i respingimenti degli immigrati. [Loredana Magazzeni]

Urszula Kozioł, 20 poesie scelte, testo polacco a fronte, pp. 40, € 8,00
La sua poesia abbina abilmente la riflessione filosofica alla sensualità, rivela i condizionamenti biologici e storici dell’esistenza. Stanisław Barańczak, poeta, critico letterario, prestigioso interprete di Shakespeare e uno dei più importanti creatori della Nouvelle Vague polacca, ha scritto sulla poesia di Urszula Kozioł: „Il mondo dell’uomo e il mondo della natura sono presenti nella poesia di Urszula Kozioł come mondi pericolosamente isolati e ostili: se qualcosa li unisce, è il rapporto di reciproca intransigente lotta, a causa della quale l’uomo coesiste con la natura in uno stato di equilibrio instabile, che in qualsiasi momento può far pendere il piatto della bilancia verso la rovina umana”.
Il titolo stesso dell’ultima raccolta uscita nel 2010 – “Horrendum” – è un’eloquente immagine del mondo inteso come minaccia. Si potrebbe dire che questo titolo, dato a una raccolta nella quale l’ammirazione per la natura si unisce alla esplicita questione del trascorrere della vita, costituisca una definizione poetica del mondo intero.
Nelle sue poesie Urszula Kozioł prende la parola su questioni importanti, anche pubbliche. La protagonista della sua lirica è curiosa del mondo, ama i viaggi. Negli anni ’90 si aprirono le frontiere della Polonia. I progetti della poetessa-viaggiatrice poterono essere attuati in misura maggiore. Nel 1974, nel suo articolo “Il viaggio”, scriveva: “Il viaggio ci permette di realizzare quel sogno che forse ci portiamo dietro dall’infanzia, di essere qualcuno diverso da quello che si è di solito, di essere se stessi diversamente”. [Paolo Statuti]

Giovanna Iorio, La/crime/ndays, testo inglese a fronte, pp. 48, € 8,00
Per alcuni la scrittura è un vestito – da scegliere, portare, cambiare. Qualcosa che dipende da una serie di situazioni psico-ambientali che determinano di volta in volta il modus scribendi; che mettono la penna di fronte allo specchio. Per Giovanna Iorio, invece, la scrittura è la pelle: non la seconda, come da frase idiomatica, ma la prima. Giovanna, infatti, scrive per essere – le parole sono indispensabili boccate d’ossigeno, per la mente come per il corpo. Non sorprende quindi che tutto ciò che scrive sia vivo, tridimensionale e conduttore di un voltaggio umano e artistico che attinge all’inevitabile e all’indispensabile. In ogni scritto, in versi come in prosa, Giovanna ci lascia qualcosa di sé e lo fa senza risparmiarsi. Anzi, anche quando le parole sono ‘contate’ – come in questi distici: momenti di keening e di canto, veloci e leggeri, eppure pregni di significato, di emozioni, di conseguenze – si mette in gioco fino in fondo. Allora chi la legge, e chi la traduce, deve tenere a mente che tra un battito di ciglia e di cuore Giovanna dà forma a un dono che non deve essere assolutamente perso e sperperato. [Marco Sonzogni]

Daniela Musumeci, Chiarìa d’acqua, pp. 56, € 8,00
Questa dunque è la poetica di Daniela Musumeci, che affronta il tema heideggeriano della cura dell’essere, ma toccando le corde dell’empatia e della sensibilità del lettore, per convin-cerlo coi sentimenti, non con i ragionamenti o i grandi discorsi. La poeta dunque si mette “al posto di” qualcuno o di qualcosa, diventa profuga, diventa povera, diventa albero.
Questa traccia subisce poi una sorta di sublimazione nel rapporto con il Trascendente, visto innanzittutto come Persona (senza per questo osare nessuna forma di antropomorfiz-zazione) e poi come estremo punto di riferimento, quando ogni altro crolla e la solitudine intellettuale e il senso di inibizione al comunicare si fanno acuti. Il Dio qui interloquito non è il Dio della religione cristiana o lo è, anche, ma in subordine. È il Dio del mondo intero e di tutti i suoi abitatori, l’Essere che non può essere compreso o descritto, la Persona che si fa garante di un equilibrio naturale e della vita stessa e che giustifica quel Chiarìa d’acqua del titolo, ossia l’aprirsi nel nubilo più nero, di spazi di cielo e di luce che lasciano sperare il sereno. Le preghiere dell’ultima sezione si fanno dunque colloquio, confessione, confidenza, rapporto personale nel semplice spirito francescano (e Francesco non a caso è ripreso in una poesia) all’insegna della creaturalità, senza nessuna inflessione teologica o teofanica.
Un viaggio, dunque, un viaggio alla periferia dell’umano, nella zona di confine dove l’umanesimo sembra cedere all’insigni-ficanza, travolto da una costruzione sociale e morale basata sullo status, sui poteri, sulla mancanza di cura e decentramento dal proprio egotismo, distruttiva autodistruttiva, dove l’essere perde la sua identità e la sua essenza, riducendosi a cosa o subumanità. Un viaggio che però porta a tentare una speranza, un estremo richiamo a una forza morale che resiste e che è percepita come alleata.
La poeta si avvale, per descrivere questo suo viaggio, di un linguaggio alla portata di tutti, dove la lingua non cerca dentro se stessa ma è cercata e attinta da questo orizzonte malato, perché vuole essere una lingua che sta dentro i fatti concreti, che vuole rendersi tramite, prediligendo quindi l’intenzione comunicativa all’intenzione estetica. Viene certo sorvegliata con la dovuta attenzione e con il necessario rispetto, ma non cede a vezzi, non è mai “per se stessa” ma piuttosto si fa strumento docile e preciso, per dire quello che non può essere detto dalla razionalità o dalla logica, ma dai sentimenti, dal vissuto interiore affettivo ed emotivo. La lingua ha, in altre parole, una funzione antiretorica, in evidente antitesi al gioco di parola, ma con la ruvidità e l’immediatezza della dichiara-zione, dell’accusa. O, a volte, della perorazione, del lamento, della malinconia elegiaca. Non ha tempo e non ha voglia, questa lingua, di giocare a nascondino coi significati, ma ama la chiarezza e ha l’autorità della presenza. [G. Lucini]

Silvia Secco, L’equilibrio della foglia in caduta, pp. 80, € 10,00
Questa raccolta ci restituisce finalmente l’immagine nitida e compiuta dell’ampio orizzonte poetico dell’autrice e ne testimonia la piena maturità espressiva che spazia dalla poesia d’amore alla poesia civile, dalla riflessione esistenziale ai temi dell’amicizia, della memoria, della scrittura, in un variegato ma compatto panorama tematico. Le tre sezioni in cui è divisa l’opera, quasi tre “tempi”, sono infatti attraversate da immagini di forte valenza simbolica – già indicate nei titoli di alcune liriche – che costituiscono una sorta di fil rouge intorno al quale si richiamano e si condensano i motivi prima ricordati. La foglia, innanzitutto, che dalla metafora del titolo si espande e si dirama nell’intera silloge, come pure la farfalla, il cui ciclo vitale appare avvolto in un angoscioso mistero, fonte di perplessità e di domande.
Colpisce la capacità di Silvia Secco di creare una poesia decisa-mente allusiva e metaforica e, allo stesso tempo, concretissima, precisa, ancorata alla terra ed agli eventi dell’esistenza, dove il dato biografico è appena percepibile ed il discorso poetico si fa universale, toccante e commovente nella sua nuda verità, nella sua profonda e disarmata umanità. La poetessa indaga nel “solco”, nella “piega”, nella “ruga”, nel “margine”, nelle linee di confine della natura e del corpo come luoghi segreti dove ricercare il senso delle cose, della vicenda umana, dell’amore, in uno scavo incessante che solo da quei luoghi nascosti, da quei cunicoli può riportare frutti sapidi e rispondere forse alla domanda di tutti, di sempre: ”Credi esista in un qualche dove/questo temuto o sperato destino?”
Si trovano in questo libro alcune delle più emozionanti, intense poesie d’amore e sull’amore che chi scrive abbia mai letto (e non credo di esagerare). Una decina di liriche – splendida, in particolare, Il solco – che disegnano un vero e proprio modus amandi che ha, a mio modo di vedere, la robustezza e l’incisività di una lezione. Un amore che non è mai soffocante possesso né tranquillizzante certezza, consapevole dell’impossibilità di una conoscenza totale, di una sintonia assoluta con la persona amata, un sentimento che sa abitare anche le distanze e gli attriti: “St’arte de amarse cussì/dì par dì, posso e stima, piombo e oro,/dolseamaro laoro,…”. Un lavoro, appunto, da fare e rinnovare ogni giorno, un’onda da accogliere comunque, anche quando lo straripamento potrebbe farsi irreparabile e che, invece, sa divenire pienezza e nutrimento: “Ho attitudine alla tua pena//antica che di tanto in tanto esonda//oltre gli argini del solco, su un palmo//di mano e lo colma/allaga/feconda//e piano ne matura il frutto.” Ed il frutto è quel calore, quel senso che, altrimenti, dolorosamente manca, è la casa non più gelida e vuota, ma riparo, luogo del ritorno: “’N dove ti si, xe casa:/ altro che lì. Ca vao e vegno, ca torno/sfinia: paveja confusa al sciantiso/dosso al to viso…”, dove poter attendere insieme “…el farse dea luna/nova e ‘na scianta de fortuna, forse…/’Na sciantinea sola. Doman o pidoman.” [Francesco Sassetto]

Ezio Partesana, Im tempo, pp. 72, € 9,00
Questa è una costante della poesia di Partesana: tutto si raggela in profili risentiti, quasi istantanei; meno apparenze sono in ballo, tanto più esatta sarà la pointe del moralista. Le sue, in questo senso, non sono quasi più allegorie ma epigrammi gelidamente furibondi. Freddamente chirurgici.
Im Tempo è il titolo della raccolta, in tedesco: nel tempo, musicalmente inteso – di qualcosa, vorremmo aggiungere. Tale è l’interpretazione più ovvia. Nel tempo di che cosa? In quale tempo? L’espressione è lasciata in sospeso. Come se il ritmo del futuro fosse ancora da stabilirsi, cioè da cercarsi. Danza o marcia funebre? Ma è certo che sarà il lettore a doverlo decidere. [Paolo Giovannetti]
[…] Se proviamo ad analizzare i racconti di Partesana dal punto di vista tradizionale, dobbiamo infatti concludere che non sono racconti, perché non vi si sviluppa una trama, non accade nulla che possa essere imparentato a un racconto tradizionale. La narrazione infatti, qui, si sofferma sui significati, muove da una metafora, allude a qualcos’altro, come fa la poesia. Vi sono delle situazioni, dei personaggi che incarnano un modo di essere, più che di agire, qualcosa che è riconducibile più alla riflessione che alla fruizione. In un racconto infatti c’è sempre un divenire, qualcosa che da A diventa B in conseguenza a un certo agire dei personaggi. Nei racconti di Partesana invece, ci viene mostrato uno scorcio di realtà che è data per quello che è, che si muove ma sta immobile o meglio, nella quale ogni movimento è come accaduto da sempre; è come un processo insito nell’essere stesso ma, nello stesso tempo, è qualcosa che non sta nel racconto ma sta nell’autore, così come la poesia non sta nelle parole ma nel poeta o, più in generale, nell’uomo (in ogni uomo). Partesana, dunque, trae da una certa situazione la sua poesia e la racconta, raccontando se stesso e le sue reazioni tradite dal linguaggio che egli usa in modo particolare, per evocare e non per informare, a partire da dentro la situazione e non stando di fronte alla situazione.

Manuel Cohen, L’orlo, pp. 80, € 10,00
Leggere, ascoltare (con l’orecchio interiore o, come nel mio caso, riandando con la memoria alle occasioni in cui ho ascoltato dalla voce stessa dell’autore alcuni dei testi qui raccolti quando ancora erano inediti) le poesie de L’orlo di Manuel Cohen, significa trovare, ritrovare le note più autentiche della poesia di Cohen: il ritmo rigoroso a scandire l’intreccio di memoria e constatazione, la lucidissima e inequivocabile esortazione a non sbarrare loro (alla memoria e alla constatazione) la strada, il procedere sapiente di figure, rime e metri, l’attenzione e la tensione sempre alte ed evidenti nella «tramatura di fili tesi» tra assonanze, allitterazioni, enjambement e neologismi taglienti e tagliati per calzare impeccabilmente. Non viene mai meno, nelle quattro sezioni che compongono la raccolta, la tensione che anima il gesto poetico, che orchestra la partitura dal ritmo preciso, che progetta e nutre la struttura di ciascun testo. Mi piace definirla — con un complemento di specificazione che intende abbracciare e comprendere diversi aggettivi: morale, etico, civile, letterario, artistico, umano e umanistico — tensione dello spirito, lucidissimo nella visione di più ambiti temporali, nei quali si muove con conoscenza profonda e altrettanto profonda sete di conoscenza. Tensione dello spirito, vigilanza dello sguardo, sapienza nel riunire contenuto e forma: si potrebbe obiettare che tutto questo fa parte del bagaglio indispensabile di chi si accinge al viaggio nella poesia. Il tratto che Manuel Cohen aggiunge al bagaglio, che porta sempre con sé senza stivarlo in angoli di difficile reperibilità, è una pietas che non si limita alla riverenza, al semplice, benché doveroso, tributo nei confronti di chi precede, ma salda in modo senz’altro efficace un mai cieco amore con l’impegno a raccogliere il testimone, a non dimenticare, a sottrarre all’oblio, con tanto ammirevoli quanto convincenti intenzionalità programmatica e resa poetica, persone, eventi, scrittori, amorevoli o severi maestri, come dimostrano anche gli esergo a ciascuna sezione. Dopo il mio primo incontro con la poesia di Cohen in Winterreise, del 2012, questa ulteriore tappa giunge a confermare apprezzamento e, nel mio caso, predilezione per il suo modo di concepire e praticare la scrittura poetica. [Anna Maria Curci]

Angela Bonanno, Pani schittu, pp. 96, € 10,00
Il pane come emblema e come tema, variamente declinato, costituisce una delle parole chiave della raccolta e, va da sé, una delle coordinate fondamentali del libro, nella duplice valenza, materica e simbolica. È motivo di origine e marca da subito in sottotraccia una differenza di genere: «me matri è n pezzu di pani schittu / di me patri non sacciu nenti», «mia madre è un pezzo di pane solo / di mio padre non so nulla»; è emblema della povertà materiale e morale in Tempo di fame: «senza fami», «senza fame», o della ‘fame nel mondo’: «n pezzu di pani siccu nt’o casciolu», «un pezzo di pane secco nel cassetto»; altrove, è elemento che rinvia a credenze pagane e a formule di religiosità figurali e popolari, come in Centomila scongiuri e preghiere: «ma u miraculu non veni e / u pani arresta sulu», «ma il miracolo non viene e / il pane resta solo»; o che richiama aspetti di etnografia religiosa, di attinenza rurale e umile: «u santu n testa / chiddu d’e poviri / d’o sulu pani», «il santo in testa / quello dei poveri / del solo pane»; viepiù si costituisce quale correlativo oggettivo di una condizione di solitudine, o di silenzio in Sunu fatti di carni i to paroli, Sono fatte di carne le tue parole: «ma u pani è silenziu», «ma il pane è silenzio»; o di disagio: «u pani adduppa», «il pane resta in gola»; e ancora, investe il mondo delle relazioni, rivelandosi quale più concreta, e congrua (per rapidità di sintesi, per esattezza icastica di rappresentazione) a riferire della problematicità interpersonale, fatta di mancanze e perdite, di vuoti e insufficienze, di incomprensioni e preterizioni: «ca di ognunu na mud-dica / m’arresta dintra / non sugnu spirituali», «che di ognuno una mollica / mi resta dentro / non sono spirituale»; a rimarcare la distanza, la fine di un amore: «u friddu / d’e to manu / schitti comu u pani», «il freddo delle tue mani / sole come il pane»; oppure: «è sempri n fattu di fami / l’amuri è quannu non c’è», «è sempre un fatto di fame / l’amore è quando non c’è»; o un elemento naturalistico a forte allusività analogica non privo d’ironia: «u pani schittu abbasta / ma i maccarruni / allinchiunu a panza», «il pane solo basta / ma i maccheroni / riempiono la pancia»; è oggetto di rivalsa, contro cui si scaglia un istinto libertario: «vasamu u pani d’aieri e / ittamulu ê cani», «baciamo il pane di ieri e / buttiamolo ai cani». Interrelati al pane come alimento e come emblema, sono il senso di fame (una necessità fisiologica che sposa presto un più connaturato bisogno di affettività) e la percezione del freddo, al contempo, fisico ed emotivo, interiore e meteorologico. Inutile quasi rimarcare quanto sia urgente la forte valenza di una Stimmung attualissima, come in questo testo: «perdu sempri na cosa / a sira i tappini / a forza a matina / iù perdu / tu perdi / persimu tutti / è u verbu d’a catina», «perdo sempre una cosa / la sera le ciabatte / la forza al mattino / io perdo / tu perdi / abbiamo perso tutti / è il verbo della catena». [Manuel Cohen]

Andrea Lanfranchi, Cantiere in luce, pp. 64, € 9,00
Fermo è la città in cui vive e lavora il poeta marchigiano Andrea Lanfranchi: la stessa città che diede i natali al grande Luigi Di Ruscio.
E il rimando a Di Ruscio viene naturale leggendo Cantiere in luce, la raccolta con cui nel 2013 Lanfranchi risultò tra i vincitori del Premio Fortini e che venne pubblicata nel 2014 da CFR Editore, la casa editrice che fu fondata e diretta da Gianmario Lucini.
Scrive Manuel Cohen nella sua prefazione al libro, intitolata Pazienza dei giorni, scienza della luce. L’umanità in cantiere di Andrea Lanfranchi: “Cantiere in luce, meritoriamente risultato tra i vincitori del Premio Fortini 2013, non è una raccolta di testi variegati, bensì un libro vero e proprio, coeso e organico, che certifica la maturità e la quiddità di stile dell’autore. Un agile accenno è d’obbligo alla strutturazione del libro, che si articola in cinque scansioni o stanze a catena o in contiguità di successione: Cantiere in luce (altre stagioni), Cantiere in luce (inverno), Passi tra le stanze, Eugenio e Povertà e ragione. Le sezioni presentano sequenze variabili o disomogenee di testi: la prima sette; la seconda sei; la terza undici; la quarta cinque; infine la quinta altre cinque. Sezioni marcate dalla salda coerenza interna fissata da alcune coordinate o invarianti: tali da intendersi, ad esempio, i motivi o immagini ritornanti, di veri e propri leitmotiv, della luce, del vento, delle scale e del tempo, quest’ultimo nella plurima accezione di tempo atmosferico (pioggia, vento, aria), di tempo legato al ciclo naturale (a cui rinviano le stagioni variamente nominate), di tempo lavorativo e sociale (un riferire di stadi, di ore, di ritmi del cantiere), infine di tempo interiore (larvatamente alluso e riverberato dal contesto atmosferico-lavorativo, esistenziale e fisico, o meglio, fisiologico).”

Ivan Fedeli, Divagazioni orobiche, pp. 40, € 8,00
Con signorile umorismo anglosassone egli infatti si sofferma sulla truppa dei vacanzieri, ne studia i corpi, i gesti, le parole e ne ricava una specie di bestiario, non perché descrive delle bestie ma di piuttosto un campionario di bêtise e d’ignoranza, la ganassa dei fanfaroni di chi non ha nessun centro, nessun discorso sensato da fare e si perde nei meandri dell’insignificanza, magari tronfio e orgoglioso per una vita passata nel segno del produrre e di quello che erroneamente si chiama “benessere” ma in realtà è una forma di raffinata schiavitù che ammazza giorno per giorno. La natura allora, invece di essere una dimensione dove lo spirito si ricarica, diventa la dimensione della fanfaronaggine, dove il parvenue si trova perché tutti ci si trovano e nella quale egli si muove con una certa goffaggine, una certa qual aria di orso ballerino, perché di fatto con la natura ha tagliato i ponti e si sente estraneo, quasi imbarazzato fronte alla sua bellezza, alla sua tenerezza, alla sua perfezione. Ed è così che, nevroticamente, anche nel mezzo di una vacanza la mente torna alle abitudini, crea il disagio, non permette al corpo di godere del sospirato riposo timorosa, quasi, di un possibile cambiamento interiore (qui rimpiangevano la Martesana / le sue zanzare senza preferenza / e il piattume della pianura bassa / con l’aperitivo preso a Cernusco). Ma è pur parte di questa cultura scissa dell’appiattimento e dell’abitudine, pensare “che restare un po’ in montagna fa bene”.
Fedeli si prende gioco con cattiveria anche dei loro rimorsi (di non sentire quella / voce dello stomaco che dice è /una vergogna tutto questo ben / di Dio mentre altrove a mazzi di cento / solcano i mari in tempesta a dicembre / e piove tanto di brutto che sembra / cattivo contarli prima dell’onda), perché anche i rimorsi seguono, in qualche modo, un cliché, un “sentito dire” (dalla televisione, dal perbenismo degli “approfondimenti”).
Non è dunque il Fedeli ustionante di Virus, che ha la levatura dell’indignazione intellettuale e l’asciuttezza della collera intellettuale. Qui il nostro autore si diverte, gioca come il gatto col topo, sberleffa e prende in giro mezza politica dal basso, dal comportamento dei suoi elettori paciosi fino all’ebetismo. E lo fa con l’uso di una scrittura brillante, elegante, in punta di fioretto, contrapponendovi il ricordo del padre operaio – lui che in ferie, al mare o in montagna, non ci poteva andare perché non ne aveva la possibilità (Chissà perché in ogni momento triste / pensi a tuo padre al suo slancio vitale / per la montagna lui che i monti li ha /sempre visti in cartolina). Ed è certamente, questa, a suo modo una presa di posizione chiara, civile, di chi oltre al lazzo e alla presa in giro non dimentica il sapore, poi, e le responsabilità della dura realtà imposta da questa prevedibilissima crisi economica che stiamo vivendo.[G. Lucini]

Patrizia Santi, Coordinate dalla Plaza, pp. 56, € 8,00
1939. Carcere femminile di Ventas a Madrid. Tredici ragazze giovani dai 18 ai 29 anni, “Las trece rosas” come le definisce una poesia, sono in attesa di essere fucilate. L’accusa: aver tentato l’assassinio di un generale franchista. Così le 13 disgraziate lasciarono questa valle di orrori il 5 agosto del 1939, dopo aver subito ogni sorta di tortura (i nomi sono: Avelina, Joaquina, Pilar, Blanca, Ana, Julia, Virtudes, Elena, Victoria, Dionisia, Luisa, Carmen, Martina; in realtà furono 14, perché una di loro, Antonia Torres, era già stata fucilata nel febbraio precedente).
1973. Carcere di Devoto a Buenos Aires (tristemente noto per il brutale massacro dei rivoltosi fuggiti dal carcere di Trelew, in Patagonia ma subito quasi tutti catturati e tradotti a Devoto). Anche qui una tappa dell’orrore, durante la dittatura di Videla, dove si ripeteva il copione più nero delle torture, con la novità dei famigerati “voli della morte” (Dalla cella, i motori degli Hercules creano ombre di morte). Anche qui donne, ormai solo numeri, vite già spente, nomi già dimenticati, nomi di vento (Prendi me, nata Carmen, poi N.N.).
1976. Lo scenario è la violentissima repressione seguita al Golpe del settembre 1973 in Cile, ad opera del generale Pinochet. Anche qui torture, morte, donne, ginecidio. Il mondo “civile” tutto sapeva, nella solita, profonda, ignava indifferenza, condita di effimero e di edonismo (Il volume del televisore porta al mio orecchio: il grido, il goal!).
Chiude la piccola rassegna degli orrori, la vicenda delle Maquiladoras, ossia delle aziende che hanno in appalto il lavoro di assemblaggio decentrato dalle grandi aziende del “primo mondo”, in Paesi in via di sviluppo come il Messico. In queste aziende non esistono diritti sindacali, ogni abuso è impunito. A tutti è nota la vicenda delle operaie che spariscono improvvisamente, vengono torturate e violentate e poi ritrovate sepolte in luoghi desertici. Le autorità sanno e tacciono; l’unica loro preoccupazione è di mettere tutto a tacere, il più possibile, e minimizzare o negare, contro ogni evidenza, i crimini e il ginecidio. Ciudad Juárez, nello Stato messicano del Chihahua, è la città più nota per questi fatti.

Luisella Pisottu, Il giorno fiorisce sull’acqua, pp. 56, € 8,00
Questa raccolta, più delle precedenti, appare molto articolata in frammenti, che sembrano come strappati o conquistati a un flusso che trascina in altre direzioni e in altri pensieri. In altre parole, è come se l’autrice si fermasse a “registrare” l’astrolabio del suo esserci e fare “il punto” della sua posizione nel mondo. Questa poesia è, dunque, non per chi va, ma per chi si ferma o meglio, per chi vuole sostare. Così come vale di più una sonora risata per una zeppa che si scolla dal sandalo, piuttosto di tanti discorsi seriosi, specie se c’è luce, mare, la bellezza della vita che dispiega la sua allegria. Il giorno fiorisce su quest’acqua che va, e però non deve “andare” ma piuttosto “lasciarsi andare”. Io credo che questo sia, se vi è, il sostrato filosofico, l’idea di fondo che tiene insieme in un unico orizzonte le quattro sezioni di questa raccolta, che sono momenti fermati nel flusso di quattro anni di vita “ordinaria” come la vita di ognuno di noi, ma insieme “straordinaria”, quando si riflette su questa ordinarietà e la si ristruttura in positivo, con la naturale fiducia che l’essere umano ha nell’avvenire, anche nei momenti difficili.[…]
Vorrei soltanto far notare, in questa raccolta, l’adesione alla concretezza del reale, rispetto alle precedenti, più orientate alla riflessione, forse più astratte. Qui invece la dimensione più indagata è il quotidiano, quasi una cronaca, un diario della vita che scorre, momenti che vengono poi strutturati in quattro distinte sezioni, ma che in realtà sono un unico flusso di vita vissuta, dove tutto si rimescola aggirandosi intorno alla domanda di fondo, che a mio avviso consiste nella ricerca di un senso del proprio essere nel mondo, come emerge ancor più esplicitamente nella terza e quarta sezione della raccolta. E, paradossalmente, il senso viene trovato proprio nel confronto con la realtà concreta, quando il pensato s’incarna nell’agire con le persone, con le cose e il paesaggio fino ad esclamare “Ora che sei capisco / per chi il cammino, / cercando senza tregua / una me diversa”. Il “Sé” infatti non è mai una scoperta definitiva che si raggiunge con la maturità, ma una scoperta che non si raggiunge mai perché è appunto il senso che cerchiamo, sempre più profondo e mai definitivo, l’insondabile “legame tra il mondo che passa /e il segno che resta” fino a trovare il mistero e l’indicibile che tutto chiarisce e che appaga ogni ansia.

Nunzia Binetti, Di rovescio, pp. 80, € 10,00
“Ma io prendo mia madre e me la porto/ dentro,/ così divento madre di mia madre/ e vinco il tempo che me la condanna a morte,/ lo plasmo come meglio penso e posso.”
La forza di Nunzia Binetti sta proprio in questi pochi versi, incipit di una bellissima poesia. Non so come dirlo, ma sembra che la fisicità della parola, la sua capacità di sostenersi nel campo di uno scritto come pietra o arco o colonna, si debba a questa forza insita nella capacità di orchestrazione o architettura che la poetessa possiede come un dono materiale. Certo, molte altre qualità si assommano nella la sua esperienza verbale, la dolcezza ad esempio, l’abilità di assemblare più immagini ugualmente perentorie nello stesso componimento, anche se breve ed essenziale. L’artista, questa propensione al disegno di precise linee di struttura, di materialità venata d’anima, la coglie nella sua perfezione, nella sua esatta funzione. Nunzia è veramente maestra di questo stile, lo sente impellente, ma non grave, non pesante, le viene da dentro e come appare lo trascrive nella sua lingua diretta, sincera e perentoria. [Arnaldo Éderle]
Il canto muliebre di Nunzia Binetti è infatti qualcosa che ha aspetti originali. Non è il canto della madre, dell’amante, della femminista, di una qualche particolarità del femminile. Certo, è percepibile una ribellione spontanea a una cultura del maschile, che la fa sentire e in qualche modo la colloca di rovescio rispetto al contesto socio-culturale. Ma è anche una voce che cerca di essere integrale: madre e amante, figlia e madre, donna dei doveri ma che rivendica anche i suoi diritti perché dà senza riserve e con alto senso morale, donna delle cose concrete e, se vogliamo, poco “poetiche” della vita di ogni giorno, ma anche donna di intelligenza, di profonda cultura e sensibilità, che la inducono alla insofferenza per tutto quanto le aspettative di ruolo le impongono, sino all’aggressività esplicita, quando amare diventa ferire, perché supportare oltre significherebbe la perdita della dignità e la riduzione della persona ai compiti di ruolo, da essere a un esser-ci da altri pre-determinato e dalla cultura.
Possiamo quindi dire che la poesia di Nunzia è, a suo modo, anti-letteraria, nel senso che la letteratura (moderna e del passato) ci mostra sempre un aspetto del femminile enfatizzato e reso paradigma, ma raramente ci mostra una figura di “donna integrale”, che tradotto in un linguaggio astratto potremmo chiamare il “femminile” tout court. Io credo che questa visione, tematizzata nelle varie poesie delle due sezioni, sia in qualche modo inedita e meriti un’attenzione particolare, perché si tratta di una visione poetica (di un “pensiero poetico”) originale, niente affatto utopistica (o utopistica sin quando la cosiddetta “volontà politica” di cambiare le cose, ossia l’anima più profonda della cultura di massa, lentamente non maturi) e pre-figuratrice di una concezione armonica della società, nei fatti e non soltanto nelle parole o nei grandi manifesti di pensiero. [G. Lucini]

Arnaldo Éderle – Giacomo Cuttone, Il deserto di Uség, pp. 24, € 6,00
Questo lo schema, la struttura del poemetto, che va dunque molto al di là del racconto poetico-fnatastico e di una superficiale lettura. Appare, prima di tutto, un ripensamento poetico sulla decisione di “far morire” Negrura-bellezza e quindi una sorta di sublimazione della bellezza in un luogo senza tempo e senza spazio, un luogo mentale che possiamo sempre raggiungere. Una soluzione che rappresenta la speranza Vs/ il pessimismo della chiosa nei precedenti poemetti (e, in tal senso, l’attuale ne completa la serie che, col senno di poi, apparirebbe infatti come sospesa). Ma poi, dal punto di vista sempre della poetica, appare una straordinaria vitalità e libertà compositiva, che associa in un unico ambito situazioni così diverse (i racconti evangelici e i personaggi del Vangelo, la fnatasia-Negrura, l’azione e lo scenario, che fa ricordare certe situazioni nei racconti d’avventura, o analogie con episodi di racconti fÁnatas tici come “Star Wars” con l’uccisione di Obi-Wan Kenobi e la sua presenza comunque viva nella “forza” e, appunto, il “lato oscuro della forza” impersonabile da Ánatas ).
In altre parole, la libera associazione e il completo abbandono del poeta alla sua ispirazione, lo porta ad elaborare questo paradigma, che pure è in qualche modo presente nell’inconscio collettivo e che è chiaramente riconoscibile come antagonismo fra una sapienza per l’uomo e una sapienza oscura e arrogante (hybris) a danno dell’uomo.
Non vogliamo comunque affermare che questa sia l’unica e la più esatta interpretazione di questo poemetto, che peraltro si presta, credo, ad una infinità di possibili letture, ma soltanto avvisare il lettore che qui non si può stare in superficie ma questa poesia, al di là della godibilità propria del racconto, necessita poi di approfondimento e di ricerca, di riflessione anche filosofica su quello che intende proporre e dire, altrimenti si rischia di scadere nel banale e nel vacuo.

Virginia Murru, Blu Oltremare, pp. 152, € 12,00
I versi della Murru rivelano la falla nell’orbita dell’umana esistenza, un fiume di solitudini, anime dannate, angeli caduti, paesaggi senza tempo, o spazio. C’è da dire che molte delle sue opere non hanno visto la luce prima d’ora, a livello editoriale, e per scelta dell’Autrice. Esiste quindi un’altra Virginia da scoprire, forse meno immediata di adesso ma, so, non meno intensa e sincera. […]
La Poetessa si conosce bene: è introspettiva, a tratti fugace nel convulso dinamismo della strofa, nell’analisi della sua nera compagna esistenziale (“…Sono frastornata di veglie / vedo quadri orridi appesi all’ultimo quarto della notte…” – da Filo di Seta) è voce della sua coscienza e, in percorsi felici, dell’umanità. […]
In Letteratura, quindi in Poesia, cosa diversa da certa narrativa da scaffale, imposta dal monopolio editoriale, è chiaro che l’uso strumentale delle opposizioni ideologiche ha creato una profonda crepa.
Durante i prossimi anni si comprenderà, mi auguro e Vi auguro, l’importanza dell’unità in un popolo, della conoscenza, del sentire davvero urlare nel sangue l’altrui dolore. La consapevolezza rappresenterà la forza più grande. [Giovanna Mulas]

Anna Maria Bonfiglio, Il miele amaro, pp. 48, € 8,00
La nostra condizione è simile, per dirla con un racconto medioevale di cui non ricordo né il titolo né l’autore, al volo di un uccello che nella notte attraversa una stanza illuminata da una finestra all’altra e dispare nella notte dalla quale proviene.
Ma c’è chi s’avvede di questo giro di boa, quando il proseguire significa, di colpo, un tornare indietro e i significati cambiano. L’immagine della vita si tramuta, allora, non più in un andare verso qualcosa, in un pro-gredire, ma un tornare, un re-gredire. E dunque si mette in modo un meccanismo di timori e di preoccupazioni, che la poeta in questa raccolta tramuta in accenti di elegia, in un lieve “tremore” del registro poetico di fronte al mistero ma ancor più di fronte a ciò che avviene prima del mistero, ossia la senilità, la vecchiaia.
Si prospetta dunque una senilità come un progredire verso il distacco o verso l’assenza, quando tutto tacerà e davvero sarà la sospirata “pace” e taceranno le voci o i rimpianti del passato e tutta la sua carica di spensieratezza, di superficialità di occasioni perdute e attimi o persone o colloqui che hanno deviato forse l’astrolabio della vita, da ciò che poteva essere e non è stata; e le voci del presente, che anch’esso sempre più s’allontana, come la boa doppiata sfuma nell’azzurro del mare che si unisce al cielo. Questo è il sentimento che regge la prima parte della raccolta e anche l’ultima, composta da 17 brevi frammenti.
In mezzo ci sta una sezione di sei poesie dedicate al presente, ossia quello che, passando senza potersi fermare, si vive e ci sfugge senza che possiamo determinarlo o piegarlo a un progetto di umanesimo; un presente che non è poi questa gran festa ma piuttosto il tempo dei “barbari”, dell’umanità alienata, a partire dal ricordo degli stermini nazisti fino al nuovo sterminio, di coloro che vengono da Paesi di dolore e di guerra per approdare ai nostri arenili, quando vi approdano.

Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura, pp. 72, € 10,00
Ma Narda è una donna forte, una donna che al tramonto preferisce l’alba, la sorgente, la luce e il sole, è una donna solare che ama e sa che“la forza di una sola goccia / scava abissi crea stalagmiti”, sa che “se non hai passioni e sogni grandi / resti all’anagrafe solo un rigo nero”, versi del suo Le parole agre e che si dovrebbero trascrivere nell’ingresso di ogni scuola. Il sentimento della fine, la visione della morte, non sono fine a se stessi, non compiacimento o ripiegamento sul proprio io, ma si ergono a strumento di riflessione sulla vita. È un viaggio che non nasce all’improvviso, ma, come tutti i temi importanti, si preannuncia già dall’inizio, da quando la prima parola incomincia a prendere forma. L’ultima poesia de Il verso del moto (Mobydick editore, 2009) concludeva un percorso, quello a spirale della vita come cronologia, e non solo, di avvenimenti che si facevano sempre più importanti e vivi, ma lasciava aperto un interrogativo e apriva una nuova strada: “Vorrei dare un nome al più caro / vorrei finire il verso / … Sono pronta finalmente / non mi tiene neppure / quest’ultimo canto”. La strada era ancora quella della ricerca della parola, del «dare il nome alle cose», come affermava Mario Luzi e che Narda Fattori poneva come elemento essenziale del suo fare poesia già da uno dei suoi primi libri L’una e i falò, pubblicato da Il Vicolo nel 1998 (“chiamare le cose per nome / è dirti presente in un luogo”). In Le parole agre questa consapevolezza, questa ricerca, diventava bisogno indispensabile di quiete, quasi necessità: (“e dentro un fuoco che mi brucia / una voglia intatta di andare verso sera”). Poteva allora ancora immaginarsi di essere giunta al punto del non ritorno nella metafora di un paese immerso in una “radura di silenzio” dove “ogni traccia del viaggio è scomparsa”: “Me ne andrò dunque sola all’oscuro / ma non avrò paura non mi stupirò / se nessun luogo è in attesa”. E ancora: “Partirò – mantengo le promesse –  partirò / con la rondine che ha perso la rotta / il compagno il nido e la grondaia / e non ha ai rimpianti né volge lo sguardo / sulla terra che fu dono sempre / immeritata meraviglia”.
In Futura memoria non ci sono dubbi, non ci sono ipotesi su quello che potrà accadere, ma solo certezza, a incominciare dal titolo. Narda Fattori si vede, si descrive, senza preamboli va al dunque. [Bruno Bartoletti]

Gianmario Lucini, Hybris, pp. 120 € 12,00
La volontà di chiarezza spinge il Lucini dell’avvertenza a uno stile piano, ma non arrendevole, vicino al Baudelaire dei Fiori quando si rivolge all’”hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère”. A governare l’intenzione etica, tuttavia, non è la disperazione romantica del parigino, bensì l’amore verso il prossimo, la fede nella possibilità del contatto messa in opera dalla parola. La poesia diventa così il banchetto comunitario, l’ostia consacrata dal dolore, l’agape che il poeta, staccandosi dal gruppo di poetucoli da studiolo (sui quali sparla nell’Intermezzo), condivide con “voci di masculi et de fœminae / scollegate dal centro animale”, per educarli a ritrovare la luce. Dante pedagogo sta nei paraggi, guida l’allievo, ma non sino a spingerlo a mortificare l’hybris, necessaria alla rivolta dal torpore in cui il capitale ci ha gettato. Marx, tuttavia, viene tenuto a banda nelle sue spinte rivoluzionarie e così uno dei suoi riferimenti, quel Fauerbach che, ne “L’essenza del cristianesimo”, sostenne l’identità fra teologia e antropologia. Non che Lucini neghi l’esistenza della materia e nemmeno la fragilità degli uomini, usi a inventarsi degli idoli per sopravvivere all’orrore della morte. Ma una cosa sono gli idola baconiani, un’altra la verità di fede, l’esistenza di Dio, ucciso dalla presunzione e dalla noia, un Dio diventato “impraticabile” scrive in Nenia, poemetto dedicato a padre David Maria Turoldo, che da sempre accompagna la sua scrittura e lo ispira nel rigore virtuoso contro i mali del mondo. Basta leggere le prime venti pagine per cogliere tutta la complessità culturale di Lucini: c’è l’amore francescano per il Creato e il suo Creatore, c’è il Pascoli pervaso dall’unità mortale culla-nulla e dall’idea che la poesia si scriva dal ciglio della tomba, e c’è il viaggio dantesco tra le macerie del contemporaneo oltre che la sua propensione al plurilinguismo, qui inteso nella polifonia dei registri ma soprattutto nell’agglutinazione interlinguistica. Su quest’ultimo piano, superata la porta infernale, Lucini non lesina affatto: latino, italiano arcaico, francese, lombardo, tedesco, inglese, entrano in campo con grande abilità d’amalgama fonetica, le lingue moderne con funzione ironica e/o spaesante, le classiche per tirare in gioco la valenza autoriale, la forza di resistenza alla deriva che l’antichità ci ha tramandato. [Stefano Guglielmin]
Di Gianmario Lucini, nel catalogo CFR, per la poesia: A futura memoria,  Il disgusto Monologo del dittatore Ballata avvelenata Poemetti del dito, Bestiario e altre confessioni,  Krisis,  Canto dei bambini perduti,  Per il bosco, Memorie del sottobosco, Hybris, Sapienziali.
Per la saggistica: Editore impostore,  Ipotesi sulla nascita della poesia,  Cattivo maestro libro, Pensiero poetico e critica integrale dell’arte.

Laura Garavaglia, Daniela Gatti, Correnti ascensionali, pp. 32, € 12,00
Oggi si può dire che quella di Laura Garavaglia è davvero una “voce nuova” ben individuabile e alla quale è giusto dedicare attenzione in un panorama poetico spesso dignitoso ma tutto sommato grigio e monotono, che non trasmette emozioni. La poesia della Garavaglia ha alcune delle migliori qualità di una poesia “femminile”, usando questo termine non per ghettizzare in maniera riduttiva, ma al contrario, per sottolineare come oggi la poesia scritta da una donna abbia, nei casi migliori, come qui, una particolare vibrazione in consonanza con la Natura e un rapporto privilegiato con il corpo, che è, come non mi stanco di affermare, il veicolo primo, lo strumento primo dello scrivere poetico, mentre gli uomini appaiono spesso del tutto sordi, del tutto sprovvisti di comunicazione con il corpo inteso come microcosmo cosmico, e anche come buia radice da cui può nascere la parola recuperando ogni volta tutto intero lo splendore di un suo elusivo significato. Da un ancora incerto indugiare talvolta all’idillio, talvolta alla prosaicità dell’astrazione nei primissimi testi, Laura Garavaglia è ormai approdata con sicurezza in queste sue più recenti poesie a quella che vorrei definire una violenza espressionista che a tratti fa pensare a una lettura molto partecipe di Trakl. Ma molti echi, rielaborati e restituiti con voce originale, si possono cogliere per esempio in una poesia come Estate: una poesia sapienziale, che ha assimilato i nostri grandi classici, in cui si possono trovare echi lontanissimi e filtrati di un Montale, di un Sinisgalli, di un Gozzano, a comporre un testo che mi pare perfetto per il suo rigore contenuto, senza sbavature sentimentali, affidato anche così intensamente al contrasto simbolico dei colori, dal “catrame” dell’inizio all’“abbraccio sanguinante” del finale.  […]
Penso che l’abbinamento fra le poesie della Garavaglia e le porcellane di Daniela Gatti, con i loro luccichii klimtiani, serva a mettere l’accento, prima di tutto, sulla qualità variegata dei versi, e sul loro rapporto con la luce. E poi su quella sapienza del colore di cui dicevo, e la plasticità materica che riveste il pensiero forte sotteso ai testi dell’Autrice. Si possono poi trovare nelle opere della Gatti altre consonanze, che sono allusioni alla struttura primigenia della materia, o ritmi geometrico-matematici, o ancora una dimensio-ne cosmica che si apre all’astrazione. Sono anche allusioni a composizioni di tipo molecolare e a spirali galattiche, energie fluttuanti che si fronteggiano e si compongono. Tuttavia l’iridescenza dei colori, il brillio dell’oro e la lucentezza delle perle incastonate nella porcellana ci riconducono all’enigma metafisico più che nei termini della scienza in quelli del mito ed è questo a schiudere un’interpretazione più allargata anche delle poesie dell’Autrice, sottolineando come esse coniughino il pensiero alla bellezza, e pervengano così a far affiorare una zona psichica in cui microcosmo e macrocosmo si incontrano in una dimensione che non è solo filosofica ma anche simbolica ed estetica. [Donatella Bisutti]

Boris Pasternak, 30 poesie scelte, testo russo a fronte, pp. 64, € 10,00
Autore di primo piano nella letteratura del ‘900, anche se la sua fortuna letteraria e il suo successo è dovuto a una serie di eventi fortunati che ruotano intorno alla sua maggiore opera (il noto romanzo Il dottor Živago – in russo: До́ктор Жива́го pubblicato per la prima volta il Italia nel 1957 e dal quale fu tratto nel 1965 anche un celebre film diretto da David Lean).
Pasternak è comunque un autore di primo piano nel ‘900. La sua “anima russa” traspare vieppiù nelle poesie che in Italia sono state tradotte da oltre 50 anni dall’ottimo Angelo Maria Ripellino, di cui Paolo Statuti e Claudia Scandura (rispettivamente il traduttore e la prefatrice di questa parziale edizione) furono a suo tempo allievi. Paolo Statuti vive in Polonia e già lo abbiamo apprezzato per le traduzioni di Małgorzata Hillar. Paola Scandura invece insegna lingua e letteratura Russa allUniversità Sapienza di Roma. Oltre a quella einaudiana, circolano altre traduzioni dell’opera di poesia di Pasternak, tutte datate, per cui si sentiva l’esigenza di un intervento in questo senso, soprattutto se affidato a mani esperte.
Due interpreti d’eccezione, quindi, per quest’ampia scelta di poesie che percorrono tutta la vita di Pasternak, dagli esordi negli anni ’10 alla morte.

 

Francesco Pasella, Il sole del baltico, pp. 80, € 10,00
Territori di dolore, innaffiati di caffè amari, e ingurgitati come una medicina salvifica; inverni dell’anima che si dissociano da altre stagioni; gabbie di sofferenze che non garantiscono cure o rimedi possibili. Ma soprattutto è lo scorrere dei più brevi frammenti di tempo a scandire il vero ritmo dell’anima con il suo contradditto-rio manifestarsi.
Emblematici del nuovo corso della lirica di Francesco Pasella sono i seguenti versi, con l’ossimoro sulla stagione del rinnovamento per antonomasia che poco dispone alla consolazione:
E come se…/ in questi sepolti e umidi / giorni di festa / rimanga ad ascoltare / i resti di una primavera / spenta nei fari luminosi del giorno./
Un credo libero di intolleranza verso l’ipocrisia, le convenzioni, la mercificazione, la banalità trasposta come esempio di una filoso-fia di semplicità che nasconde quella resa all’ovvietà che inchioda la moltitudine. Sapendolo cogliere, è questo il messaggio che tra-spare dal fondo del nuovo elaborato in versi, “Il sole del Baltico”, la seconda raccolta poetica di Francesco Pasella, sei anni dopo l’e-sordio con “Il porto degli sconfitti”. Uno schietto pregare laico contro ogni squallida messinscena della presunta normalità quoti-diana che non risparmia nessuno. [Francesco Cossu]

AA.VV., La poesia del secondo novecento, vol I, pp. 176, € 15,00
Il dovere della memoria sta nei fatti e CFR si è impegnata in un difficile progetto, ossia quello di censire i poeti più importanti del secondo novecento, deceduti dal 1940 al 2013.
La scelta del “range” è opinabile ma in effetti abbiamo considerato il fatto che, in qualche modo, poeti deceduto nel decennio prima della metà secolo abbiano, per così dire, “protratto” la loro arte anche nel secondo novecento (influenzando altri poeti, ad esempio, oppure tramite studi e convegni sulle loro creazioni, ecc.).
Nel primo volume appaiono diciassette nomi (S.Aleramo, N. Campana, C. Campo, B. Cattafi, N.C. Kaser, P. Malavasi, B. Marin, A. Palazzeschi, A. Patti, S. Penco, G. Piccoli, V. Sereni, A. Soffici, S. Toma, N. Vegezzi, A.L.Verri, D.M. Turoldo) la cui opera è presentata da alcuni poeti e critici o semplicemente studiosi delle loro opere (A.M. Bonfiglio, S. Aglieco, D. Musumeci, P. Vitagliano, G. Lucini, G. Bolla, M. Miglio, D. Alvino, S. Bettuzzi, A. Éderle, V. Montuori, F. Toscani, F. Aprile) di ogni parte d’Italia, che hanno risposto all’appello di CFR e hanno aderito al progetto.
Il libro sarà corredato da un DVD che comprende lavori che non era possibile inserire nel volume, ma che comunque sono altrettante importanti testimonianze di studiosi che si sono occupati di questi autori ed hanno scritto e pubblicato sul web o su riviste i loro rilievi circa le opere di questi 17 poeti. Il DVD è in preparazione e sarà completato in estate ed inviato a chi acquista il libro.
Ad ogni autore è dedicata una sommaria bio-bibliografia (con le opere in volume e i più rilevanti studi critici ancora reperibili), una presentazione critica e una breve scelta di poesie. Si tratta insomma del corredo minimo di notizie per iniziare ad avvicinare un autore e, pertanto, l’opera non ha intenti specialistici ma divulgativi.
Il lettore si accorgerà immediatamente dei criteri inediti con i quali si è voluto importare il lavoro: a) Non una “scelta” di autori, che lascia sempre il tempo che torva – nel senso che autori anche importanti e che hanno ed hanno tuttora un ampio seguito di pubblico e di critica, nelle cosiddette “Antologie critiche” non appaiono (è il caso ad es. di Turoldo, al quale possiamo avanzare – come a chiunque – dei rilievi sul modo di scrivere, ma al quale non possiamo negare un ampio seguito di lettori e quindi una importanza di rilievo nella poesia contemporanea); b)  Non sono state applicate categorie critiche, nel senso che l’elemento che abbiamo preso in considerazione, è appunto la considerazione che le loro opere hanno ed hanno avuto, anche a livello regionale ed anche per particolari segmenti di lettori.
Il nostro intento insomma non è quello di offrire qualcosa di selezionato, perché nessuno, crediamo, ha il diritto di selezionare per altri, che sarebbe un modo diverso di imporre la proprie scelte. L’opera vuole quindi essere una mappatura, la  più larga possibile, di un lento evolversi della poesia in questi 70 anni, nel bene e nel male.
Forse non sarà mai terminato, forse non avrà lo smalto dell’opera accademica, ma senza dubbio questo progetto tenta di ridare al lettore la libertà di scegliere e di cercare gli autori di poesia che più lo intrigano e le letture che per lui hanno più senso.

Donato Di Poce, Manuale di Creattività, pp. 88, € 10,00
Tutti questi metodi di gruppo e il metodo integrato CSSA, hanno in comune l’idea del processo creativo diviso in varie fasi e l’interazione di professionalità, competenze e conoscenze, specifiche e diversificate che interagiscono nell’ analisi, individuazione di soluzioni ai problemi e nella realizzazione di idee CreAttive individuate. Conoscere, Sviluppare, Sperimentare, Agire sono i quattro pilastri della crescita della nostra consapevolezza CreAttiva.
Il neologismo da me utilizzato “CreAttività”, non è un refuso, bensì la sottolineatura del passaggio culturale e metodologico da un concetto passivo e di delega della creatività ad uno attivo e personalizzato, appunto CreAttivo.
Certo l’utilizzo del metodo CSSA, non prometterà a tutti di diventare Poeti, Artisti, Musicisti, Designer, Architetti, Geni o Creativity Trainer, ma di promuovere la capacità di migliorarsi, saper comunicare, saper inventare oggetti creativi o produrre idee nuove, e magari distinguere un acrostico da una quartina, un “Picasso” da un “Van Gogh” certamente si, perché la nostra esperienza ci ha portato a verificare che si può imparare a leggere un testo o un quadro in modo CreAttivo e che Guardare non è vedere. [Donato Di Poce]

 Gianmario Lucini, Memorie del sottobosco, pp. 104, € 12,00
Pretenziosamente dostojewskiano questo titolo, che poteva alludere anche a “Memoria dalla casa dei morti” e non al “sottosuolo”, perché c’è qualcosa di morto nella nostra società civile, che l’ha mutata antropologicamente. L’imbarazzo stava in quella “casa” che l’autore non sapeva bene come definire, col rischio di venir accusato di faziosità. L’autore consegna a questa pubblicazione 10 anni di appunti sui fenomeni di malcostume e di mala politica, riprendendo lo spirito della più popolare satira latina (Marziale ad esempio) e con l’intenzione a volte offensiva suscitata dalla insofferenza verso l’arroganza di molti personaggi mediocri e lestofanti che ci hanno rovinato la vita in questi ultimi 20 anni. L’intenzione è quella di ridere di pancia, a crepapelle ma, nel profondo, non si coglie che un “riso amaro”, per parafrasare un noto film.  [Ivan Fedeli ]

Claudia Ambrosini, Tra pareti di tela, pp. 88, € 10,00

 

Nel 2015 e 2016, per la cura di Fabrizio Bianchi, escono per Edizioni CFR i seguenti volumi

AA.VV., PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella
Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche. [Anna Maria Curci]

Gheorghe Vidican, 3D – poesie 2003-2013 (VII Premio Internazionale Di Liegro 2016)
Gheorghe Vidican (1953) è un poeta della generazione romena degli anni ottanta, di grande personalità e con una sua autonoma fisionomia, egli stesso orgoglioso di considerarsi distante da qualsiasi influenza di corrente o gruppo.
La sua scrittura segue un consolidato progetto personale di nuovo simbolismo, in cui è evidente l’intenzione di mescolare echi del passato e incursioni nella realtà, tracce di memoria e di sogni utopici, e questo intento è perseguito all’interno di una cura serrata del linguaggio. La sua poesia è stata definita dal critico Cristian Livescu un esempio di “surrealismo residuale”, per la sua tensione volta a sciogliere nel dettato campi suggestivi disarticolati e visionari.
La poetica di Gheorghe Vidican, nonostante la presa di distanza dal coinvolgimento personale, appare portatrice dell’inquietudine moderna e di un’ansia metafisica espressa da versi insoliti e fortemente evocativi. Una poesia che raggiunge esiti “civili” nel suo dilatare verso i tormentati versanti della realtà dell’oggi con forte incisività di sguardo e parola. Per questi motivi merita di essere tradotta e diffusa.
Già dalle prime opere di Vidican L’utopia della sabbia (2003) e poi Il trattato del silenzio (2006), si evidenzia la ricerca d’ innovazione linguistica del poeta, sia pure ancora restando all’interno di un ritmo morbido e di una tradizionale scansione in strofe con l’uso della rima.

AA.VV., Fil Rouge, a cura di Antonella Barina e Loredana Magazzeni
Un aspetto dell’identità femminile tanto specifico quanto trascurato, iscritto nelle coordinate tematiche della sessualità e della generatività, delle relazioni madre/figlia, del linguaggio simbolico e di quello dei rapporti di potere fra maschile e femminile. 105 poete di diverse nazioni, religioni, età, tra le quali un poeta, che parlano di mestruazioni. Un tema già affrontato dal femminismo. La novità è che in questo libro c’è un’attenzione condivisa da parte di tutte al simbolico. In copertina, il melograno, la mela granata, che compare nel mito di Demetra e Persefone. Il frutto dell’albero di Era al centro del Giardino terrestre. Il frutto dal succo rosso sangue che nelle feste riservate alle donne segnava il passaggio della potenzialità creativa (generativa, non solo riproduttiva) da madre a figlia. Se vi è arrivato questo concetto potrei già concludere. La melagranata come simbolo del sangue vitale da madre a figlia in un’epoca in cui era viva la memoria dell’onnipotenza della Madre Terra (Da-Meter, Demetra). FIL ROUGE rinsalda il legame da madre a figlia, anche dove ne cita l’asprezza (è frutto aspro il melograno) e lo fa da 105 punti di vista diversi, rinsaldando nel contempo il legame con la terra. Leggetelo e meditate. Concludo accennando alle molteplici letture possibili di queste poesie a partire dalla lettura mitologica, quindi quella filosofica (in un unico frutto tanti semi, l’uno e il molteplice), poeticostoricaletteraria (le autrici di FIL ROUGE hanno lingue, stili, scuole, fonti diverse), esoterica (il femminile si riappropria della propria genealogia, N.B.: la riappropriazione della titolarità simbolica non ne preclude ad altri l’uso, ciascuna dona il proprio simbolico quando decide che è il momento di darlo, senza alcuna subalternità), terapeutica (la riappropriazione simbolica sgonfia il portato di dolore, condanna e colpa e muove nuove prospettive di cura, non solo medica), per tutto quanto detto sopra una lettura politica (che non ho bisogno di spiegarvi). Infine una lettura intragenerazionale: qui oggi al Sangue delle Donne porgiamo il rosso frutto della creatività femminile alle giovani poete, in loro rappresentanza Francesca Ferraro. Da parte delle poete di Fil Rouge alle poete del Sangue delle Donne, una copia del libro. [Antonella Barina]

4 Replies to “Edizioni CFR. Tutti i libri realizzati da Gianmario Lucini nel 2014”

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